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Warfare: in guerra gli eroi non esistono

Una scena del film Warfare 

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La storia di Hollywood è piena zeppa di grandi film di guerra. Ma sono pochissimi quelli che ci danno la stessa lezione offerta da “Warfare”
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Warfare. Tempo di guerra è un film duro e puro. Non concede tregua e schiaccia lo spettatore come l’onda d’urto dell’esplosione che chiude in trappola i protagonisti: per 95 minuti lo trascina dentro la guerra e lo obbliga a condividere la paura, l’orrore, la ferocia, l’azione. Non c’è il minimo compiacimento e il racconto procede evitando qualsiasi alleggerimento: una narrazione cruda e magistrale, specchio dei due registi. Ci sono l’esperienza di Alex Garland, direttore e sceneggiatore britannico che si è imposto negli States, e il vissuto di Ray Mendoza, ex incursore dell’Us Navy che ha partecipato all’operazione raccontata nel film.

Siamo nell’ultima fase dell’occupazione americana dell’Iraq, quando i soldati statunitensi e la guerriglia jihadista avevano imparato a conoscersi bene. Nella notte una squadra di Navy Seal viene mandata nel cuore di Ramadi, una delle capitali della resistenza sunnita, per occupare discretamente la casa abitata da due famiglie e colpire un comando dei …

Warfare. Tempo di guerra è un film duro e puro. Non concede tregua e schiaccia lo spettatore come l’onda d’urto dell’esplosione che chiude in trappola i protagonisti: per 95 minuti lo trascina dentro la guerra e lo obbliga a condividere la paura, l’orrore, la ferocia, l’azione. Non c’è il minimo compiacimento e il racconto procede evitando qualsiasi alleggerimento: una narrazione cruda e magistrale, specchio dei due registi. Ci sono l’esperienza di Alex Garland, direttore e sceneggiatore britannico che si è imposto negli States, e il vissuto di Ray Mendoza, ex incursore dell’Us Navy che ha partecipato all’operazione raccontata nel film.

Siamo nell’ultima fase dell’occupazione americana dell’Iraq, quando i soldati statunitensi e la guerriglia jihadista avevano imparato a conoscersi bene. Nella notte una squadra di Navy Seal viene mandata nel cuore di Ramadi, una delle capitali della resistenza sunnita, per occupare discretamente la casa abitata da due famiglie e colpire un comando dei terroristi. All’irruzione segue un lungo appostamento, in cui l’unico ostacolo è la noia: una caratteristica di ogni battaglia, quasi mai riportata sul grande schermo. Poi però i cacciatori diventano prede, assaliti da torme di nemici senza volto che lottano con competenza e ostinazione: la tecnologia e la potenza Usa non servono ad avere ragione degli avversari. Droni, jet supersonici, tank si dimostrano impotenti: diventa una sfida tra uomini, in cui contano la determinazione, l’addestramento, la tenuta dei nervi.

Non ci sono eroi, non c’è retorica: i soldati combattono per completare la missione e tornare vivi alla base; solo per aiutare i propri commilitoni sono pronti a rischiare, perché sanno che gli altri farebbero lo stesso. E così pure gli attori mettono da parte la caratterizzazione dei personaggi per privilegiare la rappresentazione del collettivo in una narrazione senza filtri, neppure per il dolore dei feriti, che va molto oltre pellicole come The Hurt Locker di Kathryn Bigelow e American Sniper di Clint Eastwood. In Warfare è come se Garland e Mendoza avessero rotto il diaframma che separa il set e la realtà. Quello che aveva cominciato a fare nel 1980 un altro reduce passato dietro la cinepresa, Samuel Fuller, con Il grande uno rosso, capolavoro che ha anticipato Salvate il soldato Ryan. In un mondo che corre verso le armi e assiste con ignavia al moltiplicarsi dei conflitti, Warfare è una lezione importante.

Sul Venerdì dell’1 agosto

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