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Arianna Farinelli: come mi sono difesa dal mio odiatore

(Getty Images) 

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Lei è una studiosa femminista. Lui un ragazzo che la copre d’insulti. Fare pace è possibile? Questa storia ci dice di sì. Ma anche che denunciare fa bene
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L’odiatore della premier Giorgia Meloni, quello che augurava a sua figlia di fare la fine di una ragazza vittima di femminicidio, è stato rintracciato in pochi giorni dalla polizia e sospeso dall’insegnamento. Ma una persona comune, che non ricopre una carica istituzionale, che possibilità ha di essere protetta da chi la offende nascondendosi dietro un falso profilo? La storia che sto per raccontarvi non ha i toni drammatici di quella accaduta alla premier (in quel caso il colpevole ha tentato il suicidio); né si conclude con la promessa di una riappacificazione tra i due a Palazzo Chigi, davanti ai flash dei fotografi.

È una storia normale, comune a tanti, e racconta cosa può accadere quando si usa il palcoscenico dei social media per sfogare una rabbia molto privata, di cu…

L’odiatore della premier Giorgia Meloni, quello che augurava a sua figlia di fare la fine di una ragazza vittima di femminicidio, è stato rintracciato in pochi giorni dalla polizia e sospeso dall’insegnamento. Ma una persona comune, che non ricopre una carica istituzionale, che possibilità ha di essere protetta da chi la offende nascondendosi dietro un falso profilo? La storia che sto per raccontarvi non ha i toni drammatici di quella accaduta alla premier (in quel caso il colpevole ha tentato il suicidio); né si conclude con la promessa di una riappacificazione tra i due a Palazzo Chigi, davanti ai flash dei fotografi.

È una storia normale, comune a tanti, e racconta cosa può accadere quando si usa il palcoscenico dei social media per sfogare una rabbia molto privata, di cui si fa fatica a parlare persino con le persone care. Può accadere a chi scrive editoriali sui diritti delle donne e sulla violenza di genere di ricevere messaggi sessisti, a volte molto aggressivi. Negli anni mi è stato detto: «Arianna, hai davvero rotto i coglioni, basta dare contro gli uomini» oppure «volete gli uomini in reggiseno e tacchi a spillo? Io sono maschio, etero e italiano». E ancora «da quello che scrivi si capisce che non scopi perché nessuno ti vuole» – come se fosse un mio presunto livore contro il genere maschile e una vita sessuale inesistente o poco soddisfacente a spingermi a occuparmi di questi temi. Le questioni di genere non ci lasciano mai indifferenti. Tutti ne parlano, tutti hanno un’opinione, tutti vogliono condividere aneddoti, magari senza sapere molto sull’argomento. Spesso gli uomini si sentono punti sul vivo e ci tengono a spiegarti che sbagli, che stai esagerando, e che ti lamenti per nulla – mansplaining di vario tipo che mi convincono ancora di più che sia necessario scriverne. Due anni fa, però, alcuni dei messaggi ricevuti mi spaventarono.

Arianna Farinelli 

Era appena uscito in prima pagina su Repubblica un mio editoriale dal titolo La crisi del maschio e il giornale ne aveva postato un estratto sul suo profilo Instagram. Come è facile immaginare ci furono centinaia di commenti, qualcuno anche contro il quotidiano per aver pubblicato «un articolo di merda». Sul mio profilo personale, però, arrivarono parole particolarmente violente, messaggi che mi fecero sentire minacciata e diffamata come donna e come studiosa. Così decisi di bloccare chi mi scriveva (ovviamente dietro falso nome) e di sporgere denuncia contro ignoti alla polizia postale. La polizia mi spiegò che nel corso delle indagini il pubblico ministero avrebbe potuto chiedere a Meta (proprietaria di Instagram) l’identità di chi si nascondeva dietro il falso profilo. Devo ammettere che allora non avevo molta fiducia nella possibilità che l’odiatore potesse essere smascherato.

Avevo anche l’impressione che questi reati finissero il più delle volte impuniti quando la persona offesa è una comune cittadina. Tornata negli Stati Uniti, quindi, non ho più pensato alla denuncia. Qualche giorno fa, però, è accaduto un fatto inaspettato. L’avvocata Valentina Grosso mi ha chiamata a New York per riferirmi che la magistratura aveva chiuso le indagini e scoperto l’autore dei messaggi. Aggiungeva che era stata nominata d’ufficio per difendere la persona in questione e che, con tutta probabilità, il suo assistito sarebbe stato rinviato a giudizio per diffamazione aggravata. L’avvocata ci teneva anche a dirmi che il ragazzo (di questo si trattava) era molto pentito, che aveva scritto quelle cose in un momento difficile della sua vita e che voleva inviarmi, tramite lei, una lettera di scuse. Le cose che l’avvocata mi raccontò mi colpirono molto. Se anch’io da giovane avessi commesso uno sbaglio e me ne fossi pentita, avrei voluto essere capita e perdonata e non processata e condannata. Le risposi che mi avrebbe fatto molto piacere ricevere le scuse e che ero pronta a revocare la querela. La lettera è arrivata due giorni dopo.«Gentile dottoressa, sono rammaricato per l’inopportunità dei miei commenti, sicuramente riprovevoli ed espressi con leggerezza… Non ho saputo contenermi mancando di rispetto nei suoi riguardi, nei confronti di tutte le donne e della mia famiglia che ha sempre investito nella mia educazione. Non avevo e non ho niente di personale nei suoi confronti, la radice del problema è dentro di me… Oggi sono in corso i lavori di riqualificazione personale. Sto investendo su una nuova e migliore versione di me e del mio rapporto con gli altri... Ai miei coetanei e ai più giovani dico che queste condotte non rimangono inosservate e impunite… La parola può essere sinonimo di libertà ma anche un’arma che ferisce». Il ragazzo aggiungeva che il mio editoriale lo aveva infastidito perché riteneva che facessi delle generalizzazioni sui maschi. Avrebbe voluto dirmi che esistono anche uomini «portatori di principi e buone maniere nei confronti dell’universo femminile».

Poi, però, «sollecitato dalla rabbia», aveva espresso il suo dissenso ricorrendo a «offese gratuite». Ecco, su questo punto mi voglio scusare anch’io. Mi scuso per aver dato l’impressione che mi riferissi agli uomini in generale e prendo questa vicenda come un’opportunità di crescita personale. Ho un figlio maschio, poco più giovane di questo ragazzo, e devo far meglio come cittadina e come studiosa anche per lui. Ringrazio l’avvocata per aver lavorato alla riconciliazione ed evitato il processo, e il ragazzo per l’assunzione di responsabilità. Credo che tutti abbiamo imparato qualcosa. Io, tra l’altro, ho capito che sbagliavo a essere scettica: una normale cittadina viene protetta come la presidente del Consiglio, anche se con tempistiche diverse.

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