In queste settimane ho ascoltato un breve podcast di Giulia Cavaliere su Paolo Conte, prodotto da Sugar Play e Chora e disponibile gratuitamente su tutte le piattaforme. S’intitola Paolo Conte, il maestro è nell’anima. Cavaliere, in questi cinque episodi fa una cosa rara e utilissima: analizza e racconta alcune canzoni che abbiamo tutti ascoltato molte volte e di cui non abbiamo capito quasi nulla. Intervengono molti colleghi e “allievi” del maestro, la linguista Beatrice Cristalli, e naturalmente lo stesso Paolo Conte, che riesce a dare spiegazioni talvolta illuminanti e altre volte di una semplicità disarmante. Interrogato sulla frase finale di Azzurro, “ma il treno dei desideri nei miei pensieri all’incontrario va”, Conte risponde di non sapere esattamente cosa significhi. Tra le altre cose, pur conoscendo la canzone a memoria, non mi ero mai accorto che Diavolo rosso parla di ciclismo, e nello specifico di Giovanni Gerbi, che era astigiano come Conte. Fra le varie magie musicali e…
In queste settimane ho ascoltato un breve podcast di Giulia Cavaliere su Paolo Conte, prodotto da Sugar Play e Chora e disponibile gratuitamente su tutte le piattaforme. S’intitola Paolo Conte, il maestro è nell’anima. Cavaliere, in questi cinque episodi fa una cosa rara e utilissima: analizza e racconta alcune canzoni che abbiamo tutti ascoltato molte volte e di cui non abbiamo capito quasi nulla. Intervengono molti colleghi e “allievi” del maestro, la linguista Beatrice Cristalli, e naturalmente lo stesso Paolo Conte, che riesce a dare spiegazioni talvolta illuminanti e altre volte di una semplicità disarmante. Interrogato sulla frase finale di Azzurro, “ma il treno dei desideri nei miei pensieri all’incontrario va”, Conte risponde di non sapere esattamente cosa significhi. Tra le altre cose, pur conoscendo la canzone a memoria, non mi ero mai accorto che Diavolo rosso parla di ciclismo, e nello specifico di Giovanni Gerbi, che era astigiano come Conte. Fra le varie magie musicali e linguistiche, l’ultima strofa convoca una delle parole per cui Conte sembra avere un piccolo feticcio.
“Girano le lucciole / nei cerchi della notte / questo buio sa di fieno e di lontano / e la canzone forse sa di ratafià”. Non è chiaro come una canzone possa “sapere” di ratafià, ma la canzone (e il podcast) mi hanno costretto ad apprendere varie cose su questo liquore multiforme. La parola ratafià, che Conte ama evidentemente moltissimo, ha remote origini nel lessico legale e notarile, e come tutti sanno Conte è avvocato: “ut rata fiat”, “sia ratificato l’atto”, naturalmente con un brindisi. Con questa storia in testa ho provato a fare una sorta di ratafià analcolico.
Che cosa serve
Per un litro: 200 g di amarene sciroppate; il succo e la scorza di due limoni; un mazzetto di basilico fresco
Come procedere
Il mese scorso avevo delle amarene fresche che ho messo a fermentare. La stagione delle amarene fresche è finita, ma si può provare con quelle sciroppate. Versate in una caraffa lo sciroppo delle amarene, il succo di limone, le scorze grattugiate e il basilico, tenendo da parte i frutti. Riempite la caraffa di acqua e lasciate macerare in frigorifero per 8 ore. Quindi filtrate il tutto e aggiungete le amarene. Bere freschissimo.