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Non c’è pace dopo la guerra: il rifugio sull’Himalaya dei soldati israeliani

Al Samy Café, un gruppo di soldati israeliani in licenza fa colazione dopo un rave nei boschi della Kully Valley. I loro volti sono stati resi non riconoscibili e i nomi cambiati per motivi di sicurezza (Francesca Borri) 

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In licenza da Gaza, molti giovani militari vanno in India. Per provare – con l’hashish, i rave e i trekking – a dimenticare quello che hanno visto e quello che hanno fatto. English version
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Manali (India) Sul fianco destro ha una lunga cicatrice. E davanti a sé, altri quattro interventi chirurgici. Ha scostato una tenda e gli è esploso tutto addosso. In realtà, in guerra la cosa più dura non è combattere, dice: è stare fermi. Tipo, di guardia. «Perché a quel punto, cominci a pensare. A quel punto, sei solo con te stesso. A Gaza, quando è tutto tranquillo è terribile».

Amit Shamir ha 22 anni. Il 7 ottobre era a meno di metà del servizio di leva. Era in licenza, ma non ha avuto dubbi: ha recuperato un M16 ed è andato dritto nel kibbutz di Kfar Aza. Né ha avuto dubbi dopo. Ed è andato a Gaza. Eri pronto?, chiedo. Non lo so, risponde. Nessuno è mai davvero pronto per la guerra. Perché la guerra è il regno dell’imprevisto. «Ma a Kfar Aza non mi sarei mai tirato indietro. Adesso invece non lo so. Quando l’Idf mi richiamerà non so se tornerò. Non è che non conosco la storia. Il padre di mio padre ha perso tutti nella Shoah. Ma nel 1948, ha combattuto dicendo che così i suoi fig…

Manali (India) Sul fianco destro ha una lunga cicatrice. E davanti a sé, altri quattro interventi chirurgici. Ha scostato una tenda e gli è esploso tutto addosso. In realtà, in guerra la cosa più dura non è combattere, dice: è stare fermi. Tipo, di guardia. «Perché a quel punto, cominci a pensare. A quel punto, sei solo con te stesso. A Gaza, quando è tutto tranquillo è terribile».

Amit Shamir ha 22 anni. Il 7 ottobre era a meno di metà del servizio di leva. Era in licenza, ma non ha avuto dubbi: ha recuperato un M16 ed è andato dritto nel kibbutz di Kfar Aza. Né ha avuto dubbi dopo. Ed è andato a Gaza. Eri pronto?, chiedo. Non lo so, risponde. Nessuno è mai davvero pronto per la guerra. Perché la guerra è il regno dell’imprevisto. «Ma a Kfar Aza non mi sarei mai tirato indietro. Adesso invece non lo so. Quando l’Idf mi richiamerà non so se tornerò. Non è che non conosco la storia. Il padre di mio padre ha perso tutti nella Shoah. Ma nel 1948, ha combattuto dicendo che così i suoi figli non avrebbero mai provato la guerra. E invece, tutti i suoi figli sono stati in guerra. E i figli dei suoi figli. E ogni guerra è stata peggiore delle precedenti».

Questa era la guerra del 7 ottobre, mi dice. Ma ora, è la guerra di chi? E quindi, per il momento resta qui. A Manali. Sull’Himalaya.

Zaino in spalla

Dopo i tre anni di leva obbligatoria (due per le ragazze), molti israeliani partono zaino in spalla per il Sudamerica, o più spesso, per l’Asia. Perché costa poco, perché per gli ebrei non c’è rischio, e perché l’hashish è ottimo. Un po’ come l’Hippie Trail dei nostri anni Settanta. E in India, sono così tanti che alcune città ormai sono ribattezzate Little Israel. Con il rabbino, le cene di shabbat, e i caffè con i falafel, l’avocado e l’insegna in ebraico. Manali è nel Nord, ed è un grappolo di case sparse tra boschi di torrenti e cascate, che la sera brilla di lucciole e luci come una fiaba. Il suo ponte rosso è l’icona del cosiddetto Hummus Trail. Invece delle Lonely Planet, e i sandali e i rasta, gli israeliani hanno Google e le Adidas, e la testa rasata delle reclute, invece del pulmino Volkswagen hanno le Royal Enfield. Ma lo spirito è quello. Solo che ora, sulle moto portano gli adesivi in memoria dei compagni caduti in battaglia. E l’hashish, non serve ad aprire le porte della percezione: ma a chiuderle. A dimenticare.

Sul serbatoio della moto di un soldato israeliano in India, gli adesivi in memoria dei suoi due migliori amici, morti a Gaza 

«Nessuno si illude. Israele non è più sicuro di prima. Questa guerra non ha più senso: tutto quello che era ottenibile con le armi, è stato ottenuto. Ma onestamente, non ha senso neanche una tregua. O si ricreerebbero le condizioni per un nuovo 7 ottobre», mi dice Izo Balshai, 26 anni, mentre si passa e ripassa tra le dita il nastro giallo simbolo degli ostaggi, come un rosario, e su Telegram segue il suo plotone, che è a Rafah. Sta qui, ma un po’ anche lì. Un giorno tutto questo finirà, dice. E si avrà la pace. Una pace vera. «Ma se sei israeliano, un israeliano comune che non ha il potere di decidere, il problema è oggi, è domani. E oggi e domani, l’unica è difenderti. E presidiare Gaza, presidiare il Libano. Frenare l’Iran. Il problema non è Hamas. Hamas è un movimento estremista come tanti. Il problema sono gli altri. I presunti moderati. I Mustafa Barghouti che tanto amate, (il leader di Fatah in cella in Israele da più di vent’anni, ndr) e che vogliono uno Stato unico solo perché così gli arabi saranno presto la maggioranza. Il 7 ottobre è stato un trauma. Non c’è stato un “Giusto”, di là dal Muro, uno solo, che abbia condannato Hamas. Ora, sì. Ma ora che è debole. Quando si sono sentiti forti, ci si sono tutti avventati contro». E non è questa, dice, la Storia degli ebrei? «Tutti ripetono che non c’è soluzione militare, che Hamas non è le Brigate al Qassam: è un’idea. Ma quello che manca, è proprio la politica. Il 7 ottobre era necessario reagire. Ma ora, è necessario ricostruire. E non solo materialmente. Ai 15enni che sognano di diventare Yahya Sinwar, che vita prospettiamo? Che alternativa? E invece, nessuno fa niente. Né Netanyahu, né gli arabi. Che non hanno mezza proposta. Se anche volessimo discuterci, chi è che comanda? Hamas? Mahmoud Abbas? L’Iran? L’Arabia Saudita? Credono davvero di cancellarci? Hamas è un’idea: ma anche Israele è un’idea».

«Ma il risultato è che è saltata ogni regola. Il risultato è che somigliamo sempre più a Hamas», dice Moshe Hershowitz, che alle dieci del mattino è già al terzo gin. Ha 31 anni, ed è un ebreo di origine yemenita, ma come molti della sua generazione non ha mai parlato con un arabo. Ha visto i palestinesi solo dai monitor dei checkpoint. Perché prima degli Accordi di Oslo, prima del 1993, non c’erano confini, non c’erano barriere, si andava ovunque: ma da quando la Cisgiordania e Gaza sono, in teoria, autonome, agli israeliani l’accesso è proibito. Era a Gaza fino a due settimane fa. «A Gaza spegni la mente, e fai il tuo. E basta. O crolli. Ma poi, ti imbatti nei palestinesi. Magari durante una perquisizione. E capisci che sono uguali a te. Cioè, vittime della guerra, certo, e di Hamas, ma prima ancora, della Storia. Del 1948. Degli inglesi. Di Hitler. Di tutto. Esattamente come noi. Ognuno fa all’altro quello che l’altro gli fa, ogni volta con un po’ più di ferocia: ma alla fine, neppure ci conosciamo». Sto qui, ma vorrei stare a Beirut, mi dice. A Damasco. «Non siamo che pedine, ormai. Gli arabi manipolano i palestinesi, ma gli Stati Uniti? Non manipolano Israele? Siamo tutti ostaggi».

Un soldato fuma hashish nel locale Hidden Tribe, “la tribù nascosta”, un riferimento alle dodici tribù di Israele. 

La pace dell’animo

«Se non altro, però, ora è tutto chiaro. Tutta la retorica della coesistenza, dei due Stati: non era che una sceneggiata. Nessuno, qui, ha brindato alla morte di Sinwar. Né nessuno brinderà a quella di Khamenei. Perché tanto, niente è decisivo. E l’unica, è convivere con questa realtà. Con l’animo in pace. Quella dell’animo è l’unica pace possibile», dice Noam Sharabi, 24 anni, che entra e di istinto si sceglie l’angolo più interno del bar: dovesse esserci un’esplosione. Il 7 ottobre era al Nova. E al Nova, mi dice, resterò per sempre.

Perché per gli israeliani, è cambiato tutto, tranne una cosa: è ancora il 7 ottobre.

Sono in guerra da sempre, è vero. Ma la guerra, era sempre stata altrove. A Jenin, a Gaza, in Libano. O al più, per strada. Mentre ora è in casa. Anzi, addosso. Ora, i missili dell’Iran forano l’Iron Dome. E anche se tra gli oltre 60 mila palestinesi morti, e 15 mila dispersi, il 4 per cento della popolazione di Gaza, e i 2 mila israeliani, lo 0,02 per cento di quella di Israele, il rapporto è trenta a uno, questa è la più lunga delle guerre. «Ed è difficile. L’Idf, l’intelligence, il governo, i governi, a destra come a sinistra: tutti garantivano che era tutto sotto controllo. E invece, prima il 7 ottobre. E adesso, questa guerra senza fine. In cui gli interessi di Netanyahu, e dei coloni, interferiscono con quelli dello Stato: e non bombardi se ha senso bombardare, ma se conviene. Se c’è l’udienza di un processo. Se c’è il voto per l’arruolamento degli ultraortodossi. Chi controlla chi?», dice Maya Esh, che non ha nessuna voglia di parlare, premette, è qui solo per staccare, staccare da tutto e tutti: ma poi, parla per un’ora filata. Si alza, va via, torna. Va via di nuovo. Si accende una sigaretta dopo l’altra.

Ha 21 anni. Il 7 ottobre, era di turno in una delle basi militari assaltate: della sua squadra è la sola sopravvissuta. «Per questo nessuno protesta. Per questo Netanyahu è ancora al potere, anche se ha tutti contro. Perché o hai la guerra a Gaza, o la resa dei conti: la guerra civile. E il punto è che se sei israeliano, hai una sola certezza: Israele. Ma ora, cos’è Israele? Mi sta proteggendo? O mi sta scavando la fossa?». Ora, in effetti, è come se gli israeliani non avessero che gli altri israeliani: per questo, dopo Gaza, vengono tutti qui. Per stare lontano da Israele: ma tra israeliani. Perché solo tra israeliani si sentono sicuri, e soprattutto, compresi. E un po’, perché temono di ritrovarsi all’Aja. Temono che in realtà tu non sia una giornalista, ma una di Amnesty International.

La Valle degli Dei

Manali non è poi così minima. Ha ottomila abitanti. E molti stranieri, perché è in una delle valli più famose dell’Himalaya, la Valle degli Dei, con templi ovunque. La valle parallela è quella del Dalai Lama. Ma gli israeliani stanno tutti su una delle due sponde del fiume. «Fanno molto comunità. Troppo. Fanno bolla. Ti escludono», dice uno dei dj. «Non c’è interazione. Tentiamo di guadagnarci su, e nient’altro». E comunque, meglio, dice. «Stanno qui a ballare e sballarsi: e intanto sterminano i palestinesi».

Questa è l’unica cosa da scrivere, dice. Ti basta un rigo.

Non è che segua molto il Medio Oriente. In India, la priorità è piuttosto il Kashmir. Ma gli israeliani, dice, è noto: sono i padroni. A loro tutto è permesso. «Qui, alcuni bar sono solo per gli israeliani». Non è vero: sono solo per gli stranieri, come anche altrove. Non è sionismo: è colonialismo. Ma la voce che gira è questa.

Un giovane indiano vende attrezzatura per hashish a Kasol, non lontano da Manali 

«Tra l’altro, chi dice che il 7 ottobre è stata Hamas?», mi domanda il fonico, anche lui indiano. «Come mai non c’era l’esercito? «Questa è come il Covid», insiste. «Che Israele dopo un giorno aveva già il vaccino». Da Gaza all’antisemitismo il passo è breve.

«Ma guarda. Guarda come girano in drappello. A tre a tre. In automatico. Come se fossero di pattuglia. Guarda come si guardano intorno, mentre ti parlano. Dovesse esserci un cecchino. Non sono mai stati più fragili di ora che sono invincibili», dice Alon Bennett, maestro di yoga che ha lasciato Tel Aviv perché gli ebrei, dice, erano andati in Medio Oriente per costruire Israele, non per demolire la Palestina. Sta in India da trent’anni. Trent’anni che riassume così: dall’LSD al PTSD, lo stress post-traumatico. «Avvertono che stanno sbagliando, che hanno sempre più nemici: ma è una sensazione che rimane lì. Sullo sfondo. Perché gli israeliani non sono più abituati a ragionare, ma a eseguire ordini. A obbedire. A risolvere tutto con la forza». E non era questo il fascismo, dice? Non è per questo che siamo finiti nei forni? Per gli Eichmann? «E purtroppo, stanno migliorando. Cioè… Psicologicamente. Via via, si stanno adattando. E non è positivo. Perché in un Paese in cui vivi con il rifugio antiaereo in casa, M16 a tracolla, essere normali non è normale». Abbatteranno l’Iran, e poi?, si domanda. Che sarà di Israele? Più che cambiare le cose, dice, questa guerra ha cambiato gli israeliani.

«Non è semplice. Perché come tutti i reduci, parlano solo con chi è stato in guerra. Ti dicono: Solo chi è stato in guerra può giudicare. E così, non parlano che allo specchio».

Vengono qui, e passano da un rave all’altro. Nei boschi. O si dedicano agli sport di adrenalina per cui queste zone sono perfette. Il rafting, il parapendio, l’arrampicata. Lo snowboard. Svegli il più possibile, svegli h24: perché niente è più spietato della notte – con il suo silenzio, la sua quiete, la sua solitudine. Fino a quando cedono. E si addormentano su una jeep. In un prato. In un caffè.

Tutto è Be’eri

Dan Magen è di Be’eri, e il 7 ottobre, era lì, nella mattanza. Fissa le cime innevate. Per ore. Chiuso in se stesso a doppia mandata. Dice solo: «A Gaza, pensavo di superare Be’eri. E invece, ora, tutto è Be’eri». Era già stato qui. Stavolta è diverso.

«Stavolta non è un viaggio: è una fuga. Una fuga dalla guerra, da Israele: da tutto», dice Yair Frandzel, 27 anni, che a Gaza è stato sei mesi. «In realtà non sono mai stato a Gaza. Perché in sei mesi, Gaza non l’ho mai vista. E non è un caso se veniamo tutti in India, perché è per definizione il Paese della spiritualità, e della ricerca interiore. Ed è l’opposto di Israele. Più che un altro Paese, è un altro mondo. In cui non c’è organizzazione, ma improvvisazione. Hanno tutti mille problemi, qui: ma non è un problema. In Israele, siamo tutti concentrati sul futuro, sulle sue incognite. Su come sventare il pericolo. Ma poi vieni qui, e capisci che non importa. Anche se non organizzi tutto, non controlli tutto: funziona comunque», dice. «Ogni israeliano dovrebbe venire qui. L’India dovrebbe essere obbligatoria quanto la leva», dice, mentre tutto a un tratto, c’è uno sfrigolio e un black-out. In un istante, sono tutti a terra. Anche se qui un black-out è frequente. Uno spacca il suo bicchiere e va via. «Vaffanculo, Hamas», dice.

Elad Aharon ha perso tutti i suoi amici al Nova. Era venuto via la sera prima. Ed era al Ben Gurion, al check-in per Delhi quando l’aeroporto di Tel Aviv è stato centrato da un missile degli Houthi. E adesso, dice, ho paura. Paura e basta. Fa e disfa origami con un tovagliolo, da solo. Sempre lo stesso tovagliolo. «Vorrei che Gaza sparisse. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto nuovi raid, nuovi morti. Nuove stragi. Per questo sto qui. Ma quello, quello lì, non ti sembra Gaza?», mi dice indicando un uomo malconcio che, scalzo, mendica nella strada di sole e polvere, «E quello?», dice indicandone un altro, steso all’ombra di un muro. «E lì? E lì?», dice, ma c’è solo uno slargo. Poi capisco: non c’è niente.

Per questo gli sembra Gaza. E fa e disfa i suoi origami. «Faccio ogni notte lo stesso sogno. Sono a una pompa di benzina e degli arabi arrivano e iniziano a sparare. Rispondo: ho un M16, e sparo, sparo, sparo a tutti. Ma invece di colpire gli arabi, colpisco i miei amici. E resto solo». «Come si viene fuori da tutto questo?», chiede.

Dice: «Hai un po’ d’erba?».

Sul Venerdì dell’8 agosto 2025

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