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Neve Shalom, il villaggio israeliano dove ebrei e palestinesi vivono insieme

La festa di fine anno nella comunità di Neve Shalom. Il villaggio è sostenuto in Italia dall'Associazione Amici Neve Shalom, www.oasidipace.it 
Il “dinosauro della pace” abitato da 200 famiglie tra Tel Aviv e Gerusalemme resiste da mezzo secolo. Ed è sopravvissuto anche al 7 ottobre English Version
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Qualche mese fa un gigantesco incendio ha distrutto tutta la zona intorno a Neve Shalom. Le fiamme sono andate avanti per giorni, hanno bruciato centinaia di alberi, ettari di vigneti, e sono arrivate a lambire le case di questo villaggio su una collina a metà strada fra Tel Aviv e Gerusalemme. Il fatto che il villaggio sia ancora qui, intatto, in mezzo ad alberi bruciati e prati secchi, è una metafora perfetta per questo luogo: testardo e resiliente, fuori da tutto ma allo stesso tempo al centro. L’Isola che non c’è: che però c’è e da cinquanta anni vive, resiste e cresce.

Neve Shalom è la prova che un altro Israele esiste. Nonostante tutto. «Siamo piccoli, non troppo forti e molto poveri: ma non siamo gente che molla», ci dice con ironia Samah Salaime, portavoce della comunità. Fondata 55 anni fa dal frate domenicano Bruno Hussar su un terreno del monastero di Latrun, Wahat al Salam – Neve Shalom (letteralmente, in arabo e in ebraico, il villaggio della pace) è una comunità di pales…

Qualche mese fa un gigantesco incendio ha distrutto tutta la zona intorno a Neve Shalom. Le fiamme sono andate avanti per giorni, hanno bruciato centinaia di alberi, ettari di vigneti, e sono arrivate a lambire le case di questo villaggio su una collina a metà strada fra Tel Aviv e Gerusalemme. Il fatto che il villaggio sia ancora qui, intatto, in mezzo ad alberi bruciati e prati secchi, è una metafora perfetta per questo luogo: testardo e resiliente, fuori da tutto ma allo stesso tempo al centro. L’Isola che non c’è: che però c’è e da cinquanta anni vive, resiste e cresce.

Neve Shalom è la prova che un altro Israele esiste. Nonostante tutto. «Siamo piccoli, non troppo forti e molto poveri: ma non siamo gente che molla», ci dice con ironia Samah Salaime, portavoce della comunità. Fondata 55 anni fa dal frate domenicano Bruno Hussar su un terreno del monastero di Latrun, Wahat al Salam – Neve Shalom (letteralmente, in arabo e in ebraico, il villaggio della pace) è una comunità di palestinesi ed ebrei che vivono insieme secondo un modello di uguaglianza e rispetto.

In realtà, dire “comunità” può essere riduttivo. Neve Shalom è un villaggio vero e proprio, come ce ne sono migliaia in Israele: con un cancello di ingresso, una scuola per i bambini, un parco giochi, spazi per l’arte e per la preghiera e anche un albergo. Solo che tutto questo si regge in base al principio del 50 e 50: il cinquanta per cento degli abitanti sono ebrei israeliani, l’altro cinquanta arabi israeliani. A scuola si parlano due lingue e si studiala storia di due popoli. Nella Casa della preghiera c’è spazio per tutte le religioni, anzi anche per gli atei. Da qualche mese c’è una Tenda del lutto dove i residenti, di entrambi i popoli, possono condividere le storie delle persone che hanno perso in questa guerra: dall’una e dall’altra parte del confine.

L’Isola che non c’è appunto: ma che a un certo punto nella storia di Israele – trent’anni fa, prima che l’assassinio di Yitzhak Rabin da parte di un estremista ebreo mettesse fine al processo di pace – avrebbe potuto esserci: e oggi invece è una bolla all’interno di un Paese sempre più cieco e violento.

Da tempo ciò che accade a Neve Shalom – la Scuola per la pace, un’istituzione che negli anni ha formato 70 mila persone al tema della convivenza, la presenza di alcune delle principali realtà del fronte del dialogo – può essere considerato eccezionale: ma nell’Israele di oggi è più giusto definirlo “folle” o “eroico”.

Scegliete voi.

Una parte del gruppo dei fondatori di Neve Shalom. Il primo insediamento è del 1975. Seduto al centro, Bruno Hussar 

Ad occhi chiusi

L’attenzione concentrata quasi esclusivamente su Gaza non aiuta a capire quanto, in questi mesi, lo spazio per il dialogo o per la differenza (tantomeno per la dissidenza) in Israele si sia ristretto. Dal 7 ottobre tantissimi esperimenti di confronto o di convivenza che andavano avanti da anni sono affondati o hanno cambiato pelle: dal Magnificat, la scuola di musica della Custodia di Terra Santa abbandonata da alcuni professori intolleranti al clima di rispetto reciproco imposto dai francescani, alla Roma club Gerusalemme academy, scuola calcio che si vantava di avere fra i suoi giovani talenti anche ragazzini arabi ma che oggi è una realtà a senso unico. Fino all’Educational bookshop, la libreria più bella di Gerusalemme, nella parte Est della città, quella che – secondo le Nazioni Unite – Israele occupa illegalmente dal 1967: per due volte i proprietari sono stati fermati con l’accusa di “incitamento alla violenza” per aver esposto libri sul conflitto israelo/palestinese. Alla Knesset, il Parlamento, ormai si parla apertamente di “annessione” della Cisgiordania e chi esprime idee discordanti, come il parlamentare arabo-israeliano Ayman Odeh, finisce sotto inchiesta.

Certo, nelle ultime settimane il numero delle organizzazioni e dei singoli che si sono schierati contro l’offensiva di Gaza è cresciuto: ma non bisogna farsi trarre in inganno. La maggioranza della gente che scende in piazza chiede la fine di una guerra in cui i soldati muoiono giorno dopo giorno e il ritorno degli ostaggi: non una soluzione definitiva al conflitto con i palestinesi, tantomeno un progetto di convivenza. A voler essere generosi, la fetta di popolazione che la pensa così non supera il 20 per cento: e se non è riuscita ad ottenere nulla o quasi quando era la maggioranza, è da ingenui pensare che ci riesca oggi. Anche per questo ai media israeliani è facile ignorare questa realtà: perché è la voce di una minoranza. Giornalisti di tutto il mondo sono venuti fin qui: ma nessun israeliano.

Il tempo delle lacrime

A Neve Shalom questo lo sanno benissimo. Eppure, invece di mollare, rilanciano. «Ci chiamano il Dinosauro della pace, perché siamo una delle realtà più vecchie in questo campo: non siamo un esperimento o un’iniziativa. Noi esistiamo, da cinquant’anni. Abbiamo famiglie che portano i bambini a scuola tutti i giorni, la maggior parte da fuori del villaggio: e bambini che sono cresciuti qui e ora, da adulti, tornano per crescere qui le loro famiglie. Siamo qui a dire che vivere in modo diverso è possibile, che questo Paese non deve essere per forza fondato sulla supremazia ebraica». Salaime, che viene da una famiglia araba di Haifa, ricorda lo scetticismo con cui 25 anni fa gli amici accolsero la sua scelta di trasferirsi fra queste colline. E la paura della madre, che dopo il 7 ottobre le chiese di lasciare il villaggio. Non nasconde che quel giorno sia stato un trauma anche qui.

Qualche sera dopo il massacro di Hamas, la comunità si è ritrovata: ci sono state lacrime e c’è stata rabbia, tanta rabbia. Dopo un primo momento comune, arabi e ebrei si sono riuniti ciascuno con il suo gruppo, per parlare senza remore, per poi ritrovarsi di nuovo insieme. Salaime era tesa per i suoi amici a Gaza, per quello che avrebbe potuto succedergli: non sapeva ancora che a Bee’ri, uno dei kibbutz più colpiti dall’attacco, era stata uccisa anche la sua amica Vivien Silver, una delle voci più note del movimento per la pace in Israele. Frammenti di ossa della donna sono stati ritrovati settimane dopo fra le macerie della sua casa, carbonizzata. Di quelle ore, ricorda due cose: «Le lacrime di una donna abbandonata dai suoi amici progressisti perché, nonostante la strage, aveva scelto di restare qui, accanto ad arabi israeliani come me: aveva bisogno di un abbraccio, gliel’ho dato io». E le parole di Eitan, uno dei fondatori del villaggio: «Ci disse: “È solo un’altra guerra. Ce la faremo. Siamo sopravvissuti alla Guerra dei Sei giorni, alla prima e alla seconda Intifada, al Libano: supereremo anche questa, continueremo a crescere”».

Così è stato: nessuna delle duecento famiglie del villaggio è andata via, tutti i bambini erano presenti quando la scuola ha riaperto, due settimane dopo la strage di Hamas. Compresi quelli – sono la maggioranza – che arrivano da 19 villaggi nell’area. La lista di attesa per venire a vivere qui ha continuato a crescere. «È infinita», dice Salaime, «ma non abbiamo spazio per tutti. E non vogliamo accogliere chi vuole venire solo perché è un posto bellissimo: chi arriva deve esserein linea con le nostre idee».

E se domani…

Certo, le tensioni non sono mancate: a spezzare amicizie che duravano da anni è stata in particolare la scelta di alcuni abitanti ebrei di prestare servizio nell’Idf, le forze armate israeliane, di supportarle o di girare armati. «Non è stato facile per molti abitanti accettarlo. Abbiamo discusso sul diritto alla difesa di Israele, sul ruolo dell’esercito». Ma le differenze si sono attenuate con il tempo: da Neve Shalom sono uscite alcune delle voci che da tempo denunciano i crimini dell’Idf. C’è chi, dopo i primi tempi nell’esercito, ha rifiutato di tornarci: e chi ha chiesto di essere spostato lontano dai combattimenti. Ideale? No. «Ma quello che facciamo qui è lavorare per portare cambiamenti nel nostro piccolo, giorno dopo giorno».

Il grande intanto, è tutta un’incognita: all’ombra di Gaza, il governo ha spostato la sua agenda sempre più a destra, la violenza in Cisgiordania continua a salire, i sondaggi raccontano che, nonostante tutto, se si votasse oggi il premier Benjamin Netanyahu e i suoi avrebbero ancora molto da dire sul futuro di questo Paese. «Il nostro problema» – conclude Salaime mentre giriamo la scuola dove da poco le classi hanno chiuso con una festa l’anno scolastico – «è che non abbiamo un piano. E quando dico “noi” intendo quelli che non sono d’accordo né con chi grida From the river to the sea né con il suprematismo ebraico. Due Stati per due popoli? Uno Stato con uguali diritti? Parliamone. La destra estrema ha un piano, l’annessione: noi no».

Qualche mese fa a Gerusalemme, una conferenza ha riunito le varie anime del cosiddetto “fronte della pace”. Gruppi come Rabbi for Human Rights, A Land for All, B’Tselem – solo per fare qualche nome – che negli ultimi mesi hanno registrato molte nuove adesioni, soprattutto di giovani. Per qualcuno è stato solo uno show, per Salaime un momento di speranza. «Quello che ci serve è una proposta politica. Noi pensiamo che il nostro possa essere un modello da esportare. Non serve costruire nuovi villaggi, non sarebbe neanche possibile oggi. Ma questo Paese è fatto di realtà miste: le università, gli ospedali, gli uffici. Forse solo le comunità ultraortodosse sono composte unicamente da ebrei».

Sono parole che, lasciando il villaggio, restano in testa. Sulla strada per Gerusalemme c’è il solito mare di bandiere con la stella di David. Ed è impossibile non farsi una domanda: davvero quella che Israele sta percorrendo è l’unica strada per il futuro?

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