Il Totti d’Africa che dà un calcio alle gang
Valerio CataldiKibera, il più grande slum dell’Africa, è un dedalo di baracche e corridoi di fango nel cuore di Nairobi, dove il futuro si misura in sopravvivenza. Ma per Erick Oduor, 32 anni, conosciuto da tutti come “Totti”, il pallone ha sempre avuto il potere di spalancare le porte della speranza. Il soprannome glielo diedero i suoi compagni quando, nel 2006, durante i Mondiali di calcio, segnò due gol indossando una maglia della Roma con stampato il nome di Francesco Totti. «Non sapevo nemmeno chi fosse» racconta sorridendo. «Poi ho iniziato a guardare i suoi video, a capire chi era il Re di Roma. E volevo essere come lui: un leader».
Persi per strada
La storia di Erick è quella di un ragazzo cresciuto tra le lamiere di Kibera, ma determinato a sfidare un destino scritto dalla pove…
Kibera, il più grande slum dell’Africa, è un dedalo di baracche e corridoi di fango nel cuore di Nairobi, dove il futuro si misura in sopravvivenza. Ma per Erick Oduor, 32 anni, conosciuto da tutti come “Totti”, il pallone ha sempre avuto il potere di spalancare le porte della speranza. Il soprannome glielo diedero i suoi compagni quando, nel 2006, durante i Mondiali di calcio, segnò due gol indossando una maglia della Roma con stampato il nome di Francesco Totti. «Non sapevo nemmeno chi fosse» racconta sorridendo. «Poi ho iniziato a guardare i suoi video, a capire chi era il Re di Roma. E volevo essere come lui: un leader».
Persi per strada
La storia di Erick è quella di un ragazzo cresciuto tra le lamiere di Kibera, ma determinato a sfidare un destino scritto dalla povertà e dal crimine. «Qui, se giochi a calcio, la gente pensa che vivi di illusioni. Pensi di diventare un professionista, ma alla fine abbandoni la scuola e resti intrappolato».
A Kibera, i sogni costano cari. Un paio di scarpini è un lusso inaccessibile. E spesso chi non riesce a sfondare nel calcio, finisce per arruolarsi nelle gang o nella spirale della droga.«Per me Kibera è casa, è una scuola di vita. Ti insegna a sopravvivere, a non mollare mai» dice Erick, «chi vive fuori pensa che sia solo un luogo di miseria e violenza, ma per noi è il posto dove siamo cresciuti, e nessun altro luogo ci insegna meglio come affrontare la vita».Sa bene che cosa significhi perdere amici per colpa della strada. Ricorda ancora il giorno in cui Austin, il portiere della sua squadra, fu ucciso durante una rapina a mano armata. «Era il nostro numero uno, ma voleva quella vita di lusso che vedeva nei calciatori, così si è unito a una banda. È morto a 21 anni». Dopo Austin, toccò a Kafu. E il bilancio continuava a salire. «Mi chiedevo: per quanto tempo andremo avanti a seppellire i nostri amici?». Da quelle tragedie nacque l’idea della Interbase League, un torneo di calcio nato per offrire ai giovani un’alternativa concreta alla strada. Era il 7 agosto 2018, quando Erick e alcuni allenatori decisero di andare di base in base — come vengono chiamati i luoghi di ritrovo delle gang — per convincere i ragazzi a scegliere il pallone invece delle armi. «Abbiamo scelto di farlo il sabato, perché era il giorno in cui venivano uccisi più giovani. Volevamo spezzare quella catena».
Più di una partita
All’inizio non è stato facile. Erick e i suoi si trovavano di fronte gruppi di ragazzi armati, ostili, diffidenti verso chiunque cercasse di cambiarli. Ma la tenacia e la forza del pallone hanno iniziato a fare breccia. «Andavamo da loro, prendevamo una tazza di tè insieme e poi iniziavamo a parlare. Non volevamo giudicare, ma ascoltare e offrire una possibilità». Oggi, la Interbase League è diventata una seconda casa per centinaia di giovani. «Nel 2019 avevamo coinvolto 1.255 ragazzi. Ora siamo arrivati a oltre 4.500». Non si tratta solo di calcio: ogni partita è un’occasione per discutere di vita, di scelte, di speranze. E i risultati si vedono. «C’è stato un ragazzo di Makongeni, ricercato dalla polizia per rapine. Gli agenti avevano l’ordine di sparargli a vista. Ma lo avevamo inserito nella Lega. Quando i poliziotti lo hanno visto allenarsi, uno di loro si è commosso e mi ha dato tremila scellini dicendomi: “Salva la vita di altri giovani come lui” ».La trasformazione di Kibera passa anche dalle storie di riscatto al femminile. «Molte ragazze qui pensano che la loro vita sia finita dopo una gravidanza precoce o dopo essere cadute nella droga. Ma abbiamo voluto coinvolgerle. La Lega Spagnola è venuta persino a trovarci per sostenere il nostro progetto». Susan, una giovane donna che un tempo voleva farla finita, oggi è una delle voci più forti del movimento di rinascita che “Totti” ha creato a Kibera.Una speranza La sfida più grande resta la mancanza di risorse. «Non abbiamo sponsor, non abbiamo divise, palloni, porte. Facciamo tutto con quello che possiamo. Spesso ci mettiamo i soldi di tasca nostra per l’arbitro o per comprare un piccolo premio ». Un grido d’aiuto che Erick rivolge anche al suo idolo: «Francesco Totti, vieni a Kibera. Vieni a vedere come un ragazzo che porta il tuo nome sta cercando di cambiare la vita di migliaia di giovani. Qui il calcio è una speranza, come lo è stato per te».
Ogni sabato mattina, Erick si incammina lungo le strade polverose dello slum, raggiunge le basi, incontra i ragazzi nei loro ritrovi. «La prima volta che mi sono presentato, mi guardavano come un pazzo. Ma ora mi chiamano “papà”. Per loro sono il simbolo che il cambiamento è possibile».La leggenda della Roma forse non sa che, a migliaia di chilometri dall’Olimpico, il suo nome risuona tra i vicoli di Kibera come simbolo di rinascita. E che grazie a Erick “Totti” Oduor, ogni sabato, un pallone continua a rotolare, schivando le trappole della miseria.«Il calcio non risolve tutto» conclude Erick , «ma dà un motivo per alzarsi la mattina, per sognare, per stare lontani dalla droga e dalle gang. Io ho scelto di restare a Kibera, di non andarmene, perché questa è casa mia e questa è la mia battaglia».
Sul Venerdì dell’8 agosto 2025