Eolico, chi ferma il vento in Italia
di Matteo Pucciarelli“No eolico nel Mugello”, “No eolico Camugnano e Castiglione dei Pepoli”, “No al parco eolico di Magliano in Toscana!”, “No al parco eolico offshore Otranto-Leuca”, “No al parco eolico di Borgo val di Taro”, “No eolico nella valle del Fortore”, “No eolico in Sardegna”, idem in Maremma, in provincia di Macerata, eccetera eccetera: comitati, associazioni, intellettuali, ecologisti critici, amministrazioni comunali, esponenti locali dei partiti, con una certa trasversalità. Paese che vai, no Eol che trovi: si organizzano convegni, assemblee, manifestazioni, pagine social, petizioni online, azioni legali, veglie e appelli, condizionando chi deve decidere. C’è uno slogan che risuona spesso ed è facile gioco di parole: “Fuori dalle pale”.
L’eolico, assieme all’idroelettrico e al solare energia verde per eccellenza, fondamentale per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione, semina proteste un po’ dappertutto. Lo accusano di tantissime cose, soprattutto di rovinare il paesaggio.
“No eolico nel Mugello”, “No eolico Camugnano e Castiglione dei Pepoli”, “No al parco eolico di Magliano in Toscana!”, “No al parco eolico offshore Otranto-Leuca”, “No al parco eolico di Borgo val di Taro”, “No eolico nella valle del Fortore”, “No eolico in Sardegna”, idem in Maremma, in provincia di Macerata, eccetera eccetera: comitati, associazioni, intellettuali, ecologisti critici, amministrazioni comunali, esponenti locali dei partiti, con una certa trasversalità. Paese che vai, no Eol che trovi: si organizzano convegni, assemblee, manifestazioni, pagine social, petizioni online, azioni legali, veglie e appelli, condizionando chi deve decidere. C’è uno slogan che risuona spesso ed è facile gioco di parole: “Fuori dalle pale”.
L’eolico, assieme all’idroelettrico e al solare energia verde per eccellenza, fondamentale per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione, semina proteste un po’ dappertutto. Lo accusano di tantissime cose, soprattutto di rovinare il paesaggio.
Nel Mugello a inizio estate un gruppo di incappucciati ha pure tentato la via del sabotaggio, riportando la memoria ai movimenti No Tav che in Valsusa si fecero moto di popolo. Anche perché pure qui, per far spazio alle pale, si fanno fuori pezzi di bosco e di montagna. E però in fatto di eolico le cose si fanno parecchio più complicate. Perché ogni territorio ha un panorama a sé da tutelare, ad esempio; e come si fa a decidere quale merita più riguardo estetico rispetto a un altro? Ma non solo: anche quello offshore, cioè in mare aperto, spesso trova identiche resistenze.
Le ragioni per dire no, buone o meno che siano, si trovano sempre.Imponenti, alte più di 100 metri e che possono arrivare a 200, rumorose quando tira vento, le pale non sono belle da vedere, ma trovare siti talmente remoti da non scontentare nessuno è impossibile. E così chi dice no viene automaticamente accusato di sindrome Nimby, acronimo di Not In My Back Yard, non nel mio cortile: l’eolico serve per la transizione, certo, ma fatelo altrove.
Intellettuali contro
Il progetto Phobos ad esempio, previsto tra Orvieto e il lago di Bolsena, prevede sette turbine: in un documento inviato un anno fa a Sergio Mattarella e firmato da registi (Marco Bellocchio, Luca Guadagnino, Mario Martone, Gabriele Salvatores), studiosi e accademici (Salvatore Settis, Ernesto Galli della Loggia, Carlo Ginzburg), scrittori (Dacia Maraini, Teresa Ciabatti, Paolo Giordano, Niccolò Ammaniti, Susanna Tamaro) e attrici (Isabella Rossellini, Alba Rohrwacher), si denuncia un piano «affetto da un pericoloso gigantismo».
L’impatto visivo è innegabile e inevitabile. «Ma è un po’ come i tralicci, che sono decine di migliaia, piazzati un po’ dovunque, e sono ormai parte integrante di tutti i panorami della bella Italia. E nessuno se ne lamenta», commenta Massimo degli Esposti di vaielettrico.it, portale che racconta la transizione della mobilità verso le emissioni zero.
Sul fronte sardo
La Sardegna è considerata un’area strategica per la produzione di energia eolica grazie alla presenza di venti costanti. Ma anche lì, è tutta una contestazione e la presidente Alessandra Todde del M5S ha messo dei paletti: le uniche zone che saranno destinate a ospitare pale eoliche e pannelli fotovoltaici saranno quelle industriali e le aree già “compromesse”. Greenpeace ha promosso uno studio con l’Osservatorio di Pavia che ha analizzato le ragioni di rifiuto o accettazione condizionata all’eolico sull’isola, anche attraverso il racconto dei media e la visione dei profili social più impegnati nel dissenso.
A parte la questione paesaggio, ecco i fattori: eccessivo consumo di suolo, danno ambientale (compreso per gli animali), danno al patrimonio artistico, difesa dell’identità, danni economici, impatto sul turismo, sulla salute dei cittadini (i materiali nocivi utilizzati per realizzare le pale), la speculazione energetica, l’eolico calato dall’alto, le colpe del green, rischi di infiltrazione della criminalità. Quest’ultima ipotesi non è solo teorica: in Calabria avvenne davvero, nel 2017 a Isola Capo Rizzuto l’impianto fu confiscato per legami con la ‘ndrangheta, mentre in Sicilia nel 2019 venne arrestato assieme ad altri Paolo Arata, imprenditore ed ex deputato di Forza Italia, c’erano di mezzo le cosche.
Nelle contestazioni agli impianti ci sono anche toni complottisti: si parla, spesso e senza prove, di faccendieri, speculatori, multinazionali, signori del vento, lobby energetiche, tutto un mondo oscuro che trama per le pale.Non c’è solo questo, però, ma anche valutazioni politiche più profonde: «Vorremmo ricominciare a parlare di risparmio energetico e finitezza delle risorse. Chiediamo che la strategia di contrasto alla crisi ambientale e climatica sia sistemica e non basata unicamente su una sostituzione delle fonti di produzione dell’energia», denunciano dal “Comitato per la difesa dell’Anglona dalla speculazione energetica”. «C’è un obiettivo da raggiungere entro il 2030 ma manca tutto il resto: un’analisi del contesto sociale e territoriale in cui intervenire, un confronto preventivo con le popolazioni e gli enti locali, un progetto di transizione energetica collegato a una trasformazione ecologica dell’economia, alla luce della crisi climatica globale».
Sull’Appennino toscano il gruppo “Tess - transizione ecologica senza speculazione”, denuncia «un’informazione unilaterale, tesa a criminalizzare il dissenso, ancor prima che ci sia un accertamento della veridicità dei fatti, una informazione che non dà nessuna voce al dissenso quando è propositivo e costruttivo».E come se non bastasse, all’orizzonte c’è un’altra sindrome, la Nimto, che sta per “non nel mio mandato”. La patata è bollente e gli amministratori, di fronte a diffidenze e levate di scudi, preferiscono mollarla a chi verrà dopo. Italia nostra, storica associazione di tutela dei beni storici e paesaggistici, con i propri referenti locali è presente in diversi comitati territoriali critici coi progetti. Il presidente Edoardo Croci spiega che «noi siamo favorevoli a più impianti rinnovabili per la sfida climatica, ma poi va visto caso per caso, l’Italia ha una configurazione ricca di particolarità paesaggistiche».
Quindi rieccoci alla domanda: come si fa a trovare i posti giusti dove poter costruire un impianto eolico? Il decreto governativo sulle aree idonee del giugno 2024 cercava di dare una risposta, ma a maggio il Tar del Lazio lo ha bocciato: non sono declinati i principi generali, necessari affinché ognuno, cioè ogni regione, poi non faccia per sé con regole proprie.
«Servono delle linee guida, i principi macro sono negli interessi di tutti, comprese le aziende del settore. Noi», continua Croci, «stiamo lavorando con degli esperti per presentare le nostre proposte».Il mondo ambientalista non è un magma indistinto, e infatti Legambiente è invece schieratissima con l’eolico. «Per evitare gli impatti paesaggistici bisogna intanto ricordarsi di quelli veri, sotto i nostri occhi, che magari non hanno mai avuto la stessa attenzione: cave, discariche, autostrade, capannoni, zone industriali. Bisogna pensare progetti non solo con gli ingegneri ma anche coi paesaggisti. Dopodiché tanti non si rendono conto, protestando, di fare gli interessi dei veri speculatori dell’energia: cioè il mondo del fossile, un animale in gabbia che non ci sta a farsi archiviare e scatena altre forze per proprio conto», è il ragionamento del presidente nazionale, Stefano Ciafani.
In alto mare
Nel 2023 il 43,7 per cento dell’energia elettrica italiana è stata prodotta dalle rinnovabili e il restante 56,3 per cento con fonti fossili, altamente inquinanti. Scorporando il dato delle rinnovabili, il 14,5 per cento è stato generato dall’idroelettrico, vale a dire dalle centrali che sfruttano l’acqua, l’11,8 per cento grazie al sole, il 9 per cento grazie al vento. Insomma, l’eolico ha grandi possibilità di crescita. Per fare un esempio: quello offshore, ovvero costruito in mare, in Italia produce 30 megawatt di potenza, c’è solo un impianto a Taranto e ci sono voluti 14 anni per realizzarlo; la Gran Bretagna ottiene invece 14.700 megawatt e la Germania 9.215 dai rispettivi impianti.
«Se volessimo, nel 2035 potremmo coprire interamente il fabbisogno con le rinnovabili. Ma la transizione, con l’elettrificazione delle auto e domestica, comporterà il raddoppio del fabbisogno al 2050», aggiunge Ciafani.
La sfida insomma, secondo Legambiente, è guardare più in là rispetto alla doverosa tutela del proprio territorio. Soppiantare petrolio e gas renderà il Paese più indipendente, ci farà risparmiare sulle bollette e ammalare di meno. Non farlo a spese di altri pezzi di ambiente, volendo, è possibile. Ma soprattutto necessario.
Sul Venerdì dell’8 agosto 2025