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Kursk, il giorno che affondò la Russia

Venticinque anni fa, il sottomarino si inabissava nel Mare di Barents. Putin, sommerso dalle critiche, rispose mettendo il bavaglio a media e oppositori. Risultato: con i 118 marinai morì anche la libertà
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A volerlo vedere, era già tutto lì: la menzogna, il cinismo, il disprezzo per la vita umana. «Onà utonùla», è affondato, si limitò a dire con un inquietante sorriso il presidente russo Vladimir Putin nel settembre 2000 quando Larry King della Cnn gli chiese che cosa fosse successo al sottomarino a propulsione nucleare Kursk. «Oggi sappiamo che ad affondare non fu soltanto il Kursk, ma tutto il Paese», sospira Boris Kuznetsov, l’avvocato di 55 famiglie delle vittime. Occhiali e barbetta bianca, 81 anni, parla tra un tiro di sigaretta e l’altro in video ollegamento da una veranda sul Mediterraneo tappezzata di faldoni. Nel 2007, dopo aver scritto un libro intitolato proprio come la risposta di Putin a King, fu costretto all’esilio per sfuggire ad accuse pretestuose. «A governare il Paese», dice, «è il boss di un’associazione a delinquere, di una banda di cekisti, ex spie assassine. Lo stesso criminale che ha scatenato una guerra insensata contro l’Ucraina. E il primo passo verso l’attua…

A volerlo vedere, era già tutto lì: la menzogna, il cinismo, il disprezzo per la vita umana. «Onà utonùla», è affondato, si limitò a dire con un inquietante sorriso il presidente russo Vladimir Putin nel settembre 2000 quando Larry King della Cnn gli chiese che cosa fosse successo al sottomarino a propulsione nucleare Kursk. «Oggi sappiamo che ad affondare non fu soltanto il Kursk, ma tutto il Paese», sospira Boris Kuznetsov, l’avvocato di 55 famiglie delle vittime. Occhiali e barbetta bianca, 81 anni, parla tra un tiro di sigaretta e l’altro in video ollegamento da una veranda sul Mediterraneo tappezzata di faldoni. Nel 2007, dopo aver scritto un libro intitolato proprio come la risposta di Putin a King, fu costretto all’esilio per sfuggire ad accuse pretestuose. «A governare il Paese», dice, «è il boss di un’associazione a delinquere, di una banda di cekisti, ex spie assassine. Lo stesso criminale che ha scatenato una guerra insensata contro l’Ucraina. E il primo passo verso l’attuale dittatura fascista fu proprio la tragedia del Kursk».

Il 10 agosto di quell’anno, nel Mare di Barents, uno specchio d’acqua a Sud dell’Oceano Artico, la Marina aveva dato il via alle esercitazioni Estate-X, le manovre navali più imponenti nella storia post sovietica con oltre 30 imbarcazioni coinvolte, tra cui quattro sottomarini e l’ammiraglia della Flotta Nord Pjotr Velikj, Pietro il Grande. «Alle 11.28 del 12 agosto un siluro al perossido di idrogeno esplose durante un lancio di prova sul sommergibile K-141. Scoppiò un incendio che durò 2 minuti e 15 secondi e fece detonare il resto delle munizioni. La seconda esplosione, più potente, inabissò il sottomarino fino a 108 metri di profondità». Si era trasformato in una bara d’acciaio. A bordo c’erano 118 marinai: la maggior parte morì all’istante, 23 sopravvissero «per almeno due giorni» barricandosi nel nono compartimento nell’attesa di un salvataggio che non arrivò mai. «Batterono colpi sullo scafo, ma fecero la fine dei topi». Quando il Kursk fu recuperato, trovarono un biglietto d’addio del capitano 27enne Dmitrij Kolesnikov: «Qui è buio. Scrivo a tentoni. Sembra che non ci sia quasi nessuna possibilità, 10-20 per cento. Salutami tutti, non disperate».

Scosse anomale furono rilevate sino in Alaska. I servizi occidentali che seguivano le manovre contattarono le controparti russe, ma furono respinti. E di fronte a quello che già appariva un disastro, Vjacheslav Popov, l’ammiraglio più alto in grado a bordo del Pjotr Velikj, fece ciò che tanti alti ufficiali avrebbero fatto prima e dopo di lui: nulla. Dichiarò lo stato d’emergenza quasi 12 ore dopo. E ammise la crisi soltanto il 14, ma minimizzandola.

Cento giorni

Quel giorno cadevano i primi 100 giorni della presidenza Putin. Il leader del Cremlino era stato informato soltanto la mattina dopo, ma aveva continuato le sue vacanze a Sochi sul Mar Nero. Per più di una settimana non rilasciò alcuna dichiarazione e respinse l’aiuto di Norvegia e Regno Unito finché non fu troppo tardi anche per i pochi superstiti.

«Per la mentalità da “guerra fredda” ancora imperante, accettare aiuti stranieri equivaleva a soccombere al nemico, ma fu un errore», ci dice Igor Kurdin, presidente del Club dei Sommergibilisti di San Pietroburgo, autore del libro Kursk. 20 anni dopo. Segreti nascosti sott’acqua. Quell’agosto del 2000, i media che oggi elogiano Putin erano di proprietà di privati e non gli risparmiarono critiche. “L’uomo forte del Cremlino è nei guai”, titolò Nezavisimaja Gazeta. “Il potere naufraga insieme al Kursk”, commentò Izvestija. E Pervyj Kanal, all’epoca di proprietà del defunto magnate Boris Berezovskij, paragonava il disastro all’incidente della centrale di Chernobyl del 1986 in parte responsabile della caduta di Gorbaciov e dell’Urss. L’inabissamento del sommergibile sembrava avesse affondato anche la presidenza Putin sul nascere. E invece insegnò al giovane e inesperto leader come restare sempre a galla. Capì che, più che l’incompetenza dei vertici o la rabbia del popolo, erano i media a poter affossare un leader e che perciò andavano soppressi. Venticinque anni dopo, è ancora qui.

Quando il 20 agosto Putin interruppe la sua villeggiatura per raggiungere la base del Kursk nella remota penisola di Kola, era già passata più di una settimana dall’affondamento. Non aveva spiegazioni o scuse, ma capri espiatori. Abbronzato, in un abito nero, accusò i magnati delle tv: «Hanno rubato soldi, hanno comprato i media e ora manipolano l’opinione pubblica». Arrivò persino a insinuare che le vedove fossero prostitute assoldate da Berezovskij per danneggiare la sua reputazione. Quando una madre inveì chiedendo risposte, una donna le iniettò un sedativo e i giornalisti furono allontanati. Pur di quietarli, ricoprirono i familiari di risarcimenti così generosi da scatenare l’ira dei parenti dei caduti in Cecenia.

A volte ritornano

L’inchiesta fu chiusa nel 2002 per mancanza di “corpo del reato”. I responsabili mai nominati. E mentre la Russia ammassava truppe al confine ucraino nel 2021, l’ammiraglio Popov riapparve dalla pensione per rilanciare la screditata tesi che il Kursk fosse stato colpito da un mezzo Usa. «Popov continua a cercare di salvarsi il culo. Anche se oramai le sue colpe sono andate in prescrizione», sbotta Kuznetsov. E ripete la sua verità: «I comandanti della Flotta Nord e della Marina non avrebbero dovuto far uscire il Kursk in mare, né tantomeno dare l’ordine di testare quel siluro. L’equipaggio non sapeva manovrarlo. Le tubature non erano state sgrassate. E l’unica unità di soccorso non era stata allertata. Ma hanno dato priorità allo Stato e al metallo (del sommergibile) invece che alla vita umana. È quello che continua ad accadere in Ucraina. Un’indagine interna aveva individuato le colpe, ma Putin diede l’ordine di insabbiarla. I documenti furono falsificati».

Nei mesi successivi alla tragedia, Putin strappò Pervyj Kanal a Berezovskij costringendolo all’esilio e sequestrò Ntv all’altro magnate delle tv Vladimir Gusinskij. È così che riuscì a controllare la copertura mediatica di crisi come l’assedio del teatro Dubrovka nel 2002 o della scuola di Beslan nel 2004, come pure gli abusi in Cecenia e la corruzione delle élite. L’assassinio di Anna Politkovskaja di Novaja Gazeta nel 2006 fu un inquietante monito per chiunque in Russia volesse rivelare la verità. In un quarto di secolo al potere Putin ha continuato a mettere a tacere i media. Una campagna giunta alla sua naturale conclusione dopo l’aggressione contro Kiev nel febbraio del 2022 con la chiusura delle ultime testate indipendenti e l’arresto o esilio di centinaia di giornalisti. È anche grazie al totale controllo dei media che, in tre anni e mezzo di conflitto, Putin ha finora superato indenne quelle che in Occidente sembravano umiliazioni insormontabili: l’affondamento della Moskva, il ritiro da Kherson, l’esplosione sul ponte di Kersh, l’ammutinamento di Wagner e l’incursione ucraina nel Kursk. «Putin ha imparato che, per sopravvivere, non ci deve essere nessuno a smentire le sue bugie. Oggi in Russia ci sono oltre mille detenuti politici. Ogni giorno qualcuno finisce sul banco degli imputati per aver denunciato le sue politiche. La lezione per noi è che bisogna cambiare il regime, cessare il conflitto in Ucraina e liberare i prigionieri politici. Solo con la rimozione di Putin, la gente smetterà di morire». Il 12 agosto? «Le autorità sorvoleranno sull’anniversario», prevede Kuznetsov. «Io invece berrò vodka alla memoria dei 118 morti».

Sul Venerdì dell’8 agosto 2025

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