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Dietro i successi del volley femminile, c’è un esercito in ginocchiere

Mila Hazuki, protagonista dell’anime Mila e Shiro. Due cuori nella pallavolo andato in onda nel nostro Paese dal 1986 su Italia 1 per 58 episodi 

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Un traguardo dopo l’altro, il volley delle donne si è rivelato lo sport di squadra più vincente in Italia. Merito anche di un movimento nato dal basso. Anzi, bassissimo
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Le mie compagne di squadra e io abbiamo un palmarès da paura: abbiamo vinto un oro olimpico, due Vnl (Volleyball Nations League), abbiamo stabilito il record di vittorie consecutive, 29, nella storia della Nazionale femminile di pallavolo. È vero, a Parigi 2024 non siamo salite sul podio con Egonu, Sylla, Danesi & Co. Ma quella medaglia era tanto loro quanto nostra. Era di Stefania la capitana, Ciosca, Daniela e di tutte le altre ragazze con cui dagli anni Ottanta in poi ho condiviso il campo e i campionati di modesta (se non infima) categoria. Se non ci fossimo state noi, le piccole e invisibili operaie della pallavolo, forse su quel podio non ci sarebbero salite nemmeno loro.

Nella stagione scorsa, il pubblico del campionato femminile di serie A ha sfiorato le 500 mila presenze con una media di 4.200 spettatori a partita nei palazzetti. RaiSport, Dazn e Vbtv (la piattaforma ufficiale di streaming della Federazione internazionale) hanno registrato,per la sola serie A, un’audience…

Le mie compagne di squadra e io abbiamo un palmarès da paura: abbiamo vinto un oro olimpico, due Vnl (Volleyball Nations League), abbiamo stabilito il record di vittorie consecutive, 29, nella storia della Nazionale femminile di pallavolo. È vero, a Parigi 2024 non siamo salite sul podio con Egonu, Sylla, Danesi & Co. Ma quella medaglia era tanto loro quanto nostra. Era di Stefania la capitana, Ciosca, Daniela e di tutte le altre ragazze con cui dagli anni Ottanta in poi ho condiviso il campo e i campionati di modesta (se non infima) categoria. Se non ci fossimo state noi, le piccole e invisibili operaie della pallavolo, forse su quel podio non ci sarebbero salite nemmeno loro.

Nella stagione scorsa, il pubblico del campionato femminile di serie A ha sfiorato le 500 mila presenze con una media di 4.200 spettatori a partita nei palazzetti. RaiSport, Dazn e Vbtv (la piattaforma ufficiale di streaming della Federazione internazionale) hanno registrato,per la sola serie A, un’audience di 10 milioni 871 mila telespettatori. La finale olimpica di Parigi, trasmessa in un caldo pomeriggio dell’11 agosto 2024, è stata vista da 5,5 milioni di persone con il 40,3 per cento di share. Il movimento della pallavolo femminile nel 2024 contava 275.146 tesserate (i maschi sono 81.352),nel 1992 erano 124.596.

Numeri da record, vittorie, medaglie. Se il calcio femminile è stata una scintilla che ci ha emozionato per un attimo agli ultimi europei, il volley è una fiamma che si è alimentata con il tempo. Ma nulla di tutto questo ci sarebbe stato senza la spinta di un movimento nato dal basso. Da molto in basso.

I campi all’aperto e quelli al chiuso ma pieni di buche, i palloni bianchi duri come mattoni, le reti che stavano insieme con lo scotch. Eppure stavamo sempre lì, puntuali a ogni allenamento. Perché così insegnava Mimì Ayuhara, protagonista dell’anime Mimì e le ragazze della pallavolo in onda su Italia 1 dal 1981 e nostro primo punto di riferimento. Se lei si allenava nel bagher con le catene ai polsi, chi eravamo noi per lamentarci di qualche scatto in più di riscaldamento quando, sistematicamente, in inverno la caldaia della palestra andava in blocco?

Mimì è stata la nostra prima influencer. I suoi “tutorial” erano costruiti sul sudore e l’abnegazione. Era il faro che illuminava i nostri pomeriggi attraverso la tv. Dove a un certo punto, tra un cagnolino Spank e una dea Pollon, è comparsa Mila Hazuki. Nella versione italiana dell’anime (forse per dare continuità alla storia, visto che i due personaggi erano protagonisti di due manga scritti da autori differenti), Mila era la talentuosissima cugina di Mimì. Era capace di stare in elevazione anche per un intero episodio, far infuocare una palla con le schiacciate, sfidare le leggi della fisica con il servizio supersonico. La sua storia pallavolistica si intrecciava a quella sentimentale con lo scialbo Shiro. Ma a noi che la guardavamo, di Shiro ce ne fregava il giusto. Eravamo ipnotizzate da una cosa soprattutto: la medaglia d’oro olimpica di Seul 1988 che chiudeva la sigla. Era lì che volevamo arrivare. Ed è lì che siamo arrivate 36 anni dopo a Parigi.

Nel mezzo c’è stato altro, ovviamente. Perché il nostro è stato un lavoro certosino e silenzioso. Esploso in un urlo assordante: “Toooguuut”. Era il 2002 e al microfono, a raccontare la storica vittoria mondiale in Germania, c’era Mimmo Fusco. Elisa Togut, classe 1978, aveva appena schiacciato l’ultimo pallone di una partita eccezionale finita al tie break contro gli Stati Uniti: Italia campione del mondo per la prima volta.

Per arrivarci il volley era passato, dall’89 in poi, attraverso le imprese degli Azzurri della Generazione di fenomeni di Velasco (ora ct della Nazionale femminile). È stato in quel periodo che, per la prima volta, anche noi ragazze potevamo far sentire la nostra voce in un mondo, quello dello sport, che aveva sempre parlato al maschile anche quando, da Sara Simeoni a Novella Calligaris, a vincere erano le donne.

Mentre i calciofili commentavano tra loro le vittorie della pallavolo con luoghi comuni e un’infarinatura dell’ultimo minuto, noi avevamo davvero qualcosa da dire: noi a pallavolo ci giocavamo e sapevamo la differenza tra ricezione e difesa, tra fast e primo tempo. Compravamo la rivista Pallavolo Supervolley che raccontava le imprese dell’Olimpia Teodora Ravenna di Manu Benelli, la prima squadra italiana a vincere la Coppa dei Campioni (nel 1988 e nel 1992) sgretolando per la prima volta i muri delle squadre dell’Europa dell’Est mentre a Berlino di muro ne stava cadendo un altro. Da Ravenna a Matera e poi a Bergamo: l’Italia femminile del volley stava conquistando l’Europa. Ma di quegli incredibili successi internazionali, nessuno, a parte gli appassionati, sembrava accorgersi.

Il nostro momento sarebbe arrivato, ne eravamo certe. E quando Beverly Hills 90210 e le vicende amorose di Brenda e Dylan presero il posto di Mila e Shiro, il fatto che in quel telefilm nessuno praticasse uno straccio di sport non ci scalfì. Ormai eravamo già ben instradate. Eravamo un fortissimo esercito in ginocchiere alla conquista del mondo.

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