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A casa di Paola Egonu: felicità è mangiare il platano con la mia famiglia. E un figlio, ma non ora

Paola Egonu, 26 anni. Opposto della Nazionale di volley, in partenza per i Mondiali in Thailandia al via il 22 agosto (Luigi Narici/Agf) 

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La famiglia e i successi. La Nigeria e il Veneto. E poi la campagna bergamasca. Dove la campionessa di volley ha scelto di stabilirsi. E dove ci ha accolti per raccontare chi è la ragazza dietro l’icona. Dello sport e non solo. In attesa di partire per i mondiali in Thailandia
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Una serie di villini a schiera a Brusaporto, nel Bergamasco. Nessuna piscina da vip, nessuna supercar parcheggiata. Un giardino con l’erba ben pettinata, e un citofono su cui c’è scritto il suo nome. Eppure lei è Paola Egonu, la miglior giocatrice di volley al mondo, opposto implacabile della Nazionale di Julio Velasco che a Parigi ha conquistato il primo storico oro olimpico della pallavolo italiana. Sempre la più seguita appena mette piede in campo, alle Olimpiadi, in Champions, alla Nations League che ha appena rivinto a Lodz o ai Mondiali che si aprono il 22 agosto in Thailandia. Un’icona italiana, nota anche a chi non ha mai visto una sua partita, divisa tra chi riconosce in lei una nuova Italia e chi invece scivola nel razzismo. Insomma, tanto peso sulle spalle sin da quando era prodigio adolescente, un carico tale da richiedere posti speciali per rigenerarsi. E la casa che si apre alle sue spalle è un’accogliente sintesi di tutti i suoi mondi.

Intanto la collocazione: una zona …

Una serie di villini a schiera a Brusaporto, nel Bergamasco. Nessuna piscina da vip, nessuna supercar parcheggiata. Un giardino con l’erba ben pettinata, e un citofono su cui c’è scritto il suo nome. Eppure lei è Paola Egonu, la miglior giocatrice di volley al mondo, opposto implacabile della Nazionale di Julio Velasco che a Parigi ha conquistato il primo storico oro olimpico della pallavolo italiana. Sempre la più seguita appena mette piede in campo, alle Olimpiadi, in Champions, alla Nations League che ha appena rivinto a Lodz o ai Mondiali che si aprono il 22 agosto in Thailandia. Un’icona italiana, nota anche a chi non ha mai visto una sua partita, divisa tra chi riconosce in lei una nuova Italia e chi invece scivola nel razzismo. Insomma, tanto peso sulle spalle sin da quando era prodigio adolescente, un carico tale da richiedere posti speciali per rigenerarsi. E la casa che si apre alle sue spalle è un’accogliente sintesi di tutti i suoi mondi.

Intanto la collocazione: una zona di campagna urbanizzata a un’ora da Monza (dove ha sede la sua squadra di club), ma anche piena di affinità con il Veneto in cui Paola è nata nel 1998, figlia di genitori nigeriani emigrati a Cittadella prima di trasferirsi a Manchester quando lei era quattordicenne. L’estetica africana si respira già dal patio, dove troneggia un tavolo etnico da otto che sembra ricavato dall’anima di un albero secolare. All’interno della casa, che lei apre per la prima volta per il Venerdì, si incrociano tutte le sfumature di colore del legno.

L’orgoglio per le radici si respira attraverso i colori e il sound, il dolce e sensuale afrobeat di Asake e Aya Nakamura di cui Paola sta ascoltando Djadja, proprio il brano cantato alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Parigi. «Quella sera stavo in camera in hotel» ricorda «meno male, con tutta l’acqua scesa in quel diluvio». In giro non c’è traccia di immagini celebrative dei suoi tanti successi. In un angolo defilato, quasi intimo, vicino al divano su cui siede la campionessa, è adagiata una foto incorniciata con alcune persone care: si riconoscono le giocatrici Alessia Orro e Giuditta Lualdi.

È qui che viene a rigenerarsi dopo tante battaglie?

«Volevo un posto in cui potermi rilassare. Mi piace la moda, cerco le angolazioni giuste per la luce, scelgo i dettagli con cura. Quel piano cottura (indica una lastra di marmo nero con fornelli a induzione, ndr) l’ho fatto adattare alla mia altezza, per stare più comoda. È sin da piccola che desideravo avere una mia casa, gioco a pallavolo da quando ero un’adolescente e quando sono andata a Novara mi sono portata tutte le mie cose perché la mia famiglia si era trasferita a Manchester. La mia società, il Vero Volley Milano, mi ha dato una casa a Monza dove ci alleniamo, ma è qui che ho trovato il mio safe place, la mia base qualsiasi cosa possa succedere».

Qui ha mescolato un po’ delle sue radici.

«Dove vivevo, in Veneto, c’era molto verde, e mi piace il fatto di non stare in città-città, con molta tranquillità, pace e silenzio. E privacy, che sembra scontata ma non lo è sempre. I vicini sono persone normali, carini».

È qui che tiene i suoi libri?

«Questo l’ho comprato quando giocavo a Istanbul al Vakifbank (mostra Home Body della poetessa canadese di origine indiana Rupi Kaur, ndr). Anche quelli su Angela Davis sono qui, da qualche parte. Ascolto sempre afrobeat, ma la conosco bene Sweet Black Angel che i Rolling Stones le dedicarono».

Le ha fatto risuonare qualcosa la storia dell’attivista afroamericana che combatte da sempre il razzismo?

«Non proprio, però la sua è una storia che poche volte viene raccontata e che io sono contenta di conoscere. Mi reputo molto fortunata, privilegiata. Ho avuto un’infanzia bellissima, tantissime possibilità, giocando a pallavolo, studiando. Però contano anche le mie origini, e voglio sapere, conoscere il passato. E poi farmi una mia idea».

E cosa sta studiando in questo periodo?

«La spiritualità che c’era in Nigeria prima che arrivasse il cristianesimo. La connessione che si aveva un tempo con la natura. Stare più all’aperto, al sole, a contatto con l’acqua e con la terra. Certi valori esistevano anche nel passato, magari venivano espressi in modo diverso, con un nome della religione diverso, però il credo è rimasto sempre lo stesso. Sai, siamo sempre di fretta e non abbiamo mai un momento per riconnetterci, quell’attimo di pace in cui ti guardi dentro, fai le tue riflessioni e ti godi quello che stai vivendo: il presente».

Quando va a Manchester dalla sua famiglia, ha parlato della gioia di mangiare tutti insieme il platano fritto, prelibatezza dell’Africa e dell’America Latina: se lo cucina anche qui a casa?

«Certo, è buono anche quando lo mangio qui, ma a casa, da sola, non è la stessa cosa. Una parte del sapore che mi fa godere il piatto sta nel mangiarlo con la mia famiglia, in quei momenti in cui si chiacchiera, si guarda un film, si sta insieme».

Suo padre, Ambrose, faceva il camionista, sua madre Eunice l’infermiera: cosa fanno ora in Inghilterra?

«Mamma non lavora più, mentre papà fa il manager in una casa di riposo per anziani e per ragazzi problematici che hanno bisogno di cure speciali».

Per loro ci sono state più chance in Inghilterra?

«Direi più per i miei fratelli. I miei genitori volevano creare un futuro migliore per loro e devo dire che così è stato. Mio fratello Andrea studia Informatica all’università, mia sorella Angela lavora come commercialista».

Quanto è stato difficile accettare la partenza della sua famiglia quando era ancora adolescente?

«Da piccola faceva più male, mi sentivo un po’ sola. Adesso sono molto contenta e capisco quale fosse il loro obiettivo, anzi, lo vedo chiaramente».

A Manchester sono conservati i suoi trofei: c’è anche la medaglia d’oro di Parigi?

«Nooooo: quella è in un luogo segreto. Però è vero che qualcosa c’è dai miei, non solo nelle mie case in Italia».

Quando i suoi non potevano portarla a pallavolo lei saliva in bicicletta e correva in palestra sotto la pioggia dell’inverno veneto: ha fatto altre pazzie da piccola?

«No, il massimo della trasgressione è quando saltavo la messa perché magari si giocava la domenica alle dieci. Non sembra molto, però la mia è una famiglia veramente religiosa, e i miei erano dispiaciuti. Però capivano».

Lei prega?

«Ho un buon rapporto con Dio. Quando penso ai miei nonni che sono venuti a mancare ho la sensazione che stiano sempre vegliando su di me, quindi mi viene spontaneo ringraziare e pregare per la mia famiglia».

Del suo amatissimo nonno, capo tribù scomparso recentemente, lei disse: «Nel villaggio tutto passa sempre attraverso di lui». Questo lutto le ha spento la voglia di tornare in Nigeria?

«Assolutamente no, ne sono sempre attratta. Da cose semplici come passare del tempo, fare un pranzo o una cena insieme. Siamo tantissimi ad Abuja, quando ho fatto l’ultimo calcolo eravamo in diciotto cugini, solo da parte di padre. Per quanto riguarda il ramo materno non saprei proprio dire».

Sua zia suora in Vaticano è contenta che hanno fatto papa Robert Francis Prevost?

«Immagino di sì. Da piccola ero conquistata dalla sua fede, la sua scelta mi affascinava. Però più cresci più ti fai domande, e io da sempre mi chiedo il perché di tante cose che non comprendo. In questo momento non mi potrei immaginare suora, ecco».

Ci sono momenti in cui si sente ancora bambina?

«Quando sono con i miei, con gli amici e con le persone che mi vogliono bene. Non è che mi senta una bambina, è che esce più facilmente Paola come persona, non come giocatrice».

Che fase della sua vita sta vivendo?

«È un momento bello. Sono serena».

Serena al punto da pensare di aver un giorno un figlio?

«Mi piacerebbe molto. Da quando sono piccola mi piacciono i bimbi, sono cresciuta in un contesto pieno di bambini ogni volta che andavo alle feste, a cena o semplicemente a visitare gli amici dei miei genitori. Era sempre piacevole prendersene cura, giocarci, e si imparava presto a cambiare il pannolino, dare il biberon».

Quando pensa di poter realizzare questo sogno?

«Lo vorrei tantissimo già adesso, ma se penso alla mia carriera è ovvio che ci siano dei dubbi sul mettere su famiglia e poi tornare a giocare. Come reagirebbe il mio fisico? Sarei in grado di giocare ad alto livello e allo stesso tempo prendermi cura della mia bimba, del mio bimbo? E poi, la lontananza, i ritmi della stagione. Quindi? Aspetto ancora».

Quali valori della sua famiglia vorrebbe trasmettere diventando madre?

«Il rispetto per le altre persone, per quello che sono e non per quello che possiedono a livello materiale. Saper riconoscere le cose belle negli altri, essere gentili, volersi bene e pensare al proprio futuro».

Ha mai pensato a come sarebbe stata la sua vita senza pallavolo, vivendo come una persona assolutamente normale?

«Credo che se non fossi stata famosa la differenza l’avrebbe fatta la mia presenza nella quotidianità delle persone a cui tengo. Esserci a ogni matrimonio, battesimo, compleanno, funerale. Veder crescere i bambini. Tutto quel che ho perduto per i miei tanti impegni».

Quando è con Alessia Orro vede solo le due super campionesse, o anche le bambine che si trovarono al Centro Pavesi di Milano per crescere nel Club Italia e diventare famose?

«Ogni tanto ci penso, certo, quando torno al Pavesi per i ritiri ricordo quando siamo arrivate e abbiamo vissuto quei cinque anni insieme, a quanto siamo cresciute e ancora continuiamo a farlo. E fa quasi impressione, no? Perché ti dici “caspita, e chi l’avrebbe mai immaginato?”».

A che età si è vista bella per la prima volta?

«A ventitré anni».

Ma lei era già una modella molto prima.

«Come tutte le adolescenti c’è stato il periodo in cui notavo più le cose che non mi piacevano. Poi c’era l’altezza, il disagio nel chiedersi come mi stavano i vestiti, la ricerca di uno stile che mi piacesse. Non ci ho pensato così tanto perché il mio focus era la pallavolo, poi crescendo, maturando, ho cominciato ad accettarmi fino al giorno in cui finalmente mi sono guardata allo specchio e mi sono detta: “Mi piaccio”».

Nel suo libro, 18 segreti per diventare stelle, parlando di razzismo scrive: “Noi che ti sembriamo così diversi da te siamo persone, ragazzi e ragazze come te”.

«Non parlo semplicemente del colore della pelle, io credo nella diversità, nell’accettarsi per come si è, per le scelte che si fanno, magari per gli studi che si vogliono intraprendere a tutti i costi o la città in cui si vuole vivere. In Italia è cambiato molto, se penso a quando ero piccola quanti stimoli mi avrebbe dato vedermi in tv in Nazionale. Poi le riviste, le modelle, i modelli, tutti i punti di riferimento che ti spingono a dire: “Ok, anch’io posso”».

Fausto Desalu, nato a Casalmaggiore, eroe della 4x100 oro alle Olimpiadi di Tokyo, scoprì di non essere cittadino italiano a 17 anni quando gli annullarono il record nazionale allievi. Come lui, tanti atleti cresciuti in Italia.

«È un peccato, se vai a scuola, fai elementari, medie, superiori, università, ti senti italiano no? E non avere quel documento che lo rende ufficiale ti dispiace. Perché non c’è niente di diverso rispetto a un compagno di squadra che ha fatto tutto esattamente come te».

Al referendum di giugno il 30 per cento di quelli che hanno votato ha detto no alla riduzione da dieci a cinque anni per ottenere la cittadinanza.

«Non posso dire che non me lo aspettassi, però mi è dispiaciuto che non sia passato. C’erano anche altri quesiti, per esempio sul lavoro, qualcosa che avrebbe potuto aiutare il 99 per cento delle persone. Stiamo vivendo questo, ecco».

Sin da piccola non è stata solo una campionessa, ma anche un simbolo di temi come la lotta al razzismo: quanto è stato pesante?

«Non è pesante essere un punto di riferimento che dà speranza ai giovani, alle ragazze e ai ragazzi. Però le persone non si devono dimenticare che anch’io sto vivendo tutto questo per la prima volta, ho le mie lotte interiori, posso avere i miei dubbi. In questo percorso, per fortuna, ho sempre avuto qualcuno che mi stava accanto, mi ascoltava, mi dimostrava affetto, e questo lo apprezzo tanto».

Che rapporto ha col perdono?

«Diciamo che è una cosa complessa il perdono, vuol dire lasciare andare via alcune cose anche se continui a provare dei sentimenti. Su quel che ho vissuto sto lavorando anche con la psicologa, per il mio benessere, per far star bene Paola. La ferita siamo noi, siamo noi che dobbiamo ritrovarci, sapere qual è la verità e quale non lo è. E quando siamo in pace con noi stessi il resto non conta».

Quanto tempo è durata la gioia per aver vinto le Olimpiadi?

«Fino al dopo partita. Purtroppo sono sempre stata così. Una volta raggiunto l’obiettivo ce n’è subito un altro, e se non vinco penso a quello che non sono riuscita a raggiungere. Magari a fine carriera riuscirò a godermi tutto quello che ho fatto. Non che non me ne renda conto, però mi piace questa mentalità di rimanere con i piedi per terra e conservare la fame».

Siete state di parola: dopo Parigi avete vinto subito un nuovo torneo mondiale, la Vnl in cui avete battuto 3-1 il Brasile in finale.

«Bello, soprattutto perché è stata proprio una vittoria di squadra. Invece di avere le solite sette in campo per tutta la partita si è visto come il livello di tutta la squadra sia cresciuto».

Ha colpito molto il suo abbraccio a Ekaterina Antropova, che l’ha sostituita nel terzo e quarto set risultando decisiva.

«Ci sosteniamo sempre a vicenda, quindi il mio era proprio un modo di dirle: “Caspita, brava, non è da poco quel che hai fatto”».

Che sensazione prova ad avere una riserva così forte alle spalle? È un pungolo o un sollievo?

«È bello avere la garanzia che nel momento in cui non sei in grado di sostenere tutte le responsabilità, ci sia qualcuno pronto a caricarsene il peso: prima la vivevo male, ora non più».

Durante la partita di Nations League con la Cina a giugno, una foto ha pescato Julio Velasco con le mani sulle sue spalle, un gesto a metà tra il massaggio rilassante e la dimostrazione d’affetto.

«Lui ha capito che sono una giocatrice molto emotiva, in quel momento della partita ero ancora molto calda per quello che era successo (era stata ammonita per aver richiamato una giocatrice cinese ricaduta nella sua metà campo, ndr). Julio mi stava rassicurando dicendo che sono cose che capitano. Lui in me non ha mai visto semplicemente Paola Egonu, ma anche la persona che sono. Mi aiuta avere un rapporto con un allenatore che percepisce le mie emozioni».

Velasco le ricorda qualcuno della sua famiglia?

«No, Julio è Julio».

Cosa ha provato quando ha pronunciato per la prima volta davanti a voi ragazze il suo mantra “Qui e ora”?

«Può sembrare banale, ma quando sei in preda alle emozioni e all’agitazione ti aiuta tantissimo tornare nel presente. Lui ha semplicemente tolto quell’ansia che si prova quando si pensa al futuro, a quello che verrà dopo».

E com’è la vigilia di una partita importante?

«Può fare paura».

Lei non sembra una che ha paura.

«Vivo le emozioni anch’io come tutti gli altri, ma col tempo ho imparato a nasconderle. Credo anche che le emozioni forti siano la parte più bella nel giocare certe partite».

Tanti campioni di vari sport si fermano a un passo, o a causa di un burn out: lei ne parla mai con la sua terapeuta?

«Beh sì, diciamo che è importante capire quando prendere una pausa. Con attenzione, con il supporto di strategie fisiche e mentali, staccare aiuta a non arrivare a quel limite».

Durante la stagione logorante del volley sembra quasi impossibile.

«È difficile capirlo se non ci vivi dentro, no? Ci sono atlete che potrebbero continuare in Nazionale, perché è un onore, ma se per anni non fai altro che passare dal campionato all’azzurro, trovare del tempo per te diventa veramente duro. Dipende da quali sono le priorità di ognuna».

Si avvicina il culmine della stagione azzurra, il Mondiale in Thailandia: voi avevate ribattezzato Parigi “il torneo della baguette”, ora sarà “il torneo del wok”?

«(ride) Vorrei poter rivivere quelle emozioni, quel percorso con la squadra. Il nostro gruppo non ci è mai riuscito, ma questa volta il Mondiale vorrei proprio vincerlo».

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