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Il ritorno di Andrea Laszlo De Simone: «La pubblicazione di un disco è una decisione di famiglia»

Andrea Laszlo De Simone (Richard Dumas) 

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Ha conquistato la Francia e un César, Fabri Fibra lo ha campionato nel suo ultimo disco e ora il musicista sta per tornare con un nuovo album concepito nelle ore piccole: «Di giorno non voglio perdermi niente dei miei bambini»
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La formazione musicale di Andrea Laszlo De Simone, in uscita a ottobre con il nuovo disco Una lunghissima ombra (42 Records), è una planimetria della casa d’infanzia: «In una stanza c’era il jazz, nell’altra musica classica, in quella accanto mio fratello ascoltava i Queen e di là la tv era accesa su un documentario. Un contesto vivo che ho ereditato pigramente. Si parlava della realtà, dei massimi sistemi e poi c’era tanto cinema, tra neorealismo italiano e francese; mondi sonori e immaginari meravigliosi su cui neanche mi interrogavo, ma che a quell’età s’insinuano sotto pelle. Mi parlavano di una profonda e onesta malinconia che non ti fa sentire solo ma in una condizione condivisa che ti dice che quando ami soffri, quando vivi soffri e va bene ed è giusto così».

Laszlo racconta affondando le dita nel tabacco, con un filtro in attesa tra le labbra che spesso sorridono per smorzare, dice, la banalità di cose che ci stiamo dicendo. È nel suo studio a Torino, al piano inferiore di cas…

La formazione musicale di Andrea Laszlo De Simone, in uscita a ottobre con il nuovo disco Una lunghissima ombra (42 Records), è una planimetria della casa d’infanzia: «In una stanza c’era il jazz, nell’altra musica classica, in quella accanto mio fratello ascoltava i Queen e di là la tv era accesa su un documentario. Un contesto vivo che ho ereditato pigramente. Si parlava della realtà, dei massimi sistemi e poi c’era tanto cinema, tra neorealismo italiano e francese; mondi sonori e immaginari meravigliosi su cui neanche mi interrogavo, ma che a quell’età s’insinuano sotto pelle. Mi parlavano di una profonda e onesta malinconia che non ti fa sentire solo ma in una condizione condivisa che ti dice che quando ami soffri, quando vivi soffri e va bene ed è giusto così».

Laszlo racconta affondando le dita nel tabacco, con un filtro in attesa tra le labbra che spesso sorridono per smorzare, dice, la banalità di cose che ci stiamo dicendo. È nel suo studio a Torino, al piano inferiore di casa, che s’intitola come il disco d’esordio del 2012, Ecce Homo, «fatto con una pianola giocattolo dove funzionava un tasto su tre e una chitarra con tre o quattro corde». L’estremo opposto del suo comporre oggi: «A volte arrivo a una quantità di tracce impressionante. La risposta formale è che credo sia una scelta di gusto. Intimamente, penso che non voglia lasciare andare le canzoni, e quando trovo qualcosa che mi sta facendo esorcizzare delle sofferenze o amplificare dei piaceri voglio continuare ad ascoltarle lavorandoci, voglio continuare a poterle cambiare finché quella cosa non finisce». Sincronicità urbanistica: nel novembre del 1888 Nietzsche iniziò a scrivere in una casa a Torino Ecce Homo, come si diventa ciò che si è. Noi abbiamo avviato questo dialogo per capire come si diventa un astro anomalo nella galassia della musica italiana e non solo, il quotidiano francese Libération ha titolato: “Laszlo De Simone fait pop neuve. Renouant avec l’âge d’or de la chanson italienne des années 70”.

Classica e Radiohead

Nella sua musica sente l’eco della classica ascoltata per interposta persona della madre, «forse per questi ascolti più o meno consapevoli, mi risulta molto più facile scrivere per archi. Ma rimasi sconvolto anche da Kid A dei Radiohead, comprato sempre da lei, per la complessità magica dell’unione fra acustica ed elettronica». Dal padre dice di aver ereditato la luce, «ci ha lavorato tutta la vita, avendo fatto il fotografo. Poi, forse per le esperienze che ho avuto nel cinema, rimango sempre incantato dai fenomeni di luminescenza». Con la colonna sonora del film Le Règne Animal di Thomas Calley ha vinto nel 2024 il premio César per la migliore musica originale. Una cosa bislacca, dice, che ha vissuto da esploratore in smoking, «Mezz’ora prima della premiazione ho avuto il sentore che avrei potuto vincere, e mi sono spaventato perché non avevo preparato niente da dire. Quando hanno pronunciato il mio nome mi sono emozionato tantissimo. Poi, un premio non è niente: non è una gara, è una manifestazione di affetto di un Paese che mi ha dato tanto».

Come una fiaba

La colonna sonora si muove tra la fiaba e la fine di una fiaba. Come il film, in cui alcuni esseri umani si trasformano in esseri animali e per questo diventano prede. Al centro la vicenda di un padre che deve proteggere, ma anche lasciar andare il figlio alla propria natura. «Erano indecisi fra me e un altro nome noto nell’ambito. Ci hanno inviato la scena madre: l’inseguimento finale di Émile nel campo di grano, quando tutti scoprono che sta diventando un animale. Una scena incalzante con una natura presentissima. Sono partito da un’idea percussiva e di affanno, ho registrato i miei respiri e una specie di voce araba. L’ho composto durante una vacanza in famiglia a Roseto degli Abruzzi ed è diventato il brano Le vol 3».

Nei confini

Al nuovo disco, di cui sono già usciti i brani La notte, Un momento migliore e a breve il singolo Quando, ha iniziato a lavorarci prima di questa colonna sonora, «I film sono esperienze meravigliose ma è anche caldo tornare ai propri confini». Come per lo scorso ep Immensità, una suite in quattro movimenti l’uno legato all’altro, le canzoni di Una lunghissima ombra sono avvolte in scenografie sonore: la voce della figlia che accenna la melodia che seguirà, qualcuno che respira in una maschera per l’ossigeno poco prima dei versi “È colpa del respiro fragile, come me, se soffro tanto ma sono vivo”, raffiche di vento e treni. «Mentre fai un disco sei in un luogo altro. Sei dentro ai suoni. È come se i pezzi si ambientassero all’interno delle altre canzoni. La canzone stessa ispira, o per mancanza o similitudine o per sequenzialità, altre note e parole. L’idea non è mettere insieme le canzoni più belle in repertorio, ma mettere insieme un discorso. In questo caso, sono i pensieri intrusivi che ti attraversano mentre non stai pensando a niente, non ti stai occupando di nulla e vieni pervaso da ricordi, pensieri cupi, a volte positivi ma malinconici. Viviamo in un contesto storico convalescente, non è un caso che il titolo sia Una lunghissima ombra e che, pur contenendo brani luminosi, abbia a che fare con il senso di colpa e d’inadeguatezza, con paure e ricordi che splendono ma che proiettano ombre sul presente».

Lo scorso maggio ha pubblicato su YouTube un’apparizione fantasmagorica: un film di un’ora, girato da lui in VHS. Sono i luoghi del suo quotidiano ripresi con l’audio ambientale, con in sovrimpressione i versi del disco che verrà. Un camino acceso, uno stormo di uccelli, un paesaggio affondato nella nebbia. «Non sono posti che brillano per un significato specifico, il gioco è proprio questo: raccontare la distanza che si crea fra ciò che stai osservando quando ti attraversa un pensiero e i retro-pensieri che hai dentro queste fessure. Stai guardando una città ma in realtà non la stai vedendo. Le parole diventano un linguaggio universale che scaturisce dal contesto».

Tutto il tempo che serve

Di parole che rivivono altrove ne parliamo citando Vivo di Fabri Fibra, contenuta nell’ultimo disco del rapper e che riprende il ritornello e la voce del suo brano omonimo del 2019. «Il suo pezzo nasce da presupposti diversi, ma dopo averla ascoltata più volte ho capito che parte dallo stesso punto. Nel suo caso è un’analisi iperpersonale delle ragioni per cui è valsa la pena vivere. Il processo è lo stesso secondo una poetica differente, ma a livello di atmosfera si ripercorrono i ricordi per arrivare all’oggi e chiedersi cosa ci facciamo su questa Terra. Campionare è una caratteristica del rap ma la cosa che mi ha colpito è che Fabri ha usato un pezzo recente, di solito si usano vecchi brani. L’ho trovato lusinghiero, in qualche modo l’ha usata come se fosse un classico».

A proposito di cose vive specifica: «Questo disco non lo porterò dal vivo perché sono in una fase centrale della vita in cui ritengo di avere ancora molto da dare nella scrittura e non voglio perdere questo momento in cui ci sono le condizioni, con i miei figli ancora piccoli. La pubblicazione di un disco, ad esempio, è una decisione di famiglia. Non dipende da ciò che scrivo ma dal momento che stiamo attraversando in casa. La mia prima passione è registrare e suonare, fare colonne sonore e dischi mi piace da impazzire, i concerti li ho fatti più per il mestiere della musica: il 90 per cento del tempo suonavo rivolto ai ragazzi della band per uno scambio di empatia. Non c’è conflitto o ritiro, la vita è lunga e c’è sempre tempo per riprodurre qualcosa che uno ha già inventato». L’ultima immagine della conversazione è ispirata da una battuta del Regno animale, Émile corre in un bosco e dice “Non pensavo fosse così rumorosa la notte”. «Da quando sono nati i bambini, di giorno non voglio perdermi niente, così lavoro solo la notte. Il giorno è rumoroso anche se sei in silenzio, è pieno dei pensieri della gente. Sei ricattato dal fatto che in famiglia potrebbero avere un’esigenza, mentre la notte sono tutti al sicuro, stanno dormendo e in quel momento i tuoi pensieri, le tue malinconie, non feriscono nessuno. Fare musica di notte è bellissimo, ma anche vivere. Disinibisce. Somigli più a te stesso perché sei solo».

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