A Mantova è di nuovo l’ora del (Palazzo) Te
di Chiara GattiMantova. La restauratrice scivola piano giù dal ponteggio e si slaccia l’imbragatura. È veloce e agile come una velista in regata. Sopra di lei, a nove metri e mezzo d’altezza, c’è un soffitto maestoso, diviso in trentasette riquadri, fra vele e ottagoni, che brulicano di scene mitiche, dionisiache, amorose. È una calotta di stucchi e d’oro, una cornice preziosa per le vicende umane e divine di Amore e Psiche, nella versione poetica di Apuleio.
All’altro lato della sala – che il popolo del Rinascimento chiamava il “camaron quadro” per le sue dimensioni perfette e monumentali – un drappello di esperti si raduna attorno al computer dove scorrono dettagli macroscopici delle analisi in corso. Nelle loro tute bianche, sembrano un team di antropologi forensi alle prese con la scena di un crimine. Ma il cadavere squisito ha 500 anni esatti, non reca segni di ferite gravi e porta un nome che spopola nei manuali di storia dell’arte. Giulio Romano (1499-1546), pittore e architetto, fu l’allievo…
Mantova. La restauratrice scivola piano giù dal ponteggio e si slaccia l’imbragatura. È veloce e agile come una velista in regata. Sopra di lei, a nove metri e mezzo d’altezza, c’è un soffitto maestoso, diviso in trentasette riquadri, fra vele e ottagoni, che brulicano di scene mitiche, dionisiache, amorose. È una calotta di stucchi e d’oro, una cornice preziosa per le vicende umane e divine di Amore e Psiche, nella versione poetica di Apuleio.
All’altro lato della sala – che il popolo del Rinascimento chiamava il “camaron quadro” per le sue dimensioni perfette e monumentali – un drappello di esperti si raduna attorno al computer dove scorrono dettagli macroscopici delle analisi in corso. Nelle loro tute bianche, sembrano un team di antropologi forensi alle prese con la scena di un crimine. Ma il cadavere squisito ha 500 anni esatti, non reca segni di ferite gravi e porta un nome che spopola nei manuali di storia dell’arte. Giulio Romano (1499-1546), pittore e architetto, fu l’allievo più visionario di Raffaello, fortissimamente voluto a Mantova dai Gonzaga che sognavano per Palazzo Te i fasti di una reggia principesca e la affidarono perciò al più potente manierista dell’epoca, “capriccioso et ingegnosissimo” come lo definì Vasari nelle sue Vite leggendarie. I turisti americani che ciondolano nella sala accanto – quella altrettanto famosa dei cavalli, coi ritratti statuari degli stalloni del duca Federico – sbirciano dentro il cantiere, alzano la testa verso il cielo dipinto ed esclamano «cool!».
L’impronta del mancino
Nel frattempo Marica Negri, la restauratrice scesa dall’empireo, ha raggiunto il gruppo al tavolo di comando, dove la collega Isotta Lorenzini, la direttrice dei lavori Elena Froldi Paganini e gli specialisti delle indagini multispettrali, Vincenzo Gheroldi e Sara Marazzani, si arrovellano attorno al fotogramma col volto di un dio ricciuto e barbuto che, ai raggi infrarossi, mostra ritocchi, vecchi restauri, mani diverse, in un arco temporale che balza indietro di almeno trecento anni; praticamente uno screening diagnostico da unità speciale. «Ci sono colori che, prima di un certo momento storico, non esistevano affatto e che dunque datano in modo preciso l’intervento» racconta Gheroldi e inforca gli occhiali. «Ma siamo anche in grado di identificare il gesto di autori diversi, tutti gli aiuti nella bottega di Giulio; che non erano solo tre come si ricava dai documenti d’archivio, ma almeno venti. E uno di loro era mancino». Come lo sa? «Perché per dipingere usava un poggiamano, che ha lasciato piccoli fori in corrispondenza del suo braccio sinistro». Elementare.
Festa di compleanno
In cinque settimane e mezza di restauro in quota – sostenuto interamente dalla Fondazione Giulio e Giovanna Sacchetti onlus, che da anni finanzia progetti di tutela del nostro patrimonio, fra cui il recente risanamento della Ca’ d’Oro a Venezia – il lavoro ha già dato i suoi frutti. Oltre a consolidare le aree danneggiate dal tempo, asportare polveri e arginare le cadute di intonaco su una superficie di circa 235 metri quadrati, ha rivelato indizi importanti su enigmi che ancora aleggiano attorno alla figura del Romanus, qui giunto all’apice della sua carriera e delle sue invenzioni acrobatiche.
Già ai primi di settembre, in occasione delle celebrazioni per il cinquecentenario di Palazzo Te – progettato nel 1525 e costruito come un’utopia intellettuale in dieci anni di imprese febbrili – il pubblico potrà ammirare la Camera di Amore e Psiche calata nel cuore di un percorso studiato per l’anniversario, che inaugurerà in coincidenza con la ventinovesima edizione di Festivaletteratura di Mantova (da mercoledì 3 a domenica 7). Un lungo calendario di appuntamenti punteggerà tutto il mese, fra serate di danza e teatro, concerti e performance, seguiti dalla mostra (in ottobre) di Isaac Julien, filmmaker londinese, autore di installazioni multi-screen, pensate dal curatore Lorenzo Giusti per abitare le rinnovate Fruttiere del Palazzo, con l’incarnazione delle sue dee e con riferimenti filosofici puntuali alle teorie cyborg di Donna Haraway. Alcune riprese sono state girate proprio ai piedi del Banchetto di Amore e Psiche, con l’attrice Sheila Atim nella posa sensuale di una ninfa.
Delitto, castigo e perdono
«La Camera restituita alle visite sarà al centro dei festeggiamenti» spiega il direttore Stefano Baia Curioni, «perché oltre a essere uno degli ambienti più preziosi di tutto il complesso custodisce in sé un valore universale. In questa sala si compie infatti la divinizzazione dell’anima, si sigilla cioè l’unione dell’anima umana con l’amore divino». Nella giostra mirabolante di inganni ottici, che frullano eventi – delitto, castigo e perdono, in cielo, in terra e agli inferi – ecco allora Venere gelosa della bellezza mortale di Psiche che ordina ad Amore di punirla, ma il giovane dio si ferisce con le sue stesse frecce e finisce per innamorarsi a sua volta della propria vittima. Ed ecco ancora gli amplessi notturni, il tradimento, la fuga, i pedinamenti di Mercurio, la cattura e le prove da superare affinché Psiche si ricongiunga ad Amore nell’impero dei sensi e, insieme, dell’eterno. L’intreccio narrativo scatenò non per nulla la pittura di Giulio e la dimensione erotica del suo immaginario, che si era saziato di fonti antiche, tradotte poi in una macchina trionfale degna della visita di Carlo V in città, nel 1530, cui il duca Gonzaga agognava come a una consacrazione del suo potere.
In attesa dell’imperatore, il cantiere rigurgitava operai, artigiani e artisti del suo staff che, srotolando a terra i disegni del maestro, li riproducevano sui muri e sulle volte, aspettando che lui arrivasse a dare gli ultimi tocchi. Lo racconta il Vasari e lo confermano oggi i restauratori che, davanti ai raggi infrarossi e ultravioletti, non hanno dubbi: «questa è la sua mano, vede? Qui, passa e ritocca». Sfumature, lumeggiature, ciuffi biondi nei capelli, ombre incupite nelle carni. È rimasto tutto cristallizzato nel tempo. «Forse per il fatto» aggiunge il direttore «che per cent’anni la sala restò misteriosamente chiusa. All’epoca degli alchimisti e degli stampatori che occuparono la reggia, nessuno mise più piede in questo luogo».
Meglio l’oblio della Controriforma, che spedì invece un esercito di mestieranti a coprire con panneggi lattiginosi le intimità dei nudi di Giulio. Compreso, sembra, – ma non siamo sicuri – il sesso del Polifemo che troneggia sulla parete a est, con tanto di clava e flauto a canne. L’altra ipotesi dice che sia stato il Romano stesso a cancellargli gli attributi, in un eccesso di pudore o perché gli parvero, onestamente, eccessivi. Chissà. Ai restauratori l’onere di scoprirlo in una futura campagna di restauro che riguarderà magari le pareti e non solo le volte. Certo è che il ciclope, con la sua stazza titanica, anticipò la celeberrima Caduta dei Giganti «che da lampi de’ folgori percossi ruinavano a terra»; ovvero, la sala al lato opposto del chiostro, dove l’ira di Giove e la “baruffa de’ venti” si scagliano contro la superbia dei colossi travolti da crolli e inondazioni. Ma soprattutto dalla pittura spericolata di un genio illusionista.
Sul Venerdì del 15 agosto 2025