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Giò in comunità perché rifiutava il padre. Ora parla la sorella

(Nicola Marfisi/Agf) 
Ricordate la storia di Giò, il bambino portato in comunità perché non voleva frequentare il padre? La madre combatte da tre anni per riaverlo. Ma non è sola: l’altra figlia ora ha 18 anni. E scende in campo
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Il 29 giugno 2022 Giò, 8 anni, viene prelevato per strada, caricato su un’auto fra grida e strattoni, e portato in comunità, mentre la madre Deborah Delle Donne, insegnante, viene trattenuta con l’inganno in Comune, a Casalmaiocco (Lodi). Secondo il tribunale, lei impedisce che fra il padre (da cui è separata) e il bambino si instauri una buona relazione: il reset servirebbe a fare partire il rapporto. Dopo tre anni, Giò è ancora in comunità e vede la madre due volte al mese in spazio neutro. Ma, mentre si aspetta l’ennesima udienza (23 settembre), con un altro magistrato e un’altra perizia (Ctu) su di lui e sui genitori, una nuova voce può finalmente farsi sentire: quella di Giorgia, la sorella maggiore di Giò, da poco diventata maggiorenne. Ecco la sua testimonianza. (c. arl.)

Casalmaiocco (Lodi). Il mio nome è Giorgia, ho compiuto 18 anni il 21 giugno scorso e abito a Casalmaiocco, un paese di circa tremila abitanti, con la mamma e con il nostro cane, Calipso. A settembre inizierò…

Il 29 giugno 2022 Giò, 8 anni, viene prelevato per strada, caricato su un’auto fra grida e strattoni, e portato in comunità, mentre la madre Deborah Delle Donne, insegnante, viene trattenuta con l’inganno in Comune, a Casalmaiocco (Lodi). Secondo il tribunale, lei impedisce che fra il padre (da cui è separata) e il bambino si instauri una buona relazione: il reset servirebbe a fare partire il rapporto. Dopo tre anni, Giò è ancora in comunità e vede la madre due volte al mese in spazio neutro. Ma, mentre si aspetta l’ennesima udienza (23 settembre), con un altro magistrato e un’altra perizia (Ctu) su di lui e sui genitori, una nuova voce può finalmente farsi sentire: quella di Giorgia, la sorella maggiore di Giò, da poco diventata maggiorenne. Ecco la sua testimonianza. (c. arl.)

Casalmaiocco (Lodi). Il mio nome è Giorgia, ho compiuto 18 anni il 21 giugno scorso e abito a Casalmaiocco, un paese di circa tremila abitanti, con la mamma e con il nostro cane, Calipso. A settembre inizierò il quinto anno di liceo delle Scienze umane. Non so ancora che cosa sceglierò di studiare all’Università, forse Criminologia. Anche mio fratello Giò viveva con noi, ma è in comunità da più di tre anni e io lo vedo secondo il calendario dei servizi sociali. Avevo appena finito il primo liceo quando è stato portato via. Di quel giorno d’estate ho un ricordo vago. Mentre lui e la mamma erano in Comune, la mattina in cui è successo, io stavo dormendo a casa. Ho capito che era accaduto qualcosa di grave solo quando ho visto tornare la mamma con il medico e alcune amiche. Di colpo la nostra vita è cambiata: prima Giò c’era, un minuto dopo non c’era più.

Una buona domanda

Mia madre e mio padre – che non è il papà di Giò – non vivono insieme da quando ero molto piccola. Ma io frequento regolarmente mio padre. Guardate che è importante: mia madre per i giudici ostacola il rapporto tra Giò e il suo papà, giusto? Come mai invece con mio padre va tutto bene? In famiglia siamo in buoni rapporti e non ci sono problemi a fare delle uscite insieme, anche con la mamma, anche interi weekend. A giugno c’è stata la mia festa di compleanno: c’erano tutte le persone più care. Tutte, tranne Giò. Avevamo proposto che almeno in quell’occasione potesse esserci, ma la risposta è stata negativa. Come sempre.

Nel corso di questi tre anni, avrei tanto voluto che qualcuno – i giudici, i servizi sociali, i neuropsichiatri delle perizie – ascoltasse anche me. Avrei spiegato che eravamo felici, che io e Giò siamo tanto legati, e certamente che non era colpa della mamma se lui non voleva vedere suo padre. La Corte d’Appello due anni fa ha anche sentenziato che la mamma non impediva a Giò di vedere il papà: era mio fratello che non voleva saperne. Fino a quest’anno nessuno ha mai voluto ascoltare ciò che avevo da dire. Ma ora sono maggiorenne e non possono fingere che io non esista.

Giò continua a ripetere che vuole tornare a casa. Ma non viene ascoltato. Perché i giudici ritengono che stia meglio in comunità?

Delle persone che fanno parte della mia vita poche penso conoscano la storia di mio fratello. Per lo meno, non ne parlano con me. Io non l’ho raccontato a nessuno o quasi. Ai compagni di classe no, perché non abbiamo un rapporto così profondo, mentre con le amiche più strette non c’è stato bisogno: è come se avessero vissuto con me tutto quello che è successo. Qualche insegnante a scuola credo che sappia, per via dei giornali, e a un colloquio una prof ha fatto gli auguri a mamma, ma non ne abbiamo mai parlato.Ora vedo Giò tre volte al mese: due incontri con la mamma, videoregistrati, e poi c’è l’incontro in cui sono da sola e che hanno smesso di videoregistrare da quando mamma e papà si sono opposti. I primi tempi in cui lo avevano portato via, quando ancora non gli avevano cambiato scuola, riuscivo a parlargli qualche attimo all’uscita; era un momento nostro, in cui gli portavo dei regalini e dei bigliettini per fargli sentire la nostra vicinanza, cosa di cui gli assistenti sociali si sono sempre lamentati. In questi anni ho visto Giò crescere e cambiare. Sono cambiati i suoi gusti, perché non è più un bambino, e chissà se ricorda il pupazzo con la divisa da carabiniere che amava; ma teniamo presente che gli è stata tolta anche la possibilità di fare ciò che una volta gli piaceva tanto, cioè basket e suonare la batteria. In alcuni incontri è il Giò di sempre: gioca, scherza, parla e mi fa i dispetti. Altre volte lo trovo più freddo e chiuso, non mi racconta niente, non mi chiede niente. Se è presente la mamma, lei riesce sempre a coinvolgerlo, ma se invece siamo solo io e lui diventa un incontro più pesante in cui ci limitiamo a giocare e in cui mi sento anche giudicata dall’educatore/educatrice, come se non avessi un bel rapporto con mio fratello, come se fosse colpa mia se a volte è così difficile ritrovarsi.

Lo studio e la musica

Dopo tre anni, anche se non penso che Giò abbia davvero perso le speranze di tornare a casa, dà meno a vedere il suo dispiacere: all’inizio era molto oppositivo e faceva capire agli educatori di volere andare via, ma col tempo si è tranquillizzato o, per meglio dire, si è adeguato a ciò che gli educatori gli dicono di fare e che si aspettano lui faccia: con gli occhi cerca sempre la loro approvazione prima di rispondere a una nostra domanda. Di sicuro io non ho perso le speranze perché prima o poi dovranno per forza lasciarlo tornare a casa, non possono tenerlo lì per sempre, anche se ormai gli anni che sono passati non possiamo riviverli. Con Giò in comunità la mia vita è cambiata molto. Io, sono cambiata molto, sono cresciuta, ho cambiato i miei hobby, anche il mio modo di studiare si è trasformato: condividevamo la cameretta e, per esempio, se ascoltavo la musica di sera dovevo tenere presente che lui stava dormendo o leggendo. Adesso ci sono solo io. Le abitudini di ogni giorno sono cambiate al punto che i ricordi di Giò a casa sembrano appartenere a un’altra vita, così come so che quella che avremo con Giò di nuovo con noi sarà un’altra vita ancora, completamente nuova. Non vedo l’ora che mio fratello torni a casa, ma sono consapevole che questi tre anni sono tra quelli che coinvolgono maggiormente la crescita di una persona, sia per me adolescente che per lui bambino, e noi li abbiamo vissuti lontani l’uno dall’altra. Mi chiedo: sarà traumatizzato? Si sveglierà la notte? Avrà bisogno di tanto amore, ma quello non gli mancherà.

Contare i giorni

Anche la mamma è cambiata tanto. Inizialmente era molto presa dalla situazione, preoccupata e arrabbiata, e distante dal resto, mai rilassata, incapace di uscire. Adesso invece, senza aver abbassato la testa e senza aver accettato la lontananza di Giò, e anzi sempre restando concentrata su ciò che bisogna fare per riaverlo con noi, ha imparato a gestire le cose con più calma, senza rovinarsi le giornate e soprattutto senza stoppare la sua vita o rinunciare completamente alle cose che le piace fare.Se mi si chiede di trovare un aggettivo per questa vicenda, mi viene in mente la parola ingiusto. Da tre anni mi faccio questa domanda: perché io posso stare con la mamma e Giò no? Perché lei è ritenuta una buona mamma per me e per Giò invece no? Lei riesce ad avere un buon rapporto con il mio papà: perché a nessuno importa? Non c’era bisogno di allontanare Giò dalla nostra casa per fargli recuperare il rapporto col padre: ci sono state mille possibilità prima, per altrettanti anni, e davvero niente poteva funzionare se non allontanarlo e privarlo del rapporto con la madre e con me? Io penso che non si stia cercando realmente di farlo avvicinare al papà ma che lo si stia obbligando a farlo, come in una specie di ripicca o anzi di ricatto: o fai come diciamo noi, o a casa non puoi tornare.Ricordo benissimo come era vivere con il papà di mio fratello, i suoi sbalzi di umore, l’atmosfera sempre pesante, e non biasimo Gioele per il fatto che non voglia vederlo: è una sua scelta e, secondo me, non è importante che lui abbia scelto questo piuttosto che il contrario, il vero problema è che questa sua decisione sembra non interessare a nessuno di coloro che prendono le decisioni che lo riguardano.Come sempre la mamma conta i giorni per potere vedere mio fratello. Insieme aspettiamo che la prossima decisione sia più umana e più attenta ai bisogni di Giò. Anche lui aspetta, e mi chiedo chissà che cosa pensa.

Sul Venerdì del 15 agosto 2025

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