Curtis Yarvin, incontro con il tecno fascista che sussurra alla Casa Bianca
dal nostro inviato Riccardo StaglianòBerkeley (California). Caos e caso condividono tutte le lettere ma non è affatto detto che il primo sia figlio del secondo. Anzi. Più uno studia l’apparente follia quotidiana del Trump II, più riconosce in filigrana un metodo. Che porta le impronte digitali del proprietario di questa incantevole villetta, incorniciata da aceri giapponesi, felci e Cicadee, in una delle vie più vittoriane di Berkeley, città-sineddoche del progressismo americano. Il ministero della Semplificazione? Era un suo cavallo di battaglia da anni. La guerra all’accademia liberal? Idem. Persino l’abominio di sbaraccare Gaza e convertirla in destinazione turistica l’aveva ventilato ben prima che diventasse un meme presidenziale. Giusto per stare sulla superficie del “nuovo ordine” immaginato dal cinquantunenne Curtis Yarvin, ex programmatore poi multimilionario e infine ideologo-capo della tecnodestra americana.
L’uomo che sussurra alla Silicon Valley, dal potentissimo co-fondatore di Paypal, Peter Thiel, al leggen…
Berkeley (California). Caos e caso condividono tutte le lettere ma non è affatto detto che il primo sia figlio del secondo. Anzi. Più uno studia l’apparente follia quotidiana del Trump II, più riconosce in filigrana un metodo. Che porta le impronte digitali del proprietario di questa incantevole villetta, incorniciata da aceri giapponesi, felci e Cicadee, in una delle vie più vittoriane di Berkeley, città-sineddoche del progressismo americano. Il ministero della Semplificazione? Era un suo cavallo di battaglia da anni. La guerra all’accademia liberal? Idem. Persino l’abominio di sbaraccare Gaza e convertirla in destinazione turistica l’aveva ventilato ben prima che diventasse un meme presidenziale. Giusto per stare sulla superficie del “nuovo ordine” immaginato dal cinquantunenne Curtis Yarvin, ex programmatore poi multimilionario e infine ideologo-capo della tecnodestra americana.
L’uomo che sussurra alla Silicon Valley, dal potentissimo co-fondatore di Paypal, Peter Thiel, al leggendario inventore di Netscape Marc Andreessen. Ma anche a Washington, col vicepresidente J.D. Vance che l’ha citato come ispiratore della grande purga dei dipendenti pubblici. Non c’è praticamente nessuno al dipartimento di Stato, concordano svariate fonti in altrettante articolesse che gli hanno dedicato New Yorker, New York Times Magazine e Washington Post, che ormai non abbia familiarizzato con le sue idee. Le più radicali delle quali non sono tanto quelle già parzialmente realizzate. Quanto, in buona sostanza, il superamento dell’inefficiente democrazia per una monarchia dove, al posto del sovrano, il nostro Rasputin californiano in jeans e chiodo di pelle, vedrebbe bene un amministratore delegato. Qualsiasi. Perché «anche il peggiore Ceo delle 500 aziende quotate a Wall Street è comunque meglio degli scimpanzé che popolano la pubblica amministrazione».
Ho letto da qualche parte che quelle di Kingda Ka, nel parco a tema Six Flags Great Adventure, nel New Jersey, sarebbero le montagne russe più alte e tra le più veloci al mondo (206 km/h). L’intervista, per la quale Yarvin mi ha convocato a casa sua alle sette di mattina e dalla quale sono uscito quattro ore dopo – sopravvivendo a una gragnuola di citazioni, dall’architetto di Hitler Albert Speer all’irriducibile gallo Vercingetorige, dallo studioso della propaganda del Reich Viktor Klemperer alle tassonomie tolkieniane, dall’anticolonialista Franz Fanon a una canzone di un musical del leggendario duo Rodgers&Hammerstein – mi ha fatto un effetto simile. Provo a riassumerla.
Lettera ai progressisti
Prima però breve ritratto del “filosofo di corte del Thiel-verso”, com’è stato definito, da giovane. Famiglia ebrea, sinistra newyorchese in purezza: papà ambasciatore e mamma ministeriale. Grazie a una vocazione speciale per la matematica gli fanno saltare tre anni di scuola e, a diciotto, si laurea a Berkeley, appunto. Tra le stranezze dell’epoca compagni e professori ricordano che teneva in classe il casco da bici. Tra le cose normali il fatto che avesse codino e orecchino, scrivesse poesie e si calasse acidi ai rave.
Lascia il dottorato per una start up. Crea Phone.com, un browser per cellulari, che gli frutterà una barca di soldi. Si compra una casa a Haight-Ashbury, il quartiere più fricchettone di San Francisco, e sfrutta la totale tranquillità economica per studi intensi e idiosincratici di Scienze politiche. Il momento “pillola rossa”, quello in cui si può scegliere di sapere la verità come nel film Matrix, arriva nel 2004. Mentre tutti i suoi amici si sentivano oltraggiati dalle balle per giustificare la guerra in Iraq, lui si scandalizza per altro. Ovvero sposa la teoria della cospirazione secondo la quale il candidato democratico John Kerry aveva mentito sul suo servizio militare in Vietnam. Se è falso quello, pensa Curtis, chissà quante altre fandonie ci hanno dato a bere. Da quella botola iniziale passerà poi di tutto. Nel 2008 pubblica sul suo blog una Lettera aperta ai progressisti ragionevoli in cui sostiene che l’egualitarismo, lungi dal migliorare il mondo, è responsabile della maggior parte dei suoi mali. È lì che, dietro lo pseudonimo Mencius Moldbug, Yarvin proporrà il riavvio del sistema operativo della società così come la conosciamo. Compresa la liquidazione delle scuole pubbliche e delle università, l’abolizione dei giornali e l’incarceramento per le “popolazioni non civilizzate”.
Gli danno del “tecno-fascista”. Lui preferisce monarchico. Tra i possibili re fa gli esempi di Steve Jobs e dello stesso Andreessen.
La Cattedrale ci frega
Nella cucina ancora silenziosa di casa, quando gli chiedo cosa ha sbriciolato le sue vecchie certezze progressiste, mi fa l’esempio del Covid. È lì, dice, che ha visto con chiarezza «la Cattedrale», come ribattezza il complesso accademico-istituzionale, l’establishment, all’opera.
Un caso concreto? Scoprire che alcuni virologi lavoravano da tempo a potenziare virus simili a quelli che poi hanno messo in ginocchio il mondo. “Guadagno di funzione” si chiama e c’è ormai un legittimo dibattito sulla sua opportunità. Che lui risolve così: «Dovrebbe essere stata un’enorme coincidenza che un incendio scoppiasse proprio accanto a dove l’incendiario aveva messo benzina e fiammiferi…». Gli incendiari, ovviamente, erano i virologi che studiavano i pipistrelli nelle grotte non lontane da Wuhan. Yarvin propende per la fuga accidentale dai laboratori, ma non si capacita del perché di quegli esperimenti.
Senonché essere i soli a poter maneggiare sostanze così pericolose aumenta la reputazione degli scienziati, un po’ come oggi accade con i presunti rischi esistenziali dell’Ia denunciati dagli stessi che la producono. Lui lo chiama «un cono gelato che si lecca da solo», descrivendo così un sistema autoreferenziale che esiste esclusivamente per giustificare la propria esistenza. I giornalisti ne scrivono. Gli scienziati ricevono più finanziamenti. Intanto la Cattedrale diventa più alta e più bella. Ma è solo un esempio: se ci hanno mentito su un punto così importante, che ci è costato una lunga prigionia in casa, di cos’altro possiamo fidarci? Se questa è democrazia, allora meglio altro. Un ragionamento che, pur con tinte diverse, anche in Italia ha mandato in tilt fior fior di intellettuali di sinistra, dal filosofo Giorgio Agamben in giù.
Quella del “guadagno di funzione” diventa per Yarvin una metafora multiuso dei modi in cui la Cattedrale ci frega. Altri esempi? «L’espansione a Est della Nato. Avevamo promesso, ci sono i documenti, di non farla neppure di un pollice. Conoscevamo le conseguenze sulla psiche russa. Eppure l’abbiamo fatta lo stesso fingendo poi di sorprenderci per le conseguenze. Oppure l’invasione dell’Afghanistan, che prima era nostro alleato contro i sovietici. Per il Pentagono era uno straordinario campo di addestramento. Che interesse avevano i generali, un po’ come i virologi, a dire: meglio evitare la guerra? Anche in quel caso media, intellettuali e istituzioni hanno fatto, in coro, la loro parte».
Avevo letto, in interviste precedenti, che interrompere il filo dei suoi pensieri era molto difficile. Ma non ero preparato a questa specie di Guadalupe, il fiume in piena che nei giorni del nostro incontro devastava il Texas. Yarvin apre digressioni su digressioni, generalmente sapienziali, lastricate di rimandi di cui talvolta si perde l’attinenza col tema principale.
Perché, invece di aggiustarla, lei propone di rimpiazzare la democrazia? Non si rende conto che idee, diciamo eterodosse come erano considerate le sue fino a poco fa, in un’autocrazia le costerebbero care?
«Confucio ci ha insegnato l’importanza di rettificare il linguaggio. Con democrazia si intendono essenzialmente due cose diverse: populismo e meritocrazia. Il primo è inefficace, perché demanda decisioni a persone non intelligenti. La seconda è lastricata di conflitti di interesse e, a ben guardare, assomiglia più a un’aristocrazia. Vedi i soliti virologi, unici ad aver diritto di parola durante la pandemia. Entrambe le accezioni hanno difetti gravi, irrimediabili direi. Oppure pensi alla cosiddetta “teoria della tabula rasa”, propugnata da vari esperti, per cui tutti gli esseri umani nascerebbero uguali e la differenza la farebbe solo l’istruzione. È un’affermazione figlia dell’ideologia, del senso di colpa per la colonizzazione, che io non sottoscrivo. E che, portata alle sue estreme conseguenze, giustifica anche le porte aperte all’immigrazione incontrollata. Magari argomentando dalla bassa natalità europea e dal fatto che voi avete del buon vino ma non trovate più nessuno per fare la vendemmia».
Beh, due cose entrambe vere. Mentre la sua affermazione le è valsa numerose accuse di razzismo quando non di suprematismo bianco. A queste come risponde?
«Non ho problemi con l’uguaglianza legale e morale tra le persone, ma non credo in quella biologica. D’altronde non esistono prove scientifiche a supporto. Infatti dall’Africa centrale vengono notoriamente un sacco di fisici, no? Per non dire che nazismo e fascismo sono stati resi possibili da… democrazie! Quanto ai rischi che avrei corso per le mie idee radicali in Russia o in Cina, a Mosca la situazione non è così terribile e a Pechino puoi dire più o meno quel che vuoi, l’importante è non provare a trasformare le idee in azioni politiche. Anche con Jack Ma (il padrone di Ali Baba, pesantemente castigato dal regime, ndr) si sono limitati a un avvertimento, non l’hanno messo in un gulag».
E la morte di Navalny in Russia?
«È la riprova della debolezza di Putin. Se fosse stato lo zar che raccontano, se ne sarebbe potuto fregare dell’opposizione interna».
Dubito che i familiari di decine di giornalisti e di dissidenti uccisi concorderebbero. Comunque, è per rimediare a questa presunta debolezza che, al posto di capi di Stato e di governo, lei vorrebbe mettere amministratori delegati. Ma ce ne sono di ottimi e di pessimi: da dove le viene tutta questa fiducia?
«Essendo stato Ceo io stesso, e conoscendone bene molti, posso dire che non ho mai incontrato tra loro il livello di idiozia che si trova nel settore pubblico. Parlo di vari ordini di grandezza di differenza. Provate a far costruire un’auto elettrica al dipartimento dei Trasporti e ne riparliamo: anche gli imprenditori ex-sovietici farebbero meglio!».
Ho letto che pensava a un consiglio di amministrazione, quello a cui risponderebbe il Ceo-sovrano, composto da piloti di linea: perché proprio i piloti di linea?
«È solo un esempio, ma non irragionevole. Si tratta di gente molto preparata, sensata, a cui le persone affidano già le loro vite quando volano».
Lei è convinto che i Ceo avrebbero a cuore il benessere dei cittadini come già quello dei lavoratori. La storia degli ultimi quarant’anni, però, dice che le paghe dei primi sono cresciute di oltre il mille per cento contro il diciotto dei secondi…
«In che modo la grande ricchezza di un altro ha un impatto sulla mia vita? In nessun modo».
Forse perché anche lei è molto ricco. Chieda alle legioni che perderanno l’assistenza sanitaria per sussidiare gli sconti fiscali ai milionari…
«Concordo sul fatto che la nostra economia è fondata sul lavoro quasi schiavistico. E quando licenziano gli afroamericani perché i messicani fanno lo stesso lavoro a prezzi più bassi qualcuno – non io – dice che dovremmo tassare di più i ricchi per pagare il welfare a chi è rimasto senza lavoro. La penso come lei anche sullo stato penoso della sanità americana: con l’assicurazione che comprai sotto Obama mi posso permettere soltanto medici indiani. E quando mia figlia adolescente ha voluto un consulto online da quindici minuti con un gastroenterologo universitario mi è costato quattromila dollari: follia!».
Yarvin non riesce proprio a vedere il collegamento tra la privatizzazione dei servizi, il passaggio da cittadini a clienti, e quel conto siderale. Chiede ancora più privato e meno pubblico. E quelle che ieri sembravano sue provocazioni, oggi sono politiche federali.
A partire dal Rage, che sta per Retire All Government Employees, ovvero quel che aveva cominciato a fare la motosega di Musk al Doge, il Department of Government Efficiency…
«Beh, tra i due acronimi ci sono lettere in comune e anche un umore di fondo, ma la similitudine finisce lì. È come per costruire un’auto elettrica: non basta la somiglianza al progetto originario per farla funzionare. O è esattamente come deve essere oppure non si mette neanche in moto. La mia idea era di azzerare gli uffici e ricostruirli da capo: purtroppo non ci siamo andati nemmeno vicini. Io volevo “rifondare lo Stato come un’azienda” e non ci siamo affatto. Far fuori l’agenzia di aiuti internazionali Usaid è stato giusto, ma frutto del caso: è stato fatto per risparmiare, più che per principio. Ma i risparmi non sono mai il punto centrale. Il grosso problema della Nasa non è che spende venti miliardi per costruire i suoi giocattoli spaziali, quanto che dovrebbe essere rifondata da zero da gente come Musk. È per la sua ambizione a guidarla che è stato fatto fuori dal Deep state, prima ancora che da Trump. Ed Elon è stato sciocco a prendere sul personale l’ostilità dei dirigenti. È come quando un neonato ti vomita addosso: non ce l’ha con te! Se invece fosse stato paziente alla fine avrebbe vinto lui. La sua idea di America Party, un terzo partito oltre democratici e repubblicani, è demenziale».
Il New York Times ha parlato di un incontro tra lei e Musk che voleva consigli proprio su questo. È vero?
«No comment».
Con mister Tesla non siete tecnicamente amici, ma appartenete a categorie umane molto simili, no?
«Da una parte ci sono gli elettori di Trump. Quelli che, con Tolkien, chiamo “gli hobbit”. Un esercito di persone stupide che spesso fanno cose stupide. Poi “gli elfi”, la classe dirigente. Infine “gli elfi oscuri”, come me e Musk, con la responsabilità di guidare gli hobbit verso un risultato positivo».
Risultato che, per lei, richiede molto potere, no?
«Se Trump ha oggi dieci volte il potere che aveva nel 2016 è pur sempre un centesimo di quello che aveva Roosevelt per cambiare il Paese dopo la Grande Depressione». E questa presunta debolezza è un rischio forte perché, dice il nostro citando l’ideologo del Terrore Louis Antoine de Saint-Just, «chi lascia una rivoluzione a metà si scava la fossa da solo».
Qualche tempo fa Yarvin è andato in Francia a far visita a Renaud Camus, il teorico della “Grande sostituzione”, idolo dell’internazionale nera che va da Salvini alla Le Pen, dall’ungherese Orban al portoghese Ventura.
Steve Jobs, che pure le piaceva assai, era figlio di un rifugiato siriano. Jeff Bezos di un danese poi adottato da un cubano. Sundar Pichai di Google è indiano. Per finire coi suoi nonni, arrivati da Odessa: non pensa che forse l’America l’abbiano resa grande proprio gli immigrati?
«L’America l’hanno resa grande i coloni e la prima immigrazione, compresa quella italiana, buona parte della quale poi è rientrata in patria. Quanto agli esempi illustri che fa, da una prospettiva estrattiva di mettere insieme un dream team di cervelli, magari funzionano. Però il mio punto di vista è diverso. Se paragoniamo il governo a un’associazione di proprietari immobiliari, per dire, il suo compito principale sarà tagliare l’erba e tenere puliti gli spazi condominiali o aiutare i bambini dello Zimbabwe? Per me la risposta è chiara. Se pensa troppo alla seconda attività, danneggia gli associati/cittadini».
Avvicinandoci alla fine del nostro incontro, propongo a Yarvin un paio di affermazioni (per me) oscene, per capire se – raggiunta la notorietà – le sottoscriva ancora.
Aveva proposto di «convertire i disperati di San Francisco in biodiesel per alimentare i bus cittadini»: conferma?
«Era un’iperbole. È come attaccare Jonathan Swift per la “modesta proposta” ai poveri irlandesi di vendere i loro bambini e darli da mangiare ai ricchi».
Aveva anche scritto: «Meglio Anders Breivik, lo stragista norvegese, di Nelson Mandela»…
«Avevo detto che entrambi erano terroristi, che è un fatto. E continuo a credere che in Sudafrica stessero meglio sotto l’apartheid. Anche molti neri lo pensano».
Sulle differenze di QI tra bianchi e neri seguirà una spericolata filippica che non provo nemmeno a riassumere. Il quoziente di intelligenza, peraltro, è una fissazione che hanno solo gli americani. E quando Yarvin, dopo essere diventato vedovo, si fidanza con la donna che gli ha dato il terzo figlio (un altro è in arrivo), lei lo conquista presentandosi come titolare di un QI molto alto. La loro storia, oggi conclusa, era iniziata all’insegna di «saremo geni insieme e avremo bambini geni». Come se l’essere molto intelligenti sia, anche lontanamente, garanzia di felicità.
Mi restano, sarà anche colpa del jet lag e dell’alzataccia, le forze giusto ancora per un paio di obiezioni.
Pensa anche lei, come l’amico Thiel che le ha regalato un quadro in cui è raffigurato come un personaggio dei cartoni con tanto di didascalia, “filosofo”, che l’America sia «un Paese comunista»?
«Culturalmente sì. Il comunismo assomiglia a una religione che ha avuto fortuna da noi».
Se anche intendesse il socialismo, cosa diversa, parliamo di un partito che qui vale meno dell’1 per cento…
«Non credo che siano cose diverse. O meglio, lo sono da un punto di vista fenotipico, il modo in cui appaiono, ma non da quello genotipico, il Dna che ereditiamo. Come dire che Sanders era un passerotto e Lenin un dinosauro. Stesso genotipo, diverso fenotipo. Mentre l’opposto vale se paragonassimo Stalin a un uccello e Hitler a un pipistrello.».
Gli ricordo che alla domanda Che fare? sulla sanità americana il vecchio Bernie risponde: prendiamo spunto dall’Europa! Non attacca. Yarvin mi cita Louis Mosley, capo della filiale inglese di Palantir, la controversa azienda militare di Thiel nonché figlio del fondatore dei fascisti inglesi Oswald Mosley. Che a sua volta aveva sposato, alla presenza di Goebbels e Hitler, Diana Mitford. Sorella di quella Jessica fuggita in America per divenire esponente di spicco del comunismo americano. Non senza essersi accasata, in seconde nozze, con l’avvocato per i diritti civili Robert Treuhaft. E dov’è che Hillary Clinton ha fatto il suo tirocinio da avvocato? Nello studio di Treuhaft, where else? Quest’ultima escalation è la più vertiginosa e rivelatrice. La mente cospirativa non ammette vuoti: ogni cosa è collegata a ogni altra, senza soluzione di continuità. Dove il povero cronista si ferma per assenza di risposte, l’intrepido autore del codice sorgente della tecnodestra di governo vede link che portano ad altri link in un ipertesto infinito. Quanto a Thiel, che l’ha invitato alle nozze col compagno a Vienna, per Yarvin è essenzialmente un venture capitalist. E anche quando finanzia l’idea di stati indipendenti da insediare su isole galleggianti «ci crede al 5 per cento, non è l’idea della sua vita ma una delle tante per cui immagina un futuro possibile».
Tornando a Trump, avrebbe il physique du rôle per fare il re. Yarvin lo dice all’indomani di un altro giro di dazi, dell’ennesimo voltafaccia sull’Ucraina oltre alla rivelazione di minacce telefoniche di bombardare Mosca e Pechino.
Il presidente improvvisa o ha un master plan?
«Improvvisa, giorno dopo giorno. È la sua forza e la sua debolezza. Nessuno riesce a fregarlo. C’è un vecchio video in cui Ali G, il personaggio comico dell’attore Sacha Baron Cohen, prova a farlo fesso ma proprio non ci riesce. Trump è un genio del senso comune, un tipo molto più intuitivo che logico».
Per la logica servono gli “elfi oscuri”. E qui ne abbiamo conosciuto uno nero come la pece.
Sul Venerdì del 29 agosto 2025