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C’era una volta una fabbrica dei veleni a Trento. E c’è ancora

Tommaso Giagni, in posa davanti all’ingresso dell’ex fabbrica Sloi. foto di Mirco Toniolo/Agf 

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Per quarant’anni la Sloi ha inquinato suolo, aria e acqua. Facendo impazzire e uccidendo i suoi operai. Come racconta qui e in un libro lo scrittore Tommaso Giagni: «Nessuna bonifica, sotto i piedi abbiamo quintali di scorie». Reportage
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Via Maccani, zona industriale di Trento. Il traffico scorre indifferente accanto a un terreno recintato, ma basta gettare lo sguardo oltre il cancello arrugginito per capire che qui il tempo si è fermato. Un cartello ammonisce: “Zona ad alto rischio. Vietato l’ingresso ai non autorizzati”. Chi entra deve indossare tuta, guanti e maschera.

Dietro il muro, tra erbacce e rovi, si nasconde lo scheletro della Sloi, la fabbrica dei veleni. Per quarant’anni ha prodotto piombo tetraetile, un additivo per la benzina che aveva il merito di risolvere il problema del “battito in testa” nel motore ma lo svantaggio di essere altamente tossico e di non decomporsi e sparire con il tempo. A Trento ha contaminato il suolo, l’aria e l’acqua. Ha fatto impazzire e ucciso un numero di operai impossibile da calcolare.

Nel 1978, dopo un incendio che rischiò di trasformare la città in un enorme cimitero, la fabbrica chiuse. Doveva essere bonificata. Non è successo. I veleni restano sepolti dove oggi dovrebber…

Via Maccani, zona industriale di Trento. Il traffico scorre indifferente accanto a un terreno recintato, ma basta gettare lo sguardo oltre il cancello arrugginito per capire che qui il tempo si è fermato. Un cartello ammonisce: “Zona ad alto rischio. Vietato l’ingresso ai non autorizzati”. Chi entra deve indossare tuta, guanti e maschera.

Dietro il muro, tra erbacce e rovi, si nasconde lo scheletro della Sloi, la fabbrica dei veleni. Per quarant’anni ha prodotto piombo tetraetile, un additivo per la benzina che aveva il merito di risolvere il problema del “battito in testa” nel motore ma lo svantaggio di essere altamente tossico e di non decomporsi e sparire con il tempo. A Trento ha contaminato il suolo, l’aria e l’acqua. Ha fatto impazzire e ucciso un numero di operai impossibile da calcolare.

Nel 1978, dopo un incendio che rischiò di trasformare la città in un enorme cimitero, la fabbrica chiuse. Doveva essere bonificata. Non è successo. I veleni restano sepolti dove oggi dovrebbero correre treni merci e nuovi affari.

«Guarda bene», dice Tommaso Giagni, scrittore romano che nel suo nuovo romanzo – La fabbrica e i ciliegi (Ponte alle Grazie) – affronta il peso di ciò che in Italia si preferisce rimuovere: le vittime del lavoro. «Quello che vedi non è solo un relitto industriale: è un buco nero nella storia di Trento».

Giagni vive qui da anni. Conosce la gentilezza della gente e la luce che filtra tra le montagne. Eppure, fino a non molto tempo fa, ignorava la storia della Sloi: «Molti preferiscono dimenticare». Ci si è imbattuto per caso. «Stavo lavorando a un’inchiesta per l’Espresso sullo sfruttamento della manodopera in un’azienda di raccolta differenziata», racconta. «Una persona mi parlò di una fabbrica che per anni aveva costretto i ciliegi a fiorire fuori stagione e fatto impazzire gli operai».

Padron Randaccio

Decise di approfondire. Lesse articoli e libri che ricostruivano i sospetti dei medici, l’inerzia delle autorità, la paura degli operai di perdere il lavoro, gli scioperi falliti per fame, le inchieste e i processi conclusi con condanne minime. E prima ancora, la storia del padrone della Sloi: un chimico che diventò imprenditore grazie alla guerra e fece soldi a palate ignorando le proteste dei contadini che già nel 1941 vedevano gli animali morire e l’insalata accartocciarsi. «Carlo Luigi Randaccio era un fascista amico di Achille Starace», spiega Giagni. «Conobbe il piombo tetraetile negli anni Trenta, grazie a un’ampolla che Tazio Nuvolari aveva portato dall’America e consegnato a uno dei fratelli Benelli. Dopo averlo prodotto in piccole quantità a Ravenna, nel 1939 trasferì l’attività a Trento, vicino alla Germania, lontano dal confine francese, a ridosso dell’aeroporto di Gardolo e della linea ferroviaria del Brennero».

I rischi per la salute erano evidenti, ma chi lavorava alla Sloi non poteva essere richiamato alle armi, diventava un “milite del fronte interno” e riceveva un litro di latte al giorno come compenso per le possibili intossicazioni.

Dopo la guerra il piombo restò strategico, non più per gli aerei da combattimento ma per le automobili. Randaccio spinse la produzione al massimo. Gli operai pulivano manualmente i fusti di piombo; chi si rifiutava, veniva licenziato per insubordinazione. I residui finivano nei canali d’acqua o venivano seppelliti. Eppure, per lavorare alla Sloi c’era la fila: il Trentino degli anni Cinquanta e Sessanta era una provincia agricola povera, molti sceglievano la fabbrica per mantenere la famiglia, per non emigrare.

Tutti pazzi

Chi si ammalava lasciava la Sloi e diventava un fantasma. Alcuni erano curati a Padova, altri finivano al manicomio di Pergine Valsugana, lo stesso dove Mussolini fece internare Ida Dalser, sua amante segreta. Quanti? Difficile dirlo: le cartelle cliniche riportavano la professione, ma non il luogo di lavoro. «Non abbiamo dati certi e forse non li avremo mai, il turn-over era altissimo, mancano ricerche epidemiologiche complete, sugli operai e sugli abitanti dei quartieri vicini all’impianto. Però qualcosa sappiamo: il piombo danneggia tutti i tessuti del corpo, ma soprattutto i reni, il sistema immunitario e quello neurologico». Negli archivi di Pergine sono stati ritrovati trenta certificati di morte che sicuramente appartengono a operai della Sloi: solo sei indicano come causa una intossicazione acuta da piombo; gli altri parlano di delirio tremens, alcolismo, depressione, inquietudine reattiva.

Pensando a questi uomini, uccisi dal piombo ed etichettati come pazzi o alcolisti, Giagni ha costruito il suo romanzo: Cesare, professore cinquantenne, scopre che il padre non è morto di leucemia, come gli era stato detto, ma di fabbrica e silenzio. Decide così di tornare a Trento e indagare. Intreccia la sua storia con quella di due trentenni: una donna del Sud alla deriva e un accademico brillante, fuggito dalla valle ma prigioniero della propria rigidità. «Al centro c’è la Sloi», dice l’autore, «ma anche il rapporto con le radici, il peso del passato, il desiderio di riscrivere la propria storia».

Costeggiamo il muro: nessuna targa ricorda le vittime, solo una scritta di vernice: “Avvelenamento di massa”. «C’era una comunità che andava protetta, e invece arrivò a un passo dalla catastrofe», dice Giagni.

L’ultima notte

È il 14 luglio 1978, un violento temporale investe Trento. L’acqua penetra attraverso la copertura di eternit in un capannone che custodisce centinaia di fusti di sodio. Uno, danneggiato, reagisce a contatto con l’acqua: scoppia un incendio, altri fusti esplodono. Una nube tossica si alza sulla città. Se l’incendio si estende ai capannoni vicini, quelli dove sono stoccati i fusti di piombo tetraetile, le conseguenze saranno catastrofiche. Si evita il peggio solo grazie all’intuizione del vicecomandante dei vigili del fuoco, Nicola Salvati, che ordina di gettare cemento in polvere sulle fiamme: il rogo si spegne e Trento evita di trasformarsi in una manciata di secondi in un immenso cimitero. Il giorno dopo il sindaco Giorgio Tononi chiude la fabbrica dei veleni. Si inizia a parlare di bonifica.

Davanti a un’altra scritta — “Terrorismo di Stato” — Giagni scuote la testa: «Com’è possibile che dopo mezzo secolo sotto i nostri piedi ci siano ancora tonnellate di veleni? Studi, convegni, progetti, tavole rotonde… tanti annunci, nulla di concreto». La bonifica del piombo tetraetile è complessa, nessuno sa davvero come farla.

E il piombo non è l’unico veleno. Qui vicino un’altra industria, la Carbochimica, ha distillato catrame, prodotto naftalina, oli e pece per elettrodi fino agli anni Ottanta. Come la Sloi, ha scaricato liquami tossici nelle rogge demaniali: un reticolo di canali nati per drenare le campagne e diventati collettori di scorie industriali. Acqua e terra, tutto insieme una bomba ecologica di 24 ettari, mai disinnescata, che dal 2002 il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica include tra i 59 siti più inquinati d’Italia (Sin, siti d’interesse nazionale per la bonifica).

Sotto i binari

Oggi quella bomba torna a far paura. Il progetto del bypass ferroviario — una nuova linea dedicata ai treni merci che eviterà il centro di Trento e decongestionerà la ferrovia del Brennero — passa anche di qui. Per i sostenitori è progresso; per comitati No Tav e sigle ambientaliste un azzardo: temono nuove contaminazioni, chiedono una bonifica totale e non soltanto parziale delle aree inquinate, attualmente sotto sequestro della Procura. Per la prima volta si parla anche di analisi mediche a campione per i cittadini che abitano vicino alle zone inquinate.

Giagni segue il muro perimetrale, svolta in una stradina laterale, si ferma davanti a un varco. Indica un materasso fradicio, sacchi di immondizia, un sentiero che si perde nella vegetazione. Anni fa i senzatetto avevano costruito baracche piantando pali nel fango tossico. Anche dopo lo sgombero, raccontano i giornali, qualcuno è tornato: disperati che nulla sanno di veleni, operai morti, ciliegi fioriti in inverno.

Prima di andar via, Giagni indica un cespuglio di more, nere e già mature. Un po’ in anticipo sulla stagione. Forse un caso. Forse no.

Sul Venerdì del 29 agosto 2025

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