Darren Aronofsky: “Una scomoda circostanza è la mia risposta al Grande Lebowski”
di Roberto CrociHank Thompson, ex fenomeno del baseball al college, oggi barista svogliato a New York, ha una vita comunque abbastanza soddisfacente: un lavoro, una ragazza fantastica e la sua squadra del cuore che procede diritta verso la corsa al titolo. Ma quando il suo vicino punk-rock, Russ, gli chiede di prendersi cura del suo gatto per qualche giorno, Hank si ritrova coinvolto in rapine e inseguimenti di gangster furiosi. Non sa cosa vogliono né perché lui sia diventato il loro obiettivo. L’unica cosa che sa è che dovrà ricorrere a tutta la sua astuzia per sopravvivere.
Una scomoda circostanza – Caught Stealing, in sala, è un poliziesco spensierato e allegro, un film anomalo per la cinematografia di Darren Aronofsky, regista di titoli drammatici e inquietanti come Requiem for a Dream, The Wrestler, Il cigno nero e The Whale.
Come mai tra i temi ricorrenti del suo cinema ci sono le dipendenze – da cibo, amore, droga – l’esasperata ricerca della giovinezza?
«Quando ho letto Requiem for a Dream (i…
Hank Thompson, ex fenomeno del baseball al college, oggi barista svogliato a New York, ha una vita comunque abbastanza soddisfacente: un lavoro, una ragazza fantastica e la sua squadra del cuore che procede diritta verso la corsa al titolo. Ma quando il suo vicino punk-rock, Russ, gli chiede di prendersi cura del suo gatto per qualche giorno, Hank si ritrova coinvolto in rapine e inseguimenti di gangster furiosi. Non sa cosa vogliono né perché lui sia diventato il loro obiettivo. L’unica cosa che sa è che dovrà ricorrere a tutta la sua astuzia per sopravvivere.
Una scomoda circostanza – Caught Stealing, in sala, è un poliziesco spensierato e allegro, un film anomalo per la cinematografia di Darren Aronofsky, regista di titoli drammatici e inquietanti come Requiem for a Dream, The Wrestler, Il cigno nero e The Whale.
Come mai tra i temi ricorrenti del suo cinema ci sono le dipendenze – da cibo, amore, droga – l’esasperata ricerca della giovinezza?
«Quando ho letto Requiem for a Dream (il romanzo di Hubert Selby Jr da cui è tratto il film omonimo, ndr) mi ha colpito il modo in cui l’autore è riuscito a dimostrare che la psicologia della dipendenza non riguarda solo le droghe pesanti. Non deve essere necessariamente l’eroina, potrebbe essere la tv, il caffè, l’alcol, la speranza e anche l’amore. Perché, in definitiva, si parla di quanto le persone siano disposte a spingersi oltre per sfuggire alla propria realtà. E quando fuggi dalla realtà, crei un vuoto nel tuo presente che ti costringe a fare qualsiasi cosa per colmarlo».
E del romanzo da cui è tratto il nuovo film cosa invece l’ha colpita?
«Erano anni che ero interessato al progetto, subito dopo aver letto il romanzo di Charlie Huston, Caught Stealing (in italiano A tuo rischio e pericolo, Mondadori, 2007), lo trovai divertentissimo. Aveva un umorismo che sapevo di avere nelle mie corde, ma che professionalmente non volevo “toccare”. Passano diciotto anni dall’uscita del libro e mi arriva un’email da Charlie. Mi dice di avere i diritti e di aver anche una sceneggiatura. Ho riletto e mi sono sentito elettrico all’idea di girare a New York. Diciamo che mi sono limitato a seguire il mio istinto perché, dopo un film difficile come The Whale, rileggendo Caught Stealing battute, scene, sensazioni non facevano altro che rimandarmi visivamente al cinema. E allora ho deciso: perché non fare un film semplicemente divertente, per me e per il pubblico? Ho anche pensato al mondo di oggi e mi sono sempre più convinto di non voler affrontare un cinema difficile come spettatore, anzi, l’esatto contrario. Penso che non ci sia nulla di male, nulla di sbagliato nel realizzare qualcosa che cerchi semplicemente di intrattenere. In fondo, una delle mie grandi influenze sono i fratelli Coen, e l’altro giorno, alla première in Texas, parlando con Butler e Matthew McConaughey, abbiamo concordato che in qualche modo questo film può essere paragonato a un contraltare tra il serio e il comico del Grande Lebowski, che fu un film davvero divertente. E non solo la prima volta che lo vedi ma anche la seconda, la terza... Oggi non ci sono film che ti facciano ridere come quello».
Quali caratteristiche cerca in un attore?
«Deve avere un talento straordinario. Ed entusiasmare. In questo caso, dopo aver scritto la sceneggiatura mi sono chiesto: chi vorrei vedere nei panni di due gangster spietati, ebrei, fratelli? Ho pensato ai film in cui li ho visti recitare separatamente... ed essendo due attori che ammiro molto, ho scelto Liev Schreiber e Vincent D’Onofrio, perché sanno essere pericolosi e hanno un carisma incredibile. Quanto al cantante e rapper, Bad Bunny, mi hanno detto che voleva recitare. Sapendo che una sua apparizione avrebbe reso felicissimo il pubblico, l’ho incontrato e ho verificato che sapesse recitare davvero. Poi c’è Matt Smith (nel ruolo di Russ, ndr): se non bastasse il suo Doctor Who, l’ho visto e rivisto nel ruolo del Principe Filippo in The Crown, dove brilla come mai. Chi altro c’è... Sì, Regina King, un’attrice che adoro, una forza della natura, bella, intensa, seria ma anche comica. La parte più difficile è stata trovare i due protagonisti: Zoë Kravitz e Austin Butler. Quando me li sono immaginati insieme mi è scappato un sorriso».
Cosa l’ha convinta?
«Avevo incontrato Austin insieme a Baz Luhrmann, loro promuovevano Elvis e io The Whale. Mi è bastato guardarlo negli occhi per capirne le qualità e intuire il suo registro comico. Zoë, invece, oltre ad essere una vera newyorchese, ha un’elettricità impressionante, l’ho amata molto nelle serie High Fidelity e Big Little Lies».
E poi ci sono le location, che sono veri e propri personaggi…
«C’è la New York degli anni 90, l’East Village. Oltre ad essere casa mia, lì ho girato ? – Il teorema del delirio, il mio primo film, è per me il cuore pulsante della città, il luogo più elettrizzante, creativo e divertente del mondo. Mi sono poi concentrato su zone che non sempre vivono momenti di gloria, tipo il Lower East Side, Chinatown, Coney Island, Brighton Beach e Flushing, nel Queens. Ho voluto ritornare a quei tempi perché c’era un’innocenza diffusa, la cosa che ci preoccupava di più era il Millennium bug, il presidente era nei guai perché aveva avuto una relazione extraconiugale e ci aveva mentito, l’Urss era crollata e non c’era più un vero nemico. Ancora non c’era stato l’11 settembre, ma l’ecstasy era ovunque, l’hip hop in pieno boom, il grunge al suo picco e nasceva la musica elettronica. Io giravo per le strade scrivendo il simbolo del p greco per promuovere il mio film. Passavo la maggior parte del tempo a bere birra da McSorley’s e Sophie’s, a fare colazioni post-sbornia da Mogador e a mangiare i biscotti vaniglia e cioccolata fondente da Veselka. La vita era fantastica».
Atmosfere presenti anche nella colonna sonora?
«Gli anni 90 musicali hanno avuto un’influenza enorme. Aspettatevi punk (le musiche originali sono della band Idles, ndr), hip hop, grunge, ma anche il pop di Britney Spears. Era quello il suono delle strade di allora e io mi sono limitato a riprenderlo. Mancano solo i walkman».