Le avventurose vite di nove donne italiane molto speciali
di Simonetta FioriOgni giorno saliva fino a Plaza de Armas per attirare l’attenzione delle bambine sguattere che non capivano la ragione di tutti quei sorrisi. Vittoria era ormai in là con gli anni, i capelli già bianchi e il viso solcato dalle rughe. «Ma che ci è venuta a fare fin qui?», si domandavano le niñas, abituate a essere trattate come serve da padrone tiranne, segnate nel corpo e nell’anima e quindi diffidenti verso quella signora tutta pelle e ossa che aveva l’età delle loro nonne. Per Vittoria non fu facile sciogliere una resistenza impastata di solitudine, tormento, continui inganni, gli stessi con cui il mondo adulto aveva attirato le trabajadoras minorenni nei luoghi della schiavitù: sedici ore di lavoro al giorno senza stipendio, gli avanzi per cibo, le botte a ogni accenno di lamentela. Ma a volte bastava un abbraccio, un gesto sconosciuto a molte, che annunciava l’inizio della nuova vita.Vittoria Savio, una piemontese tosta, capace di arrampicarsi su per i villaggi andini, è una delle…
Ogni giorno saliva fino a Plaza de Armas per attirare l’attenzione delle bambine sguattere che non capivano la ragione di tutti quei sorrisi. Vittoria era ormai in là con gli anni, i capelli già bianchi e il viso solcato dalle rughe. «Ma che ci è venuta a fare fin qui?», si domandavano le niñas, abituate a essere trattate come serve da padrone tiranne, segnate nel corpo e nell’anima e quindi diffidenti verso quella signora tutta pelle e ossa che aveva l’età delle loro nonne. Per Vittoria non fu facile sciogliere una resistenza impastata di solitudine, tormento, continui inganni, gli stessi con cui il mondo adulto aveva attirato le trabajadoras minorenni nei luoghi della schiavitù: sedici ore di lavoro al giorno senza stipendio, gli avanzi per cibo, le botte a ogni accenno di lamentela. Ma a volte bastava un abbraccio, un gesto sconosciuto a molte, che annunciava l’inizio della nuova vita.Vittoria Savio, una piemontese tosta, capace di arrampicarsi su per i villaggi andini, è una delle nove donne raccontate da Antonella Barina in un bellissimo libro che traduce il coraggio e la generosità femminili in un’avventura senza fine. Perché l’autrice non si limita a gettare un fascio di luce su nove coraggiose che hanno curato le ferite del mondo – tutte o quasi sconosciute, estranee al palcoscenico mediatico, ostinatamente ignorate da chi ha privilegiato il protagonismo maschile – ma riesce a farlo attraverso racconti rocamboleschi che non omettono paure, pericoli e pure il dolore – perfino quello innominato – trasformato da queste donne in energia potente.
Femministe e rivoluzionarie
Hanno storie molto diverse Vittoria, Ginevra, Natalina, Chiara, Marisa, Gianna, Rita, Adriana e Federica, figlie di famiglia borghese o contadina, cresciute in periodi storici distanti, nella campagna fertile del profondo Nord o tra i paesaggi aspri del Mezzogiorno, ma quasi tutte sono intimamente rivoluzionarie e femministe – soprattutto quelle che indossano il velo – quasi tutte dotate della più disarmante delle armi che è il sorriso, quasi tutte senza marito e senza figli ma sapientissime nel costruire famiglie molto più ampie, tenute insieme dai vincoli della solidarietà e dell’amore. Il centro Yanapankusun, in Perù, o la casa delle bambine in Congo: in ogni storia l’approdo è una comunità, capace di restituire dignità all’umanità disumanizzata. Per Vittoria il viaggio in Perù, al principio degli anni 80, fu quasi un salto nel vuoto. Era già nella mezz’età, una stagione della vita che non invita a grandi cambiamenti, ma dal padre antifascista aveva imparato che l’unica paura ammessa era quella di non avere paura. Dopo svariate peregrinazioni, riuscì ad approdare a Chejani, un pugno di casupole a quattromila metri d’altezza: in tasca una laurea in Matematica e una solida esperienza di insegnante. Dopo essersi costruita da sola la sua prima casa – un pavimento in terra battuta e il tetto di paglia – cominciò ad adoperarsi perché i bambini andassero a scuola, senza considerare che ai confini del mondo ogni cosa è considerata lecita: anche che i professori possano violentare i loro allievi. Ce n’era abbastanza per mettere a rischio la sua tenuta psichica, ma Vittoria riuscì a resistere a tutto, perfino ai guerriglieri di Sendero Luminoso che ne cambiarono solo la destinazione: questa volta a Lima, dove conosce Josefina, una delle bambine schiave portate via dai villaggi andini con la chimera di una vita più bella in città. Per Vittoria è la scoperta di un mondo feroce e sommerso, una delle forme di asservimento più sfuggenti perché nascoste dietro le mura private. Qui comincia la sua seconda o terza vita: investe tutta la sua liquidazione di insegnante per comprare a Cuzco quattro stanze e un terreno da cui prenderà vita un progetto infinito. Oggi la casa fondata da Vittoria ospita anche quaranta niñas insieme, dai quattro anni in su, offrendo istruzione e tantissimo affetto. A ciascuna di loro Vittoria non ha mai negato una carezza. E oggi che non c’è più – morta nel novembre scorso a 90 anni – continua a vivere nell’opera delle sue ragazze, diventate infermiere, farmaciste, insegnanti di sostegno. Nessuna può dimenticare quelle mani intrecciate alle loro, il gesto che a Plaza de Armas ne cambiò il destino.
Senza giudicare
Storie di umiliazione e riscatto. Cambia latitudine e continente, non la condizione delle bambine, che una violenta incultura patriarcale decide di trasformare in streghe. Siamo in Congo, inizi del nuovo secolo. Quando Natalina Isella le ha trovate davanti alla porta di casa, vestite di stracci e divorate dalla scabbia, ha capito quale sarebbe stata la sua nuova missione di suora laica: che cosa c’è di più vulnerabile di una bimbetta disabile o magari solo ribelle o inquieta, che una società ferocemente maschilista è pronta a incolpare di ogni disgrazia accusandola di diavoleria? Aveva conosciuto la crudeltà della storia africana, suor Natalina, tra genocidi e conflitti militari, ma ora si trovava davanti alle vittime più indifese della guerra quotidiana della strada, messe ai margini da famigliari senza cuore. Da allora ne ha salvate migliaia in quella che sarebbe stata battezzata la Ek’ ABana, la Casa delle Bambine, aiutata da volontari internazionali e da congolesi illuminati, impermeabili alle dicerie sulle piccole diavolesse. Ha preso i voti anche un’altra protagonista dell’altro mondo, suor Rita Giaretta, ma tra tutte è forse quella più radicale sul fronte dell’emancipazione e della libertà femminili. È stata suor Rita a guidare nel Casertano la battaglia contro la tratta delle schiave del sesso. Delle giovani donne costrette a prostituirsi conosce sofferenza, rabbia e una tenace diffidenza. Ha imparato a rispettarne i tempi, accompagnandone con pazienza il lento processo di liberazione. Casa Rut – la comunità da lei fondata – ne ha ospitate migliaia, provenienti da Nigeria, Romania e Moldavia. E per conoscerne meglio la geografia mentale, Suor Rita ha viaggiato nei diversi Paesi, ripercorrendo fino in fondo la via crucis di quelle figlie sfortunate. Mama è il soprannome con cui le ragazze riescono a dirle la loro gratitudine, qualche volta Mama Africa. Il suo segreto è predisporsi all’ascolto senza mai giudicare, anzi mettendosi costantemente in discussione. Anche quando parla con il più irrequieto dei transessuali, non ha mai paura della vita e delle sue infinite possibilità.
E poi c’è la decima
È questo, in fondo, il filo rosso che attraversa tutte le storie di Donne dell’altro mondo (Manni, 184 pagine, 18 euro) . Non ci sono confini, nella sfida con sé stesse. Non ci sono limiti per Adriana Patrichi, che si ostina a dare voce alle vittime del caporalato in Calabria. Non conosce pause la giocoleria di Ginevra Sanguigno, in arte Gigì, che con una ciliegina rossa sul naso strappa un sorriso nei luoghi dimenticati della Terra, mentre Federica Biondi rischia la vita in Angola e in Afghanistan per restituire gambe e braccia ai bambini saltati sulle mine. C’è chi fronteggia epidemie mortali come l’infermiera Chiara Burzio in Liberia. E c’è chi si misura a casa propria con il mostro più temuto, come Marisa Barracano e Gianna Leo, riuscendo a trasformare la tragedia della morte d’un figlio in un’impresa felice: la costruzione della casa di Peter Pan, la residenza che accoglie le famiglie dei bambini colpiti dal tumore. Tutte donne controcorrente, in direzione ostinata e contraria rispetto all’individualismo imperante, tanto generose da riconoscere anche “l’egoismo” implicito nella scelta di donarsi agli altri, sottraendo tempo ai propri cari. Accanto a loro c’è la decima protagonista di questo libro, l’autrice. Giornalista di lungo corso, Antonella Barina sceglie di mettersi di lato, sempre al servizio delle sue storie. Anche lei ha viaggiato per il mondo, raccontando il male senza compiacimento e il bene senza pietismo. Una cronista dell’altro mondo, che non ha mai smesso di credere alla funzione civile del mestiere.
Sul Venerdì del 29 agosto 2025