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Per fortuna c’è chi ci prova. Dal basso

Le prove dell’orchestra CinqueQuarti della rete di scuole piacentine 

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Il Festival dell’innovazione (da oggi) a Valdobbiadene e il Premio Atlante raccolgono progetti innovativi ideati da prof e studenti. Eccone alcuni
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L’incontro con il prof “giusto” può cambiarti la vita. Ma non c’è bisogno dell’eroe dell’Attimo Fuggente. Sono tante le classi guidate da “capitane e capitani” che impegnando parte del proprio tempo rendono viva la scuola. Progetti coraggiosi capaci di svegliare menti, sensibilità, capacità di studenti e famiglie e persino dei quartieri intorno. Li abbiamo cercati pescando in due bellissimi “contenitori”: il Festival dell’Innovazione scolastica di Valdobbiadene (Treviso), che per tre giorni, da oggi 5 settembre, racconta parte delle centinaia di progetti candidati; e l’annuale Premio Atlante, la sezione italiana del Global Teacher Prize, organizzato da United Network con Repubblica@Scuola e che ha un database di oltre duemila progetti.

Prove d’orchestra

Piacenza, la scuola primaria Quarto Circolo Didattico è in un quartiere difficile, la metà dei bambini sono figli di immigrati. Serve un linguaggio comune. La docente Simona Favari ne conosce uno universale: trova con fatica i finanzi…

L’incontro con il prof “giusto” può cambiarti la vita. Ma non c’è bisogno dell’eroe dell’Attimo Fuggente. Sono tante le classi guidate da “capitane e capitani” che impegnando parte del proprio tempo rendono viva la scuola. Progetti coraggiosi capaci di svegliare menti, sensibilità, capacità di studenti e famiglie e persino dei quartieri intorno. Li abbiamo cercati pescando in due bellissimi “contenitori”: il Festival dell’Innovazione scolastica di Valdobbiadene (Treviso), che per tre giorni, da oggi 5 settembre, racconta parte delle centinaia di progetti candidati; e l’annuale Premio Atlante, la sezione italiana del Global Teacher Prize, organizzato da United Network con Repubblica@Scuola e che ha un database di oltre duemila progetti.

Prove d’orchestra

Piacenza, la scuola primaria Quarto Circolo Didattico è in un quartiere difficile, la metà dei bambini sono figli di immigrati. Serve un linguaggio comune. La docente Simona Favari ne conosce uno universale: trova con fatica i finanziamenti e tre classi vengono dotate di violini e violoncelli: «Ovviamente tutto gratis. Niente accademia, subito a suonare brani classici adattati con difficoltà crescenti» dice. «Una scommessa, ma dopo un anno non credevo alle mie orecchie. Suonavano! E anche bene». Il resto è la storia che tutti vorrebbero leggere. I finanziamenti privati e pubblici aumentano, i docenti anche, tutta la scuola («nessuna selezione») suona, gli strumenti diventano quelli di una piccola orchestra. Concerti in teatro. Le orchestre ora sono tre con seicento piccoli musicisti. E il Quarto Circolo è diventato una scuola ambìta.

Diciamolo con i segni

«Io sogno una scuola in cui tutti possano parlare». Il linguaggio che cercava la prof Marcella Cammalleri era quello che facesse «rientrare nel gruppo» i ragazzi in difficoltà del suo Istituto Lucio Lombardo Radice di Roma. «Ho notato che la famiglia di un ragazzo autistico riusciva a comunicare attraverso il linguaggio dei segni. Un docente di sostegno lo conosceva e abbiamo provato». Tutta la classe lo studia, si diverte, l’esperimento si allarga, la posizione del ragazzo autistico si capovolge. Decidono di non fermarsi: in rete è facile trovare il video del coro Mani segnanti, base musicale un brano di Mengoni e decine di interpreti che lo cantano. Solo con le mani.

Statisticamente parlando

Ma ci sono altri linguaggi che in una scuola non ti aspetti. Ad esempio quello di una classe elementare che studia statistica. E la applica. «Il docente di statistica del mio corso di laurea insisteva: solo pochi sanno calcolare una probabilità, la statistica va studiata alle elementari». La prof Anna Maria Cruscomagno lo ha fatto. Una scuola c’era e la sosteneva – la primaria dell’Istituto Comprensivo di Castrovillari – i piccoli studenti anche, i suoi. Ha invitato quel docente, Paolo Frumento, che ha raccontato a bambine e bambini che ogni giorno si devono fare scelte calcolando le probabilità mentre molto raramente capita di dover usare l’area dell’esagono. È iniziato un grande gioco fatto di calcoli sul lancio dei dadi, sulla scelta casuale tra diverse scatole e così via trasformando tutto in grafici, descrizioni e costruzione di questionari. «E pensare che l’esame di statistica io l’ho dovuto ripetere nove volte…».

Un robot chiamato Dante

C’è poi il linguaggio che ha cambiato il mondo e le nostre vite, ma quanti hanno idea di cosa ci sia dietro lo schermo di un tablet o di uno smartphone? Un’idea l’aveva Alessandro Suizzo, appassionato di informatica e prof di lettere al Tecnico Gioacchino Russo di Paternò. Come avvicinare gli studenti alla Divina Commedia? Suizzo li spiazza, inizia a insegnargli come codificare una macchina. Gli studenti creano un robottino, il droide BB-8, poi diventato Dante. Disegnano una gigantesca mappa dell’Inferno e giocano a programmare il droide Dante per fare tutto il suo percorso guidato con gli iPad. Successo clamoroso, per BB-8 e per Dante. L’Istituto ferma l’emorragia di iscrizioni, si ottengono risultati alti nei test Invalsi e le classi successive hanno trasformato tutto in una app. «Ma il mio successo personale è Gianluca» dice il prof, «un ragazzo con enormi problemi che, dopo il diploma, voleva restare a scuola».

Ottimi argomenti

Ci sono altre parole, pesanti, su cui si mettono alla prova gruppi di ragazze e ragazzi del liceo Parini di Milano. Il progetto si chiama Mare dentro e le parole sono quelle della lingua “fuori” e del gergo carcerario. Il gruppo ne parla con un gruppo di detenuti, ovviamente con regole rigidissime. «All’inizio è difficile, poi dietro le sbarre sentono che c’è attenzione» dice la prof Teresa Summa «e anche per gli studenti è un modo di riflettere sulle proprie vite. Un esempio? Un termine ricorrente tra i detenuti è argomento. Si usa per intendere armi. Si delinque con o senza argomento. Ci siamo interrogati sul perché di questa parola, lo hanno chiesto durante gli incontri in carcere. Poi in classe qualcuno ha detto: certo, se hai le parole per farti valere hai anche dei buoni argomenti, se non le hai usi quegli argomenti lì». Sintesi perfetta di un progetto bello e difficile.

Nel quartiere

Difficile, coraggiosa e molto più che un progetto è l’attività che da oltre dieci anni ha rivoluzionato una scuola elementare e inciso sulla vita di un intero quartiere. L’Istituto comprensivo si chiama Rita Borsellino; il quartiere è la Kalsa-Magione, antica e difficile porzione del centro di Palermo. Nasce tutto da un campetto da calcio abbandonato dove da ragazzi giocavano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il Comune lo destina ad area cani, la scuola si ribella: apre le porte e chiede ai cittadini aiuto per trasformarlo in un parco giochi. Vincono, con le associazioni di volontariato che raccolgono fondi per attrezzarlo. Da allora quelle porte non si sono più chiuse. È stata pedonalizzata la strada davanti alla scuola e trasformata in playground, docenti e volontari tengono aperte le aule il sabato e la domenica con spettacoli per tutti i cittadini, e la lista è lunghissima. «Questo è fare educazione» dice la preside Lucia Sorce «noi insegniamo ma lavoriamo anche sugli spazi intorno alla scuola, renderli più belli fa diminuire il vandalismo. Non possiamo chiuderci in quattro mura, se vogliamo abbassare la dispersione (e ci siamo riusciti) dobbiamo andare a conquistare i bambini fuori. Ma – conclude – bisogna dedicare tanto tempo e tanta fatica. Ci vuole più coraggio da parte delle amministrazioni pubbliche per mantenere queste conquiste. Non si può mollare un attimo, e la scuola non può farcela da sola».

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