Caso Milano, le famiglie sospese: “Non siamo stati ingenui, siamo stati traditi”
di Marco BracconiPrimo problema. Non sai bene con chi prendertela. Il Comune i costruttori il Parlamento il capitalismo i magistrati la sfiga o Satana Trismegisto. Forse tutti, tranne quest’ultimo.
Secondo problema. Che rabbia sentirsi considerati alla stregua di chi ha subìto una truffa, praticamente dei creduloni, quando hai fatto tutto come si deve, verifiche preliminari comprese: «I venditori erano società note, i documenti firmati dal notaio, nessuno di noi è uno sprovveduto. È insopportabile passare anche per ingenui che si sono fatti fregare».
Terzo problema. L’ingiustizia che stanno subendo è evidente, ma soluzioni a breve termine non se ne vedono. Adesso si apre un tavolo a Palazzo Marino, loro ci credono poco. Sono 4.500 le famiglie e i single risucchiati dal limbo in cui è finita l’edilizia milanese dopo i sequestri, il binario morto del decreto Salva Milano, gli avvisi di garanzia.
Primo problema. Non sai bene con chi prendertela. Il Comune i costruttori il Parlamento il capitalismo i magistrati la sfiga o Satana Trismegisto. Forse tutti, tranne quest’ultimo.
Secondo problema. Che rabbia sentirsi considerati alla stregua di chi ha subìto una truffa, praticamente dei creduloni, quando hai fatto tutto come si deve, verifiche preliminari comprese: «I venditori erano società note, i documenti firmati dal notaio, nessuno di noi è uno sprovveduto. È insopportabile passare anche per ingenui che si sono fatti fregare».
Terzo problema. L’ingiustizia che stanno subendo è evidente, ma soluzioni a breve termine non se ne vedono. Adesso si apre un tavolo a Palazzo Marino, loro ci credono poco. Sono 4.500 le famiglie e i single risucchiati dal limbo in cui è finita l’edilizia milanese dopo i sequestri, il binario morto del decreto Salva Milano, gli avvisi di garanzia.
Dal nuovo Pirellino al Villaggio olimpico: la mappa dei cantieri dell’inchiesta urbanistica a Milano
Tutti hanno pagato lauti anticipi per un nuovo appartamento ma, tra ordinanze di sequestro e un Comune che non si azzarda più a muovere un mignolo, non hanno ancora visto nulla. Le loro case sono (sarebbero) in complessi che si chiamano (chiamavano?) Lepontina 7/9, Residenze LAC, Savona 105, Scalo House, dove sulle recinzioni dei cantieri dormienti ancora campeggiano i rendering: “Case al di là di ogni aspettativa” si legge sotto i palazzi rimasti a metà al Parco delle Cave, avanguardia di una new Baggio, periferia Ovest, da far crescere con l’arrivo della metro.
C’è un filo di inevitabile sadismo nell’incontrare alcune di queste persone davanti agli scheletri ? a volte le fondamenta ? di ciò che dovrebbe esser di loro proprietà, fatto e finito, e invece non lo è. Come se non bastasse è pure Ferragosto e in città si muore di caldo. Sono tutti gentili ma gliela leggi in faccia l’amarezza, l’incazzatura.
Il tempo perduto
«Amo il teatro e la cultura, per questo Milano era e resta il progetto della terza stagione della mia vita», dice Maristella, medico in pensione, divorziata con figli grandi. Dalla Puglia si è trasferita qui con entusiasmo, investendo la liquidazione, solo che il suo trilocale in via Valtellina, due passi dalla Dogana in via di rigenerazione, è un grosso buco seminascosto dalle reti a maglie arancioni.
«Sono appoggiata da più di un anno in un monolocale, mi stanno togliendo il diritto alla casa ma anche il tempo di vita. Ed è questo che mi fa più male. Non sono una ragazzina, ogni anno che passa per me è un anno perso. Ho sempre ammirato Milano per il suo senso civico, è uno dei motivi per cui voglio stare qui. Ma quanto ci sta accadendo è inaudito. Una città come questa non può portare addosso macchie simili».
“Traditi da Milano” rischia di essere solo un titolone a effetto, ma di sicuro la città che si racconta tanto sostenibile così finisce per tradire se stessa: quasi tutti ti raccontano che hanno scelto edifici nuovi per andare a vivere in spazi green, in efficienza energetica e ottimizzazione termica, ma se questo è il risultato, la prossima volta anche no. «Dovessi rifarlo, forse cercherei un appartamento che già esiste», ammette Maristella.
Mentre la Milano Real Estate ambientalista si morde la coda, qualcun altro ancora si morde le mani per non aver cliccato sul bottone prendi i soldi e scappa: prima che tutto si fermasse molti hanno ricevuto l’offerta di uscire dall’affare, magari con un incentivo, perché il mercato era salito di un’anticchia e l’appetito dei palazzinari pure. Ma quasi nessuno ha rinunciato. «Mi sento come durante il Covid», dice Paolo guardando la griglia di cemento armato che dovrebbe sostenere casa sua, futuro bilocale al quinto piano di uno dei tre palazzi LAC a Baggio.
Ma la pandemia che c’entra? «Anche adesso non ho idea di come, quando e a quale prezzo questa vicenda possa finire. Un’attesa snervante. Ho 25 anni, non ho ancora una famiglia e so di essere fortunato rispetto a chi ha messo i risparmi per l’anticipo e magari è in affitto, ma intanto quello che avevo, più di centomila euro, è bloccato». Poi guarda in alto, indica oltre le impalcature, sbuffa pensieroso. «Gli edifici sono al 60 per cento e da mesi nel cantiere non entra più nessuno, hanno pure messo la vigilanza per evitare occupazioni o vandalismi. E allora mi chiedo: se mai riaprirà, in che condizioni sarà quello che è stato fatto?».
Paolo ha ragione. Qui, in via Cancano, si avverte un senso di abbandono che mira dritto al cuore, con i due agenti privati che presidiano il nulla e rendono il tutto un po’ surreale: «Ogni giorno passavo a vedere l’avanzamento dei lavori, come gli umarell, ora mi viene da piangere», e se gli chiedi a che punto è la sua speranza ? da uno a cento? ? ti risponde trenta, con tendenza a scendere: «Del tavolo del Comune, guardi, non so che pensare».
Poi declina l’invito a farsi fotografare, perché ogni tanto parte una shit che assimila i proprietari sospesi agli speculatori – potenza imbecille della Rete. «Noi vogliamo solo le nostre case, non è difficile capirlo».
Dall’altra parte della città, via Savona ultimo tratto, civico 105, quasi Giambellino, doveva sorgere il trilocale di Luca, che sul tavolo convocato dall’amministrazione ha le idee più chiare del collega di sventura: «Una presa per il culo». In che senso, scusi. «Nel senso che il Comune ci chiama ogni volta che si accende il faro mediatico, poi le acque si calmano e ci dimentica. Un classico».
Luca in Savona 105 doveva andarci con moglie e figlio, hanno girato diverse case in affitto e ora volevano radicarsi, lui viene da Roma, studi alla Bocconi e determinazione da vendere.«Il danno che ci hanno procurato è enorme, se ne devono rendere conto. Intanto c’è quello biologico, lo stress di vivere senza sapere quando finirà questa attesa. E poi c’è il portafoglio, certo. Se avessi investito i soldi finiti nella palude, anche a zero rischi, a quest’ora avrei guadagnato migliaia di euro. Non esiste che tutto finisca così, magari con un concordato a rimetterci».
La nemesi è che Luca per un po’ ha vissuto in via Savona 105, a diciotto metri dallo spazio rimasto virtuale dell’appartamento acquistato, il rimpianto ? forse ? è non aver comprato in via Mauro Macchi, alle spalle della Stazione Centrale, «dove avevamo visto una bella casa, con i finestroni, ristrutturata alla grande. Ricordo le discussioni con mia moglie, che si era innamorata di quel posto».
Per i fondi internazionali saranno pure quisquilie, ma per le persone no, bisognerebbe rendersene un po’ più conto, ora che all’improvviso a Milano tutti dicono di volere una città per i cittadini, dopo aver pigiato per anni l’acceleratore sulla city for users, quella che vieni studi lavori spendi e poi vai via. Quelli del ceto medio «Chi non conosce la situazione pensa che siamo gente ricca, e che allora sotto sotto ben gli sta, e invece siamo il ceto medio, non investitori in cerca di rendita», dice Eleonora, single, che ancora aspetta il famoso Giardino segreto ai confini dell’Isola, dietro Porta Garibaldi, la nuova costruzione bloccata prima che si ergesse in un cortile. «Abbiamo comprato casa per viverci, mica per guadagnarci sopra».
Anche fosse, non ci sarebbe nulla di male, ma visto che non è così c’è da chiedersi quale sortilegio abbia colpito il rapporto tra Milano e il ceto medio, quello in fuga perché non regge i costi e quello di chi vuole e può rimanere, eppure in questo casino resta appeso. Il fatto è che di ceto medio, ahinoi, non ce n’è più uno solo. Ma questi due, di certo, sono figli della stessa stagione.
Sul Venerdì del 5 settembre 2025