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A casa di Dan Brown: “Vi racconto il mio Ultimo Segreto”. L’intervista esclusiva

Un busto di Dante campeggia sulla scrivania di Dan Brown; sugli scaffali, tutte le edizioni dei suoi romanzi. In totale ha venduto 250 milioni di copie nel mondo. 

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Lo scrittore ci accoglie nelle stanze in cui ha lavorato al romanzo appena arrivato in libreria. È ambientato a Praga e stavolta esplora i poteri occulti della mente: «Mai sentito parlare di noetica?». Intervista esclusiva
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«È il mio libro più complicato, ci ho messo sette anni per completarlo. La trama è intrisa di noetica, ovvero la possibilità di accedere a saperi complessi oltrepassando i confini dei nostri cinque sensi e il potere della ragione. Mi ci è voluta molta energia per arrivare alla fine. E solo quando ho messo un punto, mi sono reso conto che il tempo era passato: ho avuto paura che la gente avesse dimenticato Robert Langdon, il protagonista della mia saga. Invece, mi pare ci sia grande attesa».

Dan Brown veste i panni di Mister Bestseller, romanziere da 250 milioni di copie vendute nel mondo, già alle nove di mattina. In giacca blu e camicia Brooks Brothers ti raggiunge nello studiolo neogotico con balconata, dopo che ad aprirti la porta è stata Judith Pietersen, olandese, addestratrice di cavalli, di 30 anni più giovane dello scrittore 61enne, che nel 2020 fu causa dell’oneroso divorzio dalla di lui moglie Blythe, cui Brown ha dovuto cedere il 50 per cento dei beni. «Benvenuta nella mia …

«È il mio libro più complicato, ci ho messo sette anni per completarlo. La trama è intrisa di noetica, ovvero la possibilità di accedere a saperi complessi oltrepassando i confini dei nostri cinque sensi e il potere della ragione. Mi ci è voluta molta energia per arrivare alla fine. E solo quando ho messo un punto, mi sono reso conto che il tempo era passato: ho avuto paura che la gente avesse dimenticato Robert Langdon, il protagonista della mia saga. Invece, mi pare ci sia grande attesa».

Dan Brown veste i panni di Mister Bestseller, romanziere da 250 milioni di copie vendute nel mondo, già alle nove di mattina. In giacca blu e camicia Brooks Brothers ti raggiunge nello studiolo neogotico con balconata, dopo che ad aprirti la porta è stata Judith Pietersen, olandese, addestratrice di cavalli, di 30 anni più giovane dello scrittore 61enne, che nel 2020 fu causa dell’oneroso divorzio dalla di lui moglie Blythe, cui Brown ha dovuto cedere il 50 per cento dei beni. «Benvenuta nella mia “fortezza della gratitudine”» ti dice offrendoti la poltrona accanto al camino mentre Winston, il labrador di sette anni, si piazza nel mezzo. Una vecchia macchina da scrivere, un busto di Dante Alighieri, un mappamondo antico: «Souvenir italiani», ride, ricordando il tempo trascorso da noi. «Non è lo studio in cui lavoro» ammette: «Qui tengo una copia di ogni mio libro nelle 57 lingue in cui li hanno tradotti. E qui...» esita. Poi si alza, tocca l’angolo di uno specchio e – magia – apre uno scomparto segreto: «...qui conservo i cimeli più cari». E ti sorprende, mostrandoti il Criptex originale usato sul set del Codice da Vinci. Per poi lasciarti a bocca aperta di nuovo, rivelandoti un’intera stanza dietro il ritratto di dama, proprio di fronte a un altare in ferro battuto pieno di libri, antichi e non, compreso il suo Angeli e demoni: «Sono i libri banditi dalla Chiesa Cattolica».

Che tipo, Dan Brown. Sei a casa sua da dieci minuti e già t’incanta inanellando piccole rivelazioni, quasi fossi scivolata anche tu nelle pagine del suo nuovo, attesissimo romanzo: L’ultimo segreto, uscito in contemporanea mondiale pochi giorni fa, il 9 settembre, da noi edito da Rizzoli. «Non vedo l’ora di tornare in Italia», lusinga l’ex professore d’inglese, ex cantante pop a Los Angeles («suono ancora il piano tutti i giorni» dice dandotene un assaggio), che ha esordito scrivendo per bambini e donne single, salvo poi diventare uno degli autori più letti al mondo. Prima, raccontando l’amore tra Gesù e la Maddalena nel Codice da Vinci, poi regalando un figlio al Papa con l’inseminazione artificiale in Angeli e demoni, e perfino anticipando la pandemia con Inferno. Nel nuovo libro, rispolvera il personaggio di Katherine Solomon già incontrata ne Il simbolo perduto, tornando a una sua vecchia ossessione: la noetica, appunto.

Non mi dica che ci crede davvero?

«Sono anni che la studio. All’inizio il mio approccio era scettico, come quello di Langdon. Poi ho visto gli esperimenti, ho parlato con gli scienziati e mi sono convinto che sappiamo ancora troppo poco su come funziona la nostra mente. Magari fra cinquant’anni, la gente dirà: “Ricordi quando il potere della mente era considerato ridicolo?”».

Contrariamente agli autori che inventano sistemi scientifici facendoli sembrare reali, lei cita studi reali facendoli sembrare fantascientifici...

«È il senso del mio scrivere libri. Non ho risposte ma mi piace spingere la gente a porsi domande. La ricerca ormai esplora campi talmente lontani dai modelli noti da sfiorare l’assurdo. Ma come spiegare i casi di chi si risveglia da traumi con talenti che non sapeva di avere, come la conoscenza di una lingua straniera? C’è chi ipotizza che il cervello sia una sorta di ricevitore con funzioni diverse da quelle che gli abbiamo attribuito finora».

Nel romanzo cita diversi scienziati. Ha avuto contatti diretti con loro?

«Dialogare con loro è stato parte del gravoso impegno di questo libro: ogni volta dovevo prepararmi adeguatamente per sostenere conversazioni dotte ed essere in grado di comprendere le loro risposte ai miei quesiti. A molti ha fatto piacere essere citati nel romanzo con i loro studi. Non a tutti. Qualche materialista ha risposto burbero: “Il sistema esistente è valido e voi siete folli”».

Tocca il delicato tema di cosa c’è oltre la morte.

«Ero con mia mamma quando morì, otto anni fa. Chiunque abbia avuto un’esperienza del genere sa che il passaggio dalla vita alla morte è un momento di grande confusione: la persona amata se ne va portandosi via tutto, un intero patrimonio di speranze, sogni, amore e conoscenze. Non riuscivo ad accettarlo: ed è stato uno dei motivi che mi hanno spinto a scrivere il libro. Grazie alle mie ricerche, oggi credo che le persone non muoiono davvero. Semmai si liberano intorno a noi entrando a far parte di qualcosa di più grande e migliore».

Che rapporto ha con la fede? Non è mai stato molto tenero con la Chiesa cattolica...

«Da bambino appartenevo alla Chiesa episcopale ed ero molto religioso. Poi alle medie studiai le origini dell’universo, il Big Bang. Ne chiesi conto al pastore, perché la Bibbia parlava invece di creazione divina. Quello, in difficoltà, mi rispose che non erano domande da farsi: e questo mi allontanò dalla religione. Poi, approfondendo il discorso scientifico, ho capito che a un certo punto la fisica diventa metafisica, i numeri si fanno immaginari e c’è un ordine altro nella scienza. Proprio questo fa di me, oggi, una persona molto spirituale».

Eppure, come Langdon, lei sembra molto pragmatico.

«Mi annoiano i dogmi religiosi. La grande sfida di chi ha fede è comprendere che le storie sacre non sono fatti, ma lezioni insegnate in termini metaforici. Se la gente le prende alla lettera, diventano pericolose. Chi uccide qualcuno perché non crede nel suo dio ha perso la strada».

Dopo l’Opus Dei, ora stuzzica addirittura la Cia. Non ha paura di crearsi nuovi, e potenti, nemici?

«Andiamo, l’hanno capito pure a Roma che Il codice da Vinci era solo un romanzo. E se si arriva fino in fondo a L’ultimo segreto si capisce... ma non roviniamo la sorpresa ai lettori. Mi basta dirle questo: cerco la teatralità, amo spaziare nella zona grigia della morale, quella dove ci si barcamena fra giusto e sbagliato. Serve a fare grande fiction. Ricordo le polemiche scatenate da Inferno, che affrontava la questione dell’iperpopolazione del pianeta. Un problema reale che solleva un quesito importante: per salvare la razza umana bisogna sacrificarne una parte?».

Sembrano le tesi di quel “lungotermismo” caro a Elon Musk, dove si dice che è più importante pensare cosa far mangiare ai bisnipoti che agli affamati contemporanei...

«Il problema è reale. Le risorse che abbiamo non basteranno a nutrire una popolazione che continua a crescere molto velocemente...».

Tornando a Roma: le piace papa Prevost?

«Mi sembra un leader moderno e benevolo, farà un lavoro magnifico. Mi piacerebbe incontrarlo perché, com’è noto, in Vaticano non sono il benvenuto da tempo. Soprattutto papa Benedetto non mi ha mai amato. Detestò Il codice da Vinci e ancor più Angeli e demoni. Sappiamo tutti il perché».

Nel nuovo romanzo uno dei personaggi parla di intelligenza artificiale con scetticismo. E lei? È scettico?

«L’intelligenza artificiale esiste, interagiamo con lei ogni giorno senza nemmeno accorgercene. Per fortuna, come strumento creativo non è ancora abbastanza raffinato. Ho provato a chiedergli di scrivere un capitolo nel mio stile e non è venuto fuori granché: e questo mi ha rassicurato. Certo, migliora: al prossimo tentativo potrebbe far meglio di me. Ma a correre un rischio enorme sono i giovani: può infiacchirne le abilità analitiche e di comprensione. Però ricordo che quando uscirono i calcolatori elettronici tascabili, mio padre, professore di matematica, chiese ai suoi alunni di portarli in classe: “Usandoli”, diceva, “non perderanno tempo. Gli insegno le operazioni complesse ma poi non devono passare il tempo a farle e possono concentrarsi su problemi più grandi”. Allo stesso modo, anche l’IA un giorno potrebbe aiutarci a essere più produttivi e più abili. Per ora, non ci siamo».

Nei suoi libri ci sono sempre puzzle da risolvere e cospirazioni da svelare. Qual è il suo rapporto con la realtà? Davvero pensa ci sia altro rispetto a quanto vediamo?

«Non me lo chiedo più: so che c’è sempre qualcosa di più complicato. Ma non mi riferisco certo ai cospirazionisti politici, gente incapace di affrontare il caos della realtà e che s’inventa un suo ordine. Parlo di qualcosa oltre la realtà visibile, ciò che, appunto, studia la noetica: il paranormale, le esperienze extracorporee e così via. Argomenti su cui ero scettico perché inspiegabili, ma su cui ho dovuto cambiare punto di vista: per convincere un tipo pragmatico come il mio Langdon, ho dovuto prima convincere me. Ciò detto, ho un rapporto forte con la realtà. Quel che cito nei miei libri è vero: la scienza, le filosofie, gli esperimenti, i documenti, i luoghi...».

A proposito di luoghi: ha abbandonato l’Italia e ambientato il nuovo romanzo a Praga...

«Una città magica, vera capitale mistica d’Europa: l’ho scelta quando ho capito che avrei scritto di coscienza intuitiva, perché i legami storici col misticismo lì sono profondi. Ho passato molto tempo ad esplorarla. A Praga l’imperatore Rodolfo II – un grande mistico – si circondò di alchimisti e cabalisti come Keplero e Judah Loew ben Bezalel, detto il Maharal. Trasformò la città in un centro di ricerca sulla mistica e le arti occulte, e alla sua corte si svolgevano ricerche sulla pietra filosofale e l’elisir di lunga vita».

Non poteva mancare il Golem: anche se il suo si muove come una sorta di terrorista.

«Un cadavere infuso di vita che diventa un grande protettore: una leggenda affascinante, profondamente legata alla storia di Praga. Ho voluto rivisitare il mito senza essere didascalico: il mio Golem vive la leggenda, pensa di essere parte della tradizione, ma è un diverso tipo di antagonista. In questo libro tutti i cattivi fanno cose sbagliate, è vero: ma per motivi giusti».

I suoi romanzi finiscono immancabilmente per ispirare percorsi turistici. Ne è consapevole?

«Certo. A Roma il percorso per giungere all’illuminazione era molto specifico e lo è anche questo. Ma non penso mai ai turisti: la mia è una sorta di caccia al tesoro. È una tradizione di famiglia: mio padre, professore al college di Exeter, la cittadina dove sono nato a pochi chilometri da qui, le organizzava la mattina di Natale. Non c’erano doni senza aver risolto gli enigmi. Oggi ha 89 anni ed è molto lucido: le organizziamo ancora, insieme, per i nipotini».

Suo padre insegnava alla Phillips Exeter Academy, una delle più antiche boarding school del Paese, che ha ospitato padri della patria come Daniel Webster e figli irrequieti d’America come Gore Vidal.

«Crescere in un ambiente totalmente accademico è stato un privilegio. In quel mondo i miei eroi erano tutti insegnanti. Non è una coincidenza se Robert Langdon è un distinto, altezzoso professore di college sempre vestito di tweed, professore in un’università d’eccellenza come Harvard».

L’università di Harvard è una di quelle finite nel mirino di Trump. Da che parte sta il suo professore?

«Oh, no, la prego: non parliamo di politica!».

E allora ci dica almeno che rapporto ha con Langdon?

«È la persona che vorrei essere. Solo, molto più coraggiosa, smart, cool di me. E poi non invecchia mai: è una delle cose che più mi piacciono di lui».

Lei però ha più successo...

«È vero, i miei libri vendono un po’ più dei suoi... Ma lui è davvero parte di me, è sempre nella mia testa, vedo il mondo attraverso i suoi occhi. È un amico che mi sfida costantemente col suo scetticismo».

Ha mai pensato di ucciderlo, come fece Conan Doyle col suo Sherlock Holmes?

«Posso abbandonare un libro, non il mio protagonista. Dopo tre anni che stavo su questo romanzo è quasi successo. A un certo punto ho ribaltato la trama, e cancellato un personaggio rimasto lì per tre quarti della stesura. Ma non sono uno che molla: sbatto contro il muro fino a quando o si rompe il muro o si spacca la mia testa. E poi so di non essere più giovanissimo, ma lo sono abbastanza da credere che scriverò di lui ancora a lungo. Farlo morire è quanto meno prematuro».

Ritroviamo anche Katherine Solomon, già incontrata in Il simbolo perduto...

«Una vecchia amica di cui Langdon finalmente si innamora. Finora è stato uno scapolo inveterato, a ogni avventura incontrava una bella donna dotata di capacità funzionali alla trama. Questa volta volevo mostrare un altro suo aspetto: l’ho fatto entrare in una relazione più seria».

È accaduto anche a lei?

«Sì, sono fidanzato con una donna meravigliosa, la persona più gentile e carina che potessi incontrare. E sono molto felice».

A Hollywood già si sfregano le mani: a quando il nuovo film?

«Ho appena firmato un accordo con Netflix per farne una serie in 8 episodi. Ho amato lavorare con Ron Howard e Tom Hanks: è stato un grande onore. Ma questo libro rappresenta una sfida maggiore. È troppo difficile da comprimere in due ore, ce ne vorranno 12».

E sarà sempre Tom Hanks a interpretare Langdon?

«No, sarà un attore più giovane. Perché ora facciamo la serie tratta dal nuovo romanzo, poi passeremo a Origin (romanzo del 2017, ndr) e poi ad altre cose che scriverò. Dunque vogliamo qualcuno in grado di interpretare il personaggio a lungo. Per quanto ammiri Hanks, e sia sinceramente felice che finora Langdon lo abbia interpretato lui, devo ammetterlo: non somiglia affatto al Langdon che avevo in mente. Prima del film avevo già scritto tre romanzi con lui protagonista e lo avevo immaginato diversamente. Detto questo, ancora non so chi sarà il Langdon televisivo. La sceneggiatura non è scritta e il casting non è stato ancora fatto».

Com’è trasformare un libro in film?

«Un’esperienza interessante. Non puoi metterci tutto e devi sfrondare molto. E poi perdi il controllo sulla tua creatura, devi mediare con le esigenze di tanti altri professionisti. Mi sono sempre sentito una specie di turista sui set dei film tratti dai miei libri. Ogni volta che avevo un’idea, Ron Howard mi spiegava educatamente perché non si poteva fare: e aveva sempre ragione. Ho imparato che i film non sono mai tratti dal libro che hai scritto, ma dalla storia che hai inventato».

Il futuro? Come lo vede?

«Sono ottimista. Abbiamo nuove tecnologie con cui possiamo affrontare fame, inquinamento, surriscaldamento globale. Sebbene resti costante il rischio che vengano usate in maniera ostile. Lo dice pure la mia protagonista a proposito della noetica: non deve essere usata come arma. Temo sia però naïf pensare che non si cercherà di usare il controllo della mente per scopi bellici. Dal fuoco al computer, noi esseri umani abbiamo sempre utilizzato le scoperte per ucciderci l’un l’altro. Purtroppo tecnologia ed etica non avanzano allo stesso ritmo, dovremmo sforzarci di farle coincidere: altrimenti rischiamo di continuare a creare nuovi strumenti molto potenti senza avere la maturità spirituale necessaria a gestirli».

Sul Venerdì del 12 settembre 2025

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