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Brasile, il nuovo funk brasileiro

Aline MC Docinho, 36 anni, madre di cinque figli e funkeira della Favela da União, una delle più difficili e pericolose di San Paolo. luca meola 

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Addio samba. Il nuovo ritmo del Paese si chiama funk brasileiro e arriva dai quartieri più emarginati, ribaltandone gli stereotipi. Attraverso la musica. Ma anche i grandi marchi della moda
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Rio de Janeiro (Brasile) – Sulla spiaggia di Copacabana, invasa da turisti da tutto il mondo, la colonna sonora è sempre il samba, la tradizionale musica afro-brasiliana che dà anche il ritmo al famosissimo Carnevale di Rio de Janeiro. Ma spingendosi nelle favelas, che non sono nemmeno sfiorate dalla brezza del mare e dove però vivono due milioni di carioca, quasi un residente su quattro, ci si rende conto che è un po’ come andare a Napoli e scoprire che l’anima della città è oggi rappresentata dalle rime contemporanee di Geolier oltre che dalla tarantella. A trasformare il linguaggio e l’identità dei quartieri più emarginati è stato un rap che qui chiamano funk brasileiro e che ha ribaltato i paradigmi: meno accettazione del destino, più senso di appartenenza ed emancipazione.

Nuovi codici, nuove frequenze e anche nuovo stile, lontanissimo dai cliché: dimenticatevi quindi havaianas e “scugnizzi” che giocano a pallone per strada, oggi i ragazzi delle favelas hanno status symbol fino …

Rio de Janeiro (Brasile) – Sulla spiaggia di Copacabana, invasa da turisti da tutto il mondo, la colonna sonora è sempre il samba, la tradizionale musica afro-brasiliana che dà anche il ritmo al famosissimo Carnevale di Rio de Janeiro. Ma spingendosi nelle favelas, che non sono nemmeno sfiorate dalla brezza del mare e dove però vivono due milioni di carioca, quasi un residente su quattro, ci si rende conto che è un po’ come andare a Napoli e scoprire che l’anima della città è oggi rappresentata dalle rime contemporanee di Geolier oltre che dalla tarantella. A trasformare il linguaggio e l’identità dei quartieri più emarginati è stato un rap che qui chiamano funk brasileiro e che ha ribaltato i paradigmi: meno accettazione del destino, più senso di appartenenza ed emancipazione.

Nuovi codici, nuove frequenze e anche nuovo stile, lontanissimo dai cliché: dimenticatevi quindi havaianas e “scugnizzi” che giocano a pallone per strada, oggi i ragazzi delle favelas hanno status symbol fino a ieri impensabili, tipo un marchio chic come Lacoste. Tanto che il brand del coccodrillo, in controtendenza con la sua storia, ha già da anni intercettato il fenomeno e scelto proprio i funkeiros come testimonial per la linea brasiliana, arrivando a sponsorizzare alcuni di loro. Ne sono venute fuori hit come Lacoste Africa, Avvisa il proprietario della Lacoste, mentre un rapper si chiama proprio Re Lacoste.

Sesso e note

Aline MC Docinho, 36 anni, madre di cinque figli e funkeira della Favela da União, una delle più difficili di San Paolo, è una lacosteira: «Il funk ci ha permesso di rompere il tabù dell’ostentazione. La collaborazione con Lacoste è la prova che possiamo conquistare il mondo e siamo liberi di rivendicarlo».Quello del successo non era l’unico tabù degli emarginati: «Noi ragazze, attraverso la musica, possiamo parlare più apertamente di sesso», dice Aline, che rappresenta una storia di riscatto femminile in un ambiente fatto per lo più di giovanissimi maschi con più follower di Fedez che postano video a bordo di macchine di lusso e litigano settimanalmente con la polizia.

Il difficile rapporto con le forze dell’ordine non è una novità: lo scorso luglio il Comune di Diadema, area metropolitana di San Paolo, ha comprato droni per sparare gas lacrimogeni durante i concerti. «Solo per disperdere la folla evitando ogni contatto», si è giustificata la Guardia Civil, ma il caso è finito in Parlamento con l’accusa di “discriminazione delle manifestazioni culturali dei neri e delle periferie”, secondo quanto denunciato dal partito di sinistra PSOL.

Una lunga storia

La matrice black nel nuovo corso delle favelas non poteva mancare, nel Paese sudamericano con più incidenza di discendenti di africani: sono oltre 100 milioni, più della metà della popolazione, e in tantissimi abitano nelle baraccopoli. Il Brasile è stato uno degli ultimi Paesi ad abolire la schiavitù (nel 1888) e gli eredi di quella tragica pagina di storia fino a poco fa si riconoscevano quasi esclusivamente nell’universo culturale del samba, che è musica, ballo, ma anche industria creativa, artigianato, memoria collettiva. L’intellettuale e musicista Nei Lopes, uno dei massimi esperti di samba, nel suo Dicionário de direitos humanos e afins (ed. Civilização Brasileira, 2025) ne ha parlato in questi termini: «L’ideologia bianca ne ha esaltato le qualità ma nello stesso tempo tramava il genocidio del popolo nero. Per tanto tempo samba è stato sinonimo di fannulloneria, solo dopo il 1970 la classe media bianca lo ha sdoganato».

Oggi la funzione di lotta socio-razziale, soprattutto tra i più giovani, la svolge invece la versione brasiliana della trap, che secondo i dati di Spotify è ormai il secondo genere musicale più ascoltato in Brasile, dietro solo al sertanejo (il country locale), mentre il samba fatica a restare nella top ten. «Ma fa sempre parte delle nostre radici e genera migliaia di impieghi nelle favelas», riconosce Aline.

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Economia miliardaria

La nuova consapevolezza delle favelas significa anche ottimismo. I brasiliani tendono a vedere il bicchiere mezzo pieno, ma un sondaggio dell’Instituto Data Favela ha rilevato qualcosa di più: nelle baraccopoli il 90 per cento degli intervistati si dice ottimista sul futuro. «Ci sono persone che per nessun motivo vivrebbero altrove», conferma Luca Meola, fotografo e attivista italiano che vive in Brasile, di cui racconta storie di sofferenza e riscatto come quella di Aline. «Ma attenzione a non romanticizzare: in alcuni contesti gli omicidi sono fuori controllo, a causa della presenza della criminalità organizzata».

Che dietro le quinte del Brasile da cartolina fa affari d’oro: sempre secondo Data Favela, l’economia delle favelas brasiliane fattura la bellezza di 300 miliardi di reais l’anno, una cinquantina di miliardi di euro. Una cifra superiore ai Pil di Paraguay e Bolivia, che le mafie ottengono col traffico di droga e sostituendosi allo Stato nell’erogare servizi come acqua e Internet. A ritmo di funk.

Sul Venerdì del 12 settembre 2025

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