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Svitare i bulloni dall’impalcatura famigliare

Ronald Zehrfeld e Lilith Stangenberg sono tra i protagonisti del film di Matthias Glasner 

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Storia dolorosa e caustica di un disfacimento familiare, l’unica cosa che non mi convince di Sterben, imperdibile film di Matthias Glasner, è il titolo italiano, scelto probabilmente per non spaventare: Lo spartito della vita. In tedesco Sterben significa “morire”, ed è anche il titolo della composizione musicale che Tom deve dirigere alla Philharmonie di Berlino. Da anni i Lunies non sono più una famiglia. I genitori, Lissye Gerd, sono ormai fragili e malati, lei ha il cancro lui la demenza. I figli, Tom ed Ellen, hanno vite complicate: l’ex-compagna di Tom è incinta di un nuovo fidanzato, ma vuole accanto Tom come padre non biologico; Bernard, amico e autore del pezzo che Tom deve dirigere, è in crisi artistica e suicidaria; Ellen lavora in uno studio dentistico di Amburgo, canta con splendida voce, ma è piena di rabbia e di alcol. Anziché riunire la famiglia, la malattia dei genitori la fa esplodere. «Ho scritto di me e della mia famiglia tra sorrisi e lacrime, senza inventare null…

Storia dolorosa e caustica di un disfacimento familiare, l’unica cosa che non mi convince di Sterben, imperdibile film di Matthias Glasner, è il titolo italiano, scelto probabilmente per non spaventare: Lo spartito della vita. In tedesco Sterben significa “morire”, ed è anche il titolo della composizione musicale che Tom deve dirigere alla Philharmonie di Berlino. Da anni i Lunies non sono più una famiglia. I genitori, Lissye Gerd, sono ormai fragili e malati, lei ha il cancro lui la demenza. I figli, Tom ed Ellen, hanno vite complicate: l’ex-compagna di Tom è incinta di un nuovo fidanzato, ma vuole accanto Tom come padre non biologico; Bernard, amico e autore del pezzo che Tom deve dirigere, è in crisi artistica e suicidaria; Ellen lavora in uno studio dentistico di Amburgo, canta con splendida voce, ma è piena di rabbia e di alcol. Anziché riunire la famiglia, la malattia dei genitori la fa esplodere. «Ho scritto di me e della mia famiglia tra sorrisi e lacrime, senza inventare nulla», dice il regista. «È stato un modo di avvicinarmi a loro: finché erano vivi non ci ero mai riuscito». Unendo riferimenti autobiografici a momenti di finzione, Glasner svita i bulloni dell’impalcatura familiare e in quattro capitoli, come avrebbe fatto Lars von Trier, la espone ai nostri occhi traballante, prossima al crollo. «Non provo nulla, non m’importa che sei malata», dice Tom alla madre. Glasner mette a nudo sentimenti e pensieri, estrae dal petto l’inconscio per mostrarci che è un organismo vivente, sempre, e trasforma una storia privata in un racconto universale. I massimi sistemi (malattia, morte, amore, arte) si limita a indicarli, fortunatamente senza trattamenti filosofici o morali. Nella solitudine di ogni Natale, il rito di Tom è guardarsi in televisione la magia familiare di Fanny e Alexander – e non ho bisogno di aggiungere

altro.

Sul Venerdì del 12 settembre 2025

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