Intervista a Mr Netflix: Ted Sarandos sa tutto di noi. E ora anche noi sappiamo qualcosa di lui...
di Paola JacobbiAlla fine della proiezione di Frankenstein, alle spalle del regista Guillermo Del Toro e del nuovo idolo Jacob Elordi, fa capolino un signore dai capelli appena grigi. Applaude con particolare entusiasmo e alza entrambi i pollici. Si chiama Ted Sarandos e il suo ruolo ufficiale è Co-Chief Executive Officer di Netflix. Netflix, quella cosa che quando la accendete fa “Tu-Dum” e che se non ci ha cambiato la vita, ci ha cambiato un bel po’ di abitudini. Ci ha resi ingordi di serie, permalosi e incontentabili, frenetici nel consumo, a volte facilmente annoiati dalla troppa abbondanza, a volte felicemente intrappolati come in una di quelle relazioni “né con te né senza di te”.
Netflix fa “Tu-Dum” e funziona con un algoritmo che sembra sapere chi siamo ma qualche volta, per fortuna, si sbaglia e ci consiglia qualcosa che non sapevamo di voler vedere. Sarandos lo sa e sorride. Sorriderà spesso durante la nostra intervista, concessa in occasione del decimo anniversario dell’arrivo di Netflix i…
Alla fine della proiezione di Frankenstein, alle spalle del regista Guillermo Del Toro e del nuovo idolo Jacob Elordi, fa capolino un signore dai capelli appena grigi. Applaude con particolare entusiasmo e alza entrambi i pollici. Si chiama Ted Sarandos e il suo ruolo ufficiale è Co-Chief Executive Officer di Netflix. Netflix, quella cosa che quando la accendete fa “Tu-Dum” e che se non ci ha cambiato la vita, ci ha cambiato un bel po’ di abitudini. Ci ha resi ingordi di serie, permalosi e incontentabili, frenetici nel consumo, a volte facilmente annoiati dalla troppa abbondanza, a volte felicemente intrappolati come in una di quelle relazioni “né con te né senza di te”.
Netflix fa “Tu-Dum” e funziona con un algoritmo che sembra sapere chi siamo ma qualche volta, per fortuna, si sbaglia e ci consiglia qualcosa che non sapevamo di voler vedere. Sarandos lo sa e sorride. Sorriderà spesso durante la nostra intervista, concessa in occasione del decimo anniversario dell’arrivo di Netflix in Italia. Siamo all’Hotel Cipriani della Giudecca in piena Mostra del cinema, dove Naomi Watts pranza struccata e in pantofoline di velluto mentre Cate Blanchett chiede le chiavi alla reception. Intanto si siedono a tavola Greta Gerwig, Noah Baumbach, Adam Sandler, Laura Dern. Sarandos va a salutarli. Sono (insieme a George Clooney) il cast di Jay Kelly, uno dei tre film targati Netflix presenti a Venezia, insieme a Frankenstein e A House of Dynamite di Kathryn Bigelow.
Sarandos è omaggiato da tutti, conosce tutti, dice la sua sui casting (ha suggerito lui Elordi per Frankenstein al posto di Andrew Garfield che all’ultimo minuto si era ritirato dal film) e confessa che appena può lascia le cose noiose in ufficio per correre a vedere che cosa succede sui set, anche solo per poche ore. È appena stato a trovare David Fincher che sta girando il sequel di C’era una volta… a Hollywood con la sceneggiatura di Quentin Tarantino, interpreti Brad Pitt e Elizabeth Debicki, attrice australiana che, mi ricorda Sarandos, è diventata famosa interpretando Lady Diana nell’ultima stagione di The Crown, uno dei maggiori successi di Netflix, lo streaming media service con il più alto numero di abbonati al mondo, 301,6 milioni, e presente in 190 Paesi – come strillava Nanni Moretti in una scena del Sol dell’avvenire.
Sarandos è entrato in azienda quando Netflix era solo un servizio di noleggio di dvd per corrispondenza. La biografia: 61 anni, figlio di un elettricista e di una casalinga, altri quattro fratelli, pochi soldi, ogni tanto non pagavano le bollette e restavano senza luce. E tuttavia, poiché la mamma amava il cinema, i Sarandos hanno posseduto un videoregistratore prima di chiunque altro nel quartiere. Vivevano a Phoenix, Arizona, dove c’erano pochissime sale e dove, a parte una, piccola, dedicata al cinema d’autore, arrivavano solo i titoli più commerciali. Un’estate Ted ha visto L’aereo più pazzo del mondo 38 volte: era l’unico film in programmazione.
Ma a un certo punto il suo destino si è intrecciato con quello di Dale Mason, un ex controllore di volo di Chicago che odiava il suo mestiere. Dale aveva letto su una rivista che i business più redditizi del futuro sarebbero stati i negozi di videocassette e di yogurt. Poiché lo yogurt non gli piaceva e i film sì, si trasferì in Arizona e aprì un videostore a due passi da casa Sarandos. Il giovane Ted comincia a frequentarlo con assiduità, finisce per lavorarci e poi per dirigere la catena di negozi e insomma entrare nel mondo del noleggio di film.
Quindi lei è prima di tutto un appassionato di cinema.
«Da sempre. Non mi è mai sfuggita l’importanza di film e telefilm. Non si tratta mai solo di ammazzare il tempo. Si costruisce se stessi. A volte penso che le persone abbiano bisogno di una storia per ricordarsi chi sono».
Nella sua storia, la vera svolta arriva quando conosce Reed Hastings, il fondatore di Netflix che era agli esordi: noleggiava e vendeva dvd per corrispondenza.
«Non sapevo niente di internet allora. La prima cosa che ho fatto online nella mia vita è stata comprare un biglietto aereo per andare a incontrare Reed. Era seduto dietro a un tavolo pieghevole e intorno c’erano altri tavoli pieghevoli. Era l’ufficio improvvisato di una piccola start-up, e però si percepiva già una formidabile visione del futuro».
Oltre al modo di consumare storie, le piattaforme stanno cambiando anche il modo di scriverle?
«Sì, l’aspetto più sottovalutato del modello di binge watching – le abbuffate televisive – è proprio l’impatto sulla scrittura. La nostra prima serie, House of Cards, scritta, girata e mandata online tutta in una volta, ha condizionato il modo in cui le persone guardano uno show. Ma anche come lo si scrive. Nella vecchia televisione gran parte del pubblico si perdeva almeno un episodio. Quindi dovevi ricordare costantemente agli spettatori che cosa era successo la settimana prima. Noi non abbiamo più bisogno di farlo, quindi c’è tempo per raccontare meglio e sviluppare i personaggi».
Essere globali significa confrontarsi con culture diverse, il che è molto affascinante ma anche un ostacolo perché ci sono la censura e gli standard culturali e religiosi di ogni Paese. Ho visto la versione coreana di Call my agent e la coppia gay dell’originale – due donne – è diventata una coppia eterosessuale!
«Ovunque operiamo abbiamo team locali che prendono le decisioni creative sul campo perché capiscono la cultura e vivono in quei Paesi. Una delle chiavi del nostro successo è stata quella di prendere pochissime decisioni internazionali dalla California. Non stiamo cercando di esportare Hollywood nel mondo. Stiamo cercando di raccontare le grandi storie locali. La prima cosa da fare per il team italiano è creare contenuti italiani per il pubblico italiano. Quest’anno, per esempio, avremo il film Il falsario con Pietro Castellitto, la serie Motorvalley con Luca Argentero e la serie, presentata a Venezia, Il Mostro, diretta da Stefano Sollima. Tutte cose molto buone e molto diverse tra loro. E se anche questi contenuti non dovessero “viaggiare” altrove, ma funzionare solo in Italia, per me è un successo. Poi, certo, a volte, scatta la connessione globale. E succede qualcosa che trascende tutti i confini».
Come per Adolescence, un prodotto nato nel Regno Unito su una serie di casi avvenuti nel Regno Unito ma che ha sfondato ovunque.
«Certo. Ma penso anche a casi come Stranger Things, altro successo mondiale che però non è mai stato pensato a tavolino come tale. È una serie che si basa su un tipo di nostalgia molto americana. Infine, c’è Squid Game. Non abbiamo annacquato nulla, è un prodotto coreano classico. All’inizio può essere stato visto come una curiosità, ma poi si è affermato in tutto il mondo perché affronta temi universali come la disparità economica e lo scontro di classe».
C’è un altro elemento da considerare quando si ha a che fare con Paesi diversi: lo star system. Ci sono attori famosissimi ovunque e altri che possono esserlo solo nel loro Paese. Come vi comportate?
«Di nuovo: decidono i nostri team locali. In India ho conosciuto Shah Rukh Khan, probabilmente una delle più grandi star del mondo. Sono andato un giorno a casa sua. Quando siamo arrivati davanti al suo vialetto, c’erano cinquecento persone fuori dal cancello. E applaudivano quando la macchina si fermava. Io gli ho chiesto: “Ma è così tutti i giorni?”. E lui ha risposto: “No, a volte ci sono cinquemila persone”. Un anno dopo, è venuto lui a Los Angeles. Siamo andati al ristorante e nessuno sapeva chi fosse. A circa tre quarti della cena, due turiste indiane si sono sedute a un tavolo vicino, l’hanno riconosciuto e si sono messe a strillare. E lui è andato a farsi un selfie con loro».
In questi dieci anni di Netflix Italia, di che cosa è più soddisfatto?
«Il mio motivo d’orgoglio personale è il film di Paolo Sorrentino È stata la mano di Dio. Tutto ciò che è grandioso del cinema americano è stato influenzato dal cinema italiano. E Paolo è un maestro moderno. Ci sono parametri di business importanti per definire un successo: superare certi traguardi, il numero degli abbonati, i profitti. Ma ancora più importanti, credo, sono questi traguardi creativi».
Ora siete accolti con tutti gli onori ai festival tranne che a quello di Cannes.
«Nel 2017 ci andammo con due film, Okja e The Meyerowitz Stories, ma poi loro cambiarono il regolamento e stabilirono che i film non potevano essere in concorso a meno che non fossero usciti nelle sale. Così abbiamo smesso di andarci. Cannes è un’istituzione un po’ polverosa, ma non costringerei mai nessuno a cambiare le regole che si è dato».
Dopo l’invasione dell’Ucraina, avete ritirato Netflix dalla Russia. Adesso i Paesi senza Netflix sono Russia, Cina, Crimea, Corea del Nord e Siria. Esiste la possibilità che uno di questi o altri mercati possano aprirsi?
«Il nostro obiettivo è migliorare il business dove già siamo. Potremmo sprecare molte energie cercando di entrare in contesti in cui non c’è interesse».
E la politica dei dazi di Trump? Può rappresentare un problema per voi?
«Concentriamo le nostre forze su ciò che possiamo controllare. Ma va detto che persino il presidente Trump ha riconosciuto più volte che esiste un tipo di eccezione culturale rispetto a certe politiche. Se la serie si chiama Emily in Paris va girata a Parigi, no? Noi investiamo sia nelle produzioni negli Stati Uniti che in quelle all’estero, dove contribuiamo in modo significativo alle economie locali. Siamo un’azienda di intrattenimento globale e cerchiamo di lavorare in armonia con i territori».
Netflix ha più di 300 milioni di abbonati nel mondo. Ma di fronte a tanti schermi casalinghi come possono sopravvivere le sale cinematografiche?
«Il mio business è intrattenere le persone quando sono a casa. Ma non credo che questo sia in conflitto con il cinema. Lo spettatore medio oggi guarda sette film al mese su Netflix, al cinema forse ne vede uno. Ma il rapporto tra quello che si vede a casa e quello che si vede in sala è vivo. Abbiamo un modello di business che garantisce la produzione continua di film e la loro visione continua. Stiamo iniettando nuova linfa in questo settore».
Parliamo dell’algoritmo. Nel mio caso: per mesi mi propone varianti di Una mamma per amica e poi, a sorpresa, mi fa scoprire la serie Asura diretta da Hirokazu Kore-eda, un capolavoro che mi aveva tenuto nascosto!
«Ma noi non nascondiamo niente! (ride, ndr). Gli algoritmi servono per restringere il campo a ciò che più probabilmente ti piacerà. Non è sempre corretto in questo senso, ma a volte, quando lo è, presenta qualcosa che tu non pensi ti piacerà e poi invece ti piace. In questo momento KPop Demon Hunters è probabilmente il miglior lancio della storia di Netflix: è il nostro film più visto nei primi 91 giorni. La colonna sonora ha quattro canzoni nella top 100 di Billboard. E l’ultimo film che ha avuto tre canzoni nella top 100 è stato La febbre del sabato sera nel 1978. A me interessa il K-pop? No, però i miei figli tornano a casa da scuola e me ne parlano e allora provo a vederlo e magari mi piace, la musica mi prende e poi magari divento fan anch’io».
Ma a lei, normalmente, che cosa propone l’algoritmo?
«Non faccio testo (ride, ndr)! Io guardo tutto e quindi mi propone di tutto!».
In Francia avete stretto un accordo con la rete generalista Tf1. Come funziona?
«Assorbiremo i contenuti di Tf1 e li renderemo disponibili ai nostri abbonati. Speriamo che sia un modello replicabile anche in altri Paesi. Lo considero semplicemente un’espansione del nostro modello di licenza».
Quali sono gli ambiti da tivù generalista che vi interessano?
«Più facile dire quello che non faremo: informazione, soap opera e sport, a esclusione di qualche evento live, come è stato l’incontro tra Jake Paul e Mike Tyson».
Un giorno potreste trasmettere la notte degli Oscar?
«Sì, potremmo».
Tutti, da Apple a Hbo agli antichi studios, hanno le loro piattaforme di streaming. Non c’è il rischio di un mercato saturo?
«Spero che, indipendentemente da quanti abbonamenti ha uno spettatore, Netflix sia sempre il primo a cui si iscrive e l’ultimo da cui si libera».
Ci sono serie di altri che le sarebbe piaciuto produrre?
«Certo! Tutti i successi altrui! Anche se spesso, nel tempo che passa dalla proposta alla messa in onda, i progetti cambiano radicalmente. Yellowstone (oggi su Paramount+, con Kevin Costner, ndr) ci era stata offerta tanti anni fa. Harvey Weinstein era il produttore e Robert Redford avrebbe dovuto interpretarla».
Teme la concorrenza di YouTube e TikTok? Sottraggono spettatori, soprattutto i più giovani.
«Fin dall’inizio, siamo stati in competizione con qualunque cosa porti attenzione verso uno schermo. Ma questo è esattamente il nostro lavoro: dobbiamo essere emozionanti, dobbiamo conquistare quei momenti con gli spettatori. Inoltre noi usiamo moltissimo TikTok e YouTube per promuovere i nostri contenuti. E, tornando a Demon Hunters: un fenomeno così scatena i social media e questo porta acqua al nostro mulino».
A proposito di concorrenti, lei interpreta sé stesso in The Studio, una serie satirica di Apple sul mondo del cinema oggi. Come è successo?
«Seth Rogen, autore e protagonista, mi ha chiamato: “Ho un’idea. Se la trovi divertente, ci farebbe piacere che la facessi. In caso contrario, la togliamo”. Ho letto il copione e mi è piaciuto, allora sono andato sul set preparatissimo, con le battute a memoria e tutto. Poi un giorno sono entrato al solito bar vicino a casa, dove passo sempre mentre vado in ufficio, e la signora che mi serve il caffè dice: “Non sapevo che fosse un attore”. Ho risposto: “Non sono un attore”. E lei: “L’ho vista in tivù. Interpretava Ted Sarandos”. “Ma io sono Ted Sarandos!”».
Lei, di fatto, si è inventato un mestiere e un business che non esisteva. Quando era ragazzo che cosa sognava di fare da grande?
«Guardavo il telefilm Lou Grant, ambientato in una redazione e sognavo di fare il giornalista, anzi il giornalista investigativo come il mio eroe, Don Bolles. Era un reporter che, quando io ero ancora un bambino, stava facendo un servizio sulla mafia in Arizona e venne fatto saltare in aria nella sua auto. La vicenda mi impressionò molto, pensavo: tutto quello che doveva fare era non scrivere l’articolo e non sarebbe stato ucciso. La sua ricerca della verità era così importante che diede la vita per questo».
Qualcuno ha mai fatto un film su questo giornalista eroico?
«No. E non so perché. Penso che sarebbe un gran film. Dovrei produrlo io».