Chi è Cinzia Zanotti, unica allenatrice donna nel basket di Serie A
di Maurizio ZojaCinzia Zanotti avrebbe potuto fare la storia. All’allenatrice del Geas Sesto San Giovanni, già colonna della Nazionale di basket con cui ha segnato più di mille punti, era stata offerta la panchina della Pallacanestro Brescia. Sarebbe stata la prima donna in Europa ad allenare una squadra maschile di serie A.
Zanotti, perché Brescia aveva scelto proprio lei?
«La proposta era nata da una mia provocazione. Dato che è una società “avanti”, avevo detto a Mauro Ferrari, l’amministratore delegato, che sarebbe stato interessante mettere una donna nello staff tecnico. Può portare un valore aggiunto – in Italia pensiamo che ad allenare debba essere un uomo. Ma spero che il motivo della proposta fossero le mie capacità, non il fatto che io sia una donna. E credo me l’abbiano chiesto anche perché in squadra c’erano giocatori di grande esperienza, in grado di accogliere positivamente questa novità. E poi forse c’era anche la voglia di fare una cosa che nessuno mai aveva fatto».
E perché, alla fine…
Cinzia Zanotti avrebbe potuto fare la storia. All’allenatrice del Geas Sesto San Giovanni, già colonna della Nazionale di basket con cui ha segnato più di mille punti, era stata offerta la panchina della Pallacanestro Brescia. Sarebbe stata la prima donna in Europa ad allenare una squadra maschile di serie A.
Zanotti, perché Brescia aveva scelto proprio lei?
«La proposta era nata da una mia provocazione. Dato che è una società “avanti”, avevo detto a Mauro Ferrari, l’amministratore delegato, che sarebbe stato interessante mettere una donna nello staff tecnico. Può portare un valore aggiunto – in Italia pensiamo che ad allenare debba essere un uomo. Ma spero che il motivo della proposta fossero le mie capacità, non il fatto che io sia una donna. E credo me l’abbiano chiesto anche perché in squadra c’erano giocatori di grande esperienza, in grado di accogliere positivamente questa novità. E poi forse c’era anche la voglia di fare una cosa che nessuno mai aveva fatto».
E perché, alla fine, ha deciso di rimanere al Geas?
«Brescia mi ha chiamata a un mese e mezzo dall’inizio della nuova stagione. Ci ho pensato. Intanto ricevevo tantissimi messaggi dal mondo del basket, anche da donne che provano ad allenare. A un certo punto ho persino temuto che dicendo di no avrei tradito le aspettative di tutti. Ma non ho mai creduto che per realizzarmi fosse necessario allenare una squadra maschile. E poi conosco bene il basket femminile, ma la mia conoscenza di quello maschile non è altrettanto approfondita. Per fare un salto del genere e farlo al meglio avrei avuto bisogno di un po’ di preparazione in più. Infine c’era la parola data alle mie giocatrici: la squadra era fatta ed eravamo pronte per la nuova stagione. Certo il palcoscenico sarebbe stato ben diverso: a Brescia c’è un palazzetto da 5.000 spettatori sempre pieno, mentre a Cinisello Balsamo giochiamo davanti a 600 persone».
E in futuro? Ha escluso la possibilità di allenare i maschi?
«È un pensiero che si è infilato nella mia testa, una sfida a cui non avevo mai pensato prima. Perché no?».
Qual è secondo lei la percezione che gli allenatori maschi, suoi avversari in campo, hanno di lei?
«Ho la stima di chi pensa che io sia una brava coach: non penso sia diverso perché sono donna. Marco Crespi mi ha voluta come sua assistente quando allenava la Nazionale femminile, e così poi Lino Lardo. Insomma, gli attestati di stima ci sono».
Anche quest’anno sarà l’unica donna ad allenare in A1 femminile. Come si spiega questa chiusura rispetto alle sue colleghe?
«Forse è perché anche i presidenti sono quasi tutti uomini e preferiscono rapportarsi con altri uomini. Al Geas ho avuto un presidente, Mario Mazzoleni, che mi ha molto incoraggiata. Allenavo nelle giovanili, mi disse che secondo lui ero brava e che un giorno avrei potuto allenare la prima squadra. In effetti la prima squadra poi me l’ha affidata».
Recentemente ha detto che è necessario lavorare di più per valorizzare il movimento femminile. Cosa si dovrebbe fare?
«Il terzo posto della Nazionale agli ultimi Europei va cavalcato: le azzurre possono fare da traino per tutto il movimento. Poi bisogna far percepire alle bimbe che è bello giocare a pallacanestro. Servono delle operazioni di marketing, in questo la pallavolo ci ha superato: sono stati avanti in mille cose. Bisogna anche pensare alla visibilità, provare ad attirare il pubblico del basket maschile con operazioni come le finali di Coppa Italia giocate insieme. In questo modo il grande pubblico si accorgerebbe che noi non schiacciamo, ma si vedono gesti tecnici e azioni a volte migliori di quelli degli uomini. Perché, non avendo gli stessi mezzi fisici, le donne hanno bisogno di più tecnica».
Da giocatrice, è stata sposata con il suo allenatore, Roberto Galli. Ci sono tanti altri esempi, nel basket e nello sport in generale, di atlete sposate con il proprio allenatore. Quali sono le dinamiche che si instaurano in questi casi?
«Abbiamo vissuto insieme questa esperienza, il che è stata una cosa positiva. Far parte di una squadra allenata dal proprio marito però non è semplice, perché entrambi rischiano di vivere la cosa con più tensione del normale. E poi quando le giocatrici si confrontano tra loro, anche in assenza dell’allenatore, il fatto che una di loro sia la moglie rende la cosa poco spontanea».
Dopo la nascita dei suoi due figli è tornata a giocare in serie A...
«Penso di essere stata una delle prime. È stato faticoso perché prima non avevo distrazioni: ogni giorno dovevo pensare solo ad allenarmi. Poi invece l’attenzione si è spostata sui figli e dovevo trovare anche lo spazio per la pallacanestro. È stato difficile ma mi è servito per vedere lo sport come possibilità di fare una cosa che mi piaceva, staccando dal mio essere mamma 24 ore su 24».
Oggi quanto è frequente incontrare cestiste mamme?
«Succede soprattutto con le americane. Ma mi viene in mente anche la belga Kim Mestdagh: ha avuto una bimba con Giorgia Sottana, con la quale quest’anno tornerà a giocare a Schio».
Una curiosità: se fosse andata a Brescia, come avrebbe fatto a entrare in uno spogliatoio maschile?
«Il problema non si sarebbe posto: per me lo spogliatoio è un ambiente sacro dell’atleta. Io alleno le donne ma non entro nello spogliatoio se non per parlare con loro dopo che hanno fatto la doccia. Ho giocato per vent’anni e so che quello è un momento solo delle giocatrici. E a Brescia sarebbe stato solo dei giocatori».