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Andrea Pennacchi: tra i killer di “Petra” ci vuole un comico

Andrea Pennacchi e Paola Cortellesi in una scena di Petra. La terza stagione va in onda in due episodi. Francesca Cassaro 

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Torna su Sky nella terza stagione della serie, al fianco di una tostissima Paola Cortellesi. In tv e in teatro è il Pojana, veneto incattivito. E ora lo vuole anche Mel Gibson... Intervista con un attore in stato di grazia
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Dal Pojanistan a Hollywood, passando per la Roma della satira e la Genova del noir. Per Andrea Pennacchi da Padova, 56 anni, attore, autore e regista teatrale, di recente anche giallista con Se la rosa non avesse il suo nome (dove a indagare è uno Shakespeare in trasferta nel Veneto), comincia un autunno intensissimo. È al cinema con Le città di pianura di Francesco Sossai (ne abbiamo parlato nello scorso numero); ha ripreso le sue incursioni a Propaganda Live, su La7, con i monologhi del Pojana, l’archetipo del padroncino del Nordest arrabbiato con terroni, stranieri e fisco («ma se l’attualità dà spunti ci inventeremo altri personaggi»); sta per ripartire con un nuovo spettacolo a teatro; e si prepara («ho già perso sei chili») a recitare nientemeno che in The Resurrection, il kolossal biblico che Mel Gibson girerà in Italia, séguito del fortunato (e famigerato) The Passion of the Christ.

Dal Pojanistan a Hollywood, passando per la Roma della satira e la Genova del noir. Per Andrea Pennacchi da Padova, 56 anni, attore, autore e regista teatrale, di recente anche giallista con Se la rosa non avesse il suo nome (dove a indagare è uno Shakespeare in trasferta nel Veneto), comincia un autunno intensissimo. È al cinema con Le città di pianura di Francesco Sossai (ne abbiamo parlato nello scorso numero); ha ripreso le sue incursioni a Propaganda Live, su La7, con i monologhi del Pojana, l’archetipo del padroncino del Nordest arrabbiato con terroni, stranieri e fisco («ma se l’attualità dà spunti ci inventeremo altri personaggi»); sta per ripartire con un nuovo spettacolo a teatro; e si prepara («ho già perso sei chili») a recitare nientemeno che in The Resurrection, il kolossal biblico che Mel Gibson girerà in Italia, séguito del fortunato (e famigerato) The Passion of the Christ.

E su Sky Cinema, l’8 e il 15 ottobre, Pennacchi torna nei due episodi della terza stagione di Petra, la serie tratta dai romanzi di Alicia Giménez-Bartlett trasposti in una Genova che più bella e più cupa non si può. Protagonista come sempre Paola Cortellesi, nei panni della tormentata ispettrice (ma si fa chiamare ispettore) Petra Delicato. Pennacchi è il suo vice Antonio Monte, braccio destro, angelo custode, compagno di birreria, spalla comica e vittima predestinata della tostissima poliziotta, che coglie ogni occasione per bullizzarlo dandogli rigorosamente del lei. All’inizio della stagione li troviamo entrambi accasati, lui con l’aristocratica e amorevole Beatrice, lei con Marco, uomo di casa e padre single di ben quattro figli. Ma naturalmente i casi che dovranno affrontare metteranno in crisi qualsiasi illusione di tranquillità familiare.

Quanto Andrea Pennacchi c’è in Antonio Monte?

«Tanto. È un personaggio che sentivo di conoscere già prima di essere scelto, e mentre facevo il provino ho letto la stessa sensazione negli occhi della regista Maria Sole Tognazzi, che infatti si è battuta per avermi e le sono molto grato. È un poliziotto di strada, ha i suoi bei demonietti interiori, eppure mantiene un’ingenuità, uno sguardo puro sulle cose del mondo che cerco di conservare anch’io».

Anche nella terza stagione Petra affronta temi piuttosto crudi: aborti clandestini, abusi sui minori, mafia... Lei e Paola Cortellesi venite dalla comicità: com’è questo salto di registro?

«Credo che la nostra provenienza ci abbia aiutato a interpretare meglio quei momenti di leggerezza che la sceneggiatura concede ogni tanto ai personaggi. E qualche volta a trovare insieme le battute che funzionano meglio. Petra e Monte hanno a che fare con delitti anche orrendi, per loro riuscire a sorridere, soprattutto di sé stessi, è questione di sopravvivenza».

La stagione si chiude con un colpo di scena abbastanza clamoroso. Ci sarà una Petra 4?

«Naturalmente non dipende da me, posso solo dire che ne sarei felice. Sono di parte, ma è una serie scritta bene, basata su romanzi solidissimi, che mi ha permesso di lavorare con un’attrice straordinaria e una regista che respira cinema da quando è nata. E di scoprire Genova, che ho amato molto, anche se da figlio della Serenissima dovrei detestare la nostra rivale storica».

Il suo Pojana invece di nemici ne ha tanti...

«Si sente circondato da gente che vuole levargli quello che ha conquistato lavorando: gli schei, ma anche gli ideali, perfino i figli che non vogliono fare la sua stessa vita. Ha paura, solo che, nel Veneto dove sono cresciuto come negli altri Pojanistan che ho conosciuto girando l’Italia, se sei maschio mostrarti spaventato è inammissibile. Al massimo puoi essere furibondo».

Le capita mai di ricevere complimenti da qualcuno che i monologhi del Pojana li prende sul serio? Da leghisti per esempio?

«Come no, c’è gente che si avvicina per dirmi: io sono suo fan, mica tuo! Ma credo che il personaggio funzioni perché non è una macchietta. Io do voce al Pojana che è in me, che è in tutti noi quando per esempio ci arriva la cartella delle tasse. È il bello di interpretare personaggi negativi: più tiri fuori le porcherie che normalmente dovresti gestire, meglio è».

Com’è andato l’innesto in Propaganda Live? In fondo viene percepito come un programma molto romano...

«Infatti c’è chi me lo dice, meno male che ci sei tu, non vedevamo l’ora di sentire un altro accento! Ma ho notato che anche in Veneto c’è una comunità parecchio nutrita di fan del programma. Lo ero anch’io, da spettatore: quando mi hanno chiamato mi è sembrato di unirmi agli Avengers!».

Com’è successo?

«È stato poco prima del Covid. Avevo già portato il mio veneto incattivito in teatro, e un giovane regista, Francesco Imperato, mi ha detto che era proprio la voce che cercava per Ciao terroni, un video paradossale contro il razzismo. E il video è diventato virale, sono passato di colpo dagli spettacoli con al massimo 600 spettatori a sei milioni di visualizzazioni. Mi ha notato la redazione di Propaganda e più o meno nello stesso periodo ho fatto i primi provini per Petra. È stato il vero punto di svolta della mia carriera».

Alle spalle, tanto teatro...

«L’ho scoperto tardi, andando una sera per caso a un corso universitario, e mi sono innamorato subito. Per anni l’ho portato nelle scuole, una gavetta straordinaria: i ragazzi magari si distraggono facilmente, ma se gli mostri che il teatro non è uno schermo, che loro sono parte dell’evento, li conquisti. Da novembre sarò in giro con un nuovo monologo: si chiama Alieni in laguna, parla di quegli animali – cinghiali, lupi, granchi blu – che sembrano voler invadere il nostro mondo e ci fanno paura».

Anche Le città di pianura, dove lei fa una parte piccola ma fondamentale per la trama, è girato nella provincia veneta, tra svincoli autostradali, capannoni, bar notturni... dica la verità, non le pesa mai essere così strettamente associato alla sua regione?

«Ma no, io ho una moglie siciliana, vado dappertutto, mi piace Roma, adoro Napoli, ma sono proprio tanto veneto, il Veneto è casa mia. Ce lo diciamo spesso anche con Francesco Sossai, il regista del film, che è di Belluno: a noi quei capannoni ci piacciono proprio. Io accompagnavo al lavoro mio padre tipografo: quel paesaggio, quell’odore di piombo, di freni bruciati... beh, a me sembra bello».

Nel film di Mel Gibson però farà una parte diversa...

«Sarò Gamaliele, un membro del Sinedrio. È un personaggio positivo, si batte perché gli apostoli non siano perseguitati».

Dovrà recitare in aramaico o in latino, come gli attori della Passion?

«No, pare che stavolta a Gibson basti l’inglese. Posso cavarmela».

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