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L’avvelenata: ma se noi avessimo previsto tutto questo

Il concerto in piazza Maggiore a Bologna nel 1984 per i 20 anni di carriera. STUDIO F.N / fotogramma / ipa 

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Nessuno diceva “io” con la voluttà di Guccini, nel Novecento. È difficile farlo capire ora che siamo a quasi due decenni di social e il mondo è stato mandato a meretrici dalla domandina con cui principiò Facebook: a cosa stai pensando?
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Quando mi chiedono di dire che anni erano quelli in cui ne avevo venti, io rispondo che era il periodo in cui, arrivato ai versi “secondo voi ma a me cosa mi frega di assumermi la bega di star quassù a cantare: godo molto di più nell’ubriacarmi, oppure a masturbarmi, o al limite a scopare”, cantando L’avvelenata in concerto Guccini aggiungeva: come Clinton. Era uno dei mille riferimenti d’attualità che faceva dal vivo, in quei concerti che trent’anni fa erano quel che oggi sono i monologhi dei comici (che, poiché nessuno sa più l’italiano, ora chiamiamo stand-up). Spiegare L’avvelenata adesso è come spiegare un concerto di Guccini adesso: non si capisce l’impatto, perché adesso quella roba lì la fanno tutti. Adesso tutti hanno la loro brava invettiva (ma, poiché nessuno sa più l’italiano, la chiamano rant), adesso tutti fanno gli spiritosi, adesso tutti pensano che gli altri, ah!, sono dei venduti all’orrido mercato liberista, mentre loro invece artisti duri e puri (ma nessuno sa dirl…

Quando mi chiedono di dire che anni erano quelli in cui ne avevo venti, io rispondo che era il periodo in cui, arrivato ai versi “secondo voi ma a me cosa mi frega di assumermi la bega di star quassù a cantare: godo molto di più nell’ubriacarmi, oppure a masturbarmi, o al limite a scopare”, cantando L’avvelenata in concerto Guccini aggiungeva: come Clinton. Era uno dei mille riferimenti d’attualità che faceva dal vivo, in quei concerti che trent’anni fa erano quel che oggi sono i monologhi dei comici (che, poiché nessuno sa più l’italiano, ora chiamiamo stand-up). Spiegare L’avvelenata adesso è come spiegare un concerto di Guccini adesso: non si capisce l’impatto, perché adesso quella roba lì la fanno tutti. Adesso tutti hanno la loro brava invettiva (ma, poiché nessuno sa più l’italiano, la chiamano rant), adesso tutti fanno gli spiritosi, adesso tutti pensano che gli altri, ah!, sono dei venduti all’orrido mercato liberista, mentre loro invece artisti duri e puri (ma nessuno sa dirlo con la precisione di quel Guccini: “voi che siete capaci fate bene, a aver le tasche piene e non solo i coglioni”).

Soprattutto, adesso è tutto “io”, secondo Gadda “il più lurido dei pronomi”, secondo Guccini “io tutto, io niente, io stronzo, io ubriacone, io poeta, io buffone, io anarchico, io fascista, io ricco, io senza soldi, io radicale” – e molti altri io che non vi sto a trascrivere. Non so se L’avvelenata sia il testo più pieno di “io” del canzoniere italiano, ma di sicuro è tra le primatiste. Nessuno diceva “io” con la voluttà di Guccini, nel Novecento. È difficile farlo capire ora che siamo a quasi due decenni di social e il mondo è stato mandato a meretrici dalla domandina con cui principiò Facebook: a cosa stai pensando? Io penso che, io mangio questo, io protesto, io amo, io m’indigno. C’era una volta l’io interessante di Francesco Guccini, poi sono arrivati i noiosissimi nostri.

L’era degli asterischi

Un articolo su quella canzone lì è un articolo che un giornale rispettabile pubblica eccezionalmente, perché quella canzone lì è piena di parole che offendono qualcuno. Ogni tanto qualche amica che vuole squarciagolarla ma non la sa a memoria mi manda foto incredule della schermata di Spotify, che mette il testo in sovrimpressione ma, quando Guccini elenca le cose che vengono dette di lui, censura con asterischi negro e frocio (ma non ebreo né comunista, se vogliamo stilare una casistica del dicibile). È a quel punto che diviene più che mai appropriata la chiusura di quella strofa: “io solo qui alle quattro del mattino, l’angoscia e un po’ di vino, voglia di bestemmiare”.

Quando Guccini ha scritto L’avvelenata avevo tre anni, la prima volta che gliel’ho sentita cantare ne avevo undici, ero in piazza Maggiore assieme a non so quanti fantastiliardi di persone – era quando i concerti non erano ancora affare di gigantismo e comunicati stampa, e l’intera città di Bologna che si fermava per vedere Guccini non era una cosa di cui vantarsi in schermate social: era che ci piacevano le canzoni, anche quando non le capivamo, specialmente quando non le capivamo. Oggi nessuno porterebbe un’undicenne a sentire quella canzone che elenca come figure invise all’autore “un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli, un prete”, e non solo perché l’undicenne se non sa chi è Bertoncelli poi si annoia: perché l’undicenne non sa cosa siano né il pio né il teorete, e pensa che musico sia un refuso. Quando mi chiedono com’è avere cinquantadue anni rispondo che per fortuna ne ho avuti undici quando una mia compagna di classe aveva le sorelle universitarie che ci portavano a sentire Guccini, per fortuna ne ho avuti undici quando crescere era un’ambizione, e tutti intuivano che l’unico modo di farlo era sforzarsi di capire le cose distanti, mica nutrirsi di bocconcini predigeriti.

Dalle rime alle barre

L’avvelenata è quasi mia coetanea, e non conto le volte che ho sentito chiedere a Guccini di raccontare di Bertoncelli, il critico che quando uscì la canzone ne aveva ventiquattro, e non mi è mai passato il sospetto che Bertoncelli stia lì, più che per qualche sua specifica colpa, per la ragione per cui le parole delle canzoni stavano nelle canzoni quando le canzoni avevano un senso: per la metrica. Avrebbero sballato la strofa sia Castaldo sia Luzzatto Fegiz, i filologi dovrebbero capirlo persino oggi che il lessico è poverissimo ma la metrica sempre quella è, persino oggi che i cantanti non sanno talmente più l’italiano che le strofe le chiamano barre.

Oggi che il ventiquattrenne l’eventuale stroncatura la scriverebbe solo per poi invitare il cantautore al suo podcast, oggi che la critica culturale e il cantautorato somigliano alla formula Borotalco, il film di Verdone in cui il mitomane aveva «un ristorantino a Trastevere», e quando l’ha chiuso si è messo in casa le foto coi famosi, perché «non sembra, ma fanno». Provo a immaginarlo invano, un Bertoncelli di oggi che facesse innervosire un compositore di oggi, ma anche un Guccini di oggi: oggi che un trentaseienne se deve insultare un ventiquattrenne probabilmente lo fa con un meme, oggi che direbbero che L’avvelenata è un dissing. Persino Fabri Fibra, che se deve nobilitare un suo testo sa che la cosa più sensata da fare è usare Guccini, Fibra che ha la stessa età dell’Avvelenata ma vive in questo mondo di terrorizzati dall’essere adulti, dal passare per vegliardi, in questo mondo in cui i grandi parlano come dodicenni e non viceversa, persino Fibra a un certo punto della sua rivisitazione dice «per avere due like in più questi dissano Fibra», e io pagherei per vedere la faccia di Francesco Guccini che, nell’anno ottantacinquesimo di sua vita, ascolta per la prima volta la canzone e chiede a Raffaella, sua moglie: cos’è che ha detto? Cos’è che fanno?

Pensavi solo ai cuoricini

Ho una rubrica quotidiana intitolata L’avvelenata, è la ragione per cui mi hanno chiesto di stare su queste pagine oggi, non come massima guccinologa vivente ma come ladra di titoli. Tempo fa in un’intervista m’hanno chiesto se il titolo mi condizionasse, se mi sentissi in dovere di scrivere cose velenose perché, appunto, avvelenata, e io stavo per mettermi a piangere per la desolazione di vivere in un secolo che prende tutto alla lettera. Poi mi sono ricordata che era andata persino peggio. Una volta, nei commenti a un articolo di quella rubrica, qualcuno ha scritto che veramente un’avvelenata dovrebbe essere debilitata dal veleno, e io invece parevo piena di energie, e insomma non ci credeva nessuno che fossi sfiancata dalle tossine. È andata così. Abbiamo messo enciclopedie nei telefoni e i telefoni in tasca alle persone, ed è finita come aveva previsto Borges, che di fronte a tutte le nozioni possibili nessuno sa più niente, nessuno sa neanche riconoscere il riferimento a quello che è forse il più classico tra i dischi della tradizione dei cantautori alfabetizzati italiani, quella tradizione durata pochi decenni che le fortunate come me tendono a credere sia la norma perché quelli lì sono i decenni in cui ci siamo formate, e quindi ci pare normale che chi scrive canzoni abbia a sua disposizione l’intera lingua italiana e sappia farci capriole di senso e di suono, sappia usarla quanto sapevano farlo Gadda o Arbasino ma in più con le rime.

Nessuno capisce le opere meno degli autori, e una volta ho fatto l’errore di chiedere a Francesco Guccini quali fossero le sue canzoni migliori, e non solo non ci ha messo L’avvelenata ma mi ha pure espresso disistima per quelli che l’apprezzano, quella canzone minore (questo è il punto in cui io e Fabri Fibra andiamo a piangere in un angolo). Mi fossi almeno mai laureata, avrei potuto zittirlo dicendogli che “mia madre non aveva poi sbagliato a dir che un laureato conta più d’un cantante”.

Nessuno capisce le opere meno degli autori, e credo che il problema di Francesco Guccini, rispetto alla più famosa delle sue invettive (la me trentenne amava molto anche Cirano, la me vegliarda ha un debole per Quattro stracci: invecchiando, tendi a preferire le invettive in cui l’autore è preciso nella sua irritazione verso qualcuno rispetto a quelle in cui è generico nel suo disapprovare il mondo), credo che il problema sia che Francesco Guccini, beato lui, non ha un cellulare. Non ha mai mandato un meme, ricevuto una gif, non ha mai comunicato a chi lo segue la sua opinione di giornata, non si è mai fatto un autoscatto (che, adesso che nessuno sa più l’italiano, si chiama selfie). Guccini può permettersi di non sapere quanto L’avvelenata sia tragicamente attuale, perché Guccini non sa come viviamo noi soldatini del presente, noi non abbastanza sicuri di noi e del nostro valore da ritirarci in campagna, noi sempre freneticamente dietro all’ultima tendenza, all’ultimo cuoricino, all’ultimo tram che se lo perdi poi chissà se domani sei ancora rilevante nell’affollatissimo mercato culturale.

Guccini non lo sa, quant’era in anticipo sui tempi con quel “nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento”, che nel 1976 parlava solo del suo successo e adesso parla della fama di tutti.

Il cellulare, non lo shampoo

Una cosa che è accaduta in questi quarantanove anni di lento e rapidissimo scivolamento verso la stolidità e l’analfabetismo è che abbiamo smesso di apprezzare ciò che non ci fa da specchio. Vogliamo solo opere che ci somiglino, opere che parlino di noi senza farci fare lo sforzo d’immedesimarci in un io narrante diverso da noi, opere che non siano allegorie ma didascalie. E L’avvelenata, che quarantanove anni fa non somigliava a nessuno che non avesse la fama e il successo popolare e i critici e i pareri non richiesti, che quarantanove anni fa si concedeva il lusso di somigliare solo al suo autore, ora somiglia a tutti. Perché, ora che nessuno è più famoso per il mondo, siamo tutti famosi per qualcuno. Abbiamo tutti i guai della celebrità, e quindi ci specchiamo nell’invettiva di una popstar (se Francesco Guccini viene a sapere che l’ho chiamato popstar, mi manda la buoncostume). Abbiamo trasformato un’invettiva in una profezia: nemmeno dentro al cesso possediamo un nostro momento giacché al cesso non leggiamo più le etichette dello shampoo, ma ci portiamo il cellulare, coi suoi cuoricini, la sua dopamina, i suoi pareri sulla nostra vita che abbiamo esposto in pubblico anche se facciamo i dentisti e i parrucchieri e non i cantanti famosi.

E il dramma, o la commedia, è che se avessimo previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni, per questa gloria da stronzi rifaremmo tutto daccapo uguale preciso identico.

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