In Tunisia la rivoluzione è al cinema
di Leonardo MartinelliTUNISI. Ventiquattro minuti di standing ovation alla Mostra di Venezia per La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, il film da ieri in sala che racconta le ultime ore di una bambina palestinese bloccata nell’auto con i suoi familiari, uccisi dalle bombe israeliane nella striscia di Gaza. L’audio è quello vero, tragicamente autentico. La regista tunisina, che a Venezia ha vinto il Gran premio della giuria, in patria non è per niente un caso isolato: la Tunisia, Paese piccolo (poco più di 12 milioni di abitanti) e povero, con poche risorse da consacrare al cinema, può vantare una nouvelle vague di registi, molti sulla quarantina, che, dopo la rivoluzione del 2011, hanno fatto rinascere il cinema d’autore, con lungometraggi impegnati e forti, anche esteticamente. Si parla di un Neorealismo tunisino perché raccontano la realtà difficile della loro terra. Siamo spesso in bilico tra il film di finzione e il documentario. E chi ha più successo all’estero sono proprio loro, le donne.
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TUNISI. Ventiquattro minuti di standing ovation alla Mostra di Venezia per La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, il film da ieri in sala che racconta le ultime ore di una bambina palestinese bloccata nell’auto con i suoi familiari, uccisi dalle bombe israeliane nella striscia di Gaza. L’audio è quello vero, tragicamente autentico. La regista tunisina, che a Venezia ha vinto il Gran premio della giuria, in patria non è per niente un caso isolato: la Tunisia, Paese piccolo (poco più di 12 milioni di abitanti) e povero, con poche risorse da consacrare al cinema, può vantare una nouvelle vague di registi, molti sulla quarantina, che, dopo la rivoluzione del 2011, hanno fatto rinascere il cinema d’autore, con lungometraggi impegnati e forti, anche esteticamente. Si parla di un Neorealismo tunisino perché raccontano la realtà difficile della loro terra. Siamo spesso in bilico tra il film di finzione e il documentario. E chi ha più successo all’estero sono proprio loro, le donne.
Arte civile
Kaouther Ben Hania questa volta è “emigrata” in Palestina. Ma prima, con Quattro figlie (2023), uscito anche in Italia, aveva raccontato una storia molto tunisina, quella di Olfa, una donna semplice, che tira su da sola quattro figlie, due delle quali partono per la Libia a combattere con l’Isis. Al film avevano partecipato le altre due sorelle e la stessa Olfa a interpretare i propri ruoli. Ben Hania è nata nel 1977 a Sidi Bouzid, una delle città più povere della Tunisia, dove non c’era neanche un cinema e ci si scambiava le videocassette. Poi ha studiato a Tunisi e a Parigi, qui alla prestigiosa scuola di cinema Fémis.
All’ultimo festival di Cannes, invece, a inaugurare la sezione Un certain regard, era stato Promis le ciel, di Erige Sehiri. È la storia di tre donne della Costa d’Avorio che si ritrovano a Tunisi con un bimbo orfano, dopo l’ennesimo naufragio di un gruppo di subsahariani, diretti a Lampedusa. Con la politica dura verso i migranti in mare voluta da Giorgia Meloni e dalla Ue, tanti di loro si ritrovano bloccati in Tunisia, presi di mira da atti di razzismo, anche per via dei discorsi aggressivi pronunciati in questo senso dal presidente Kais Saied (l’amico di Meloni).
Sehiri (classe 1982), nata da genitori tunisini emigrati in Francia, è venuta a vivere a Tunisi dopo la rivoluzione e a fare qui il suo cinema. Suo era anche Il frutto della tarda estate (2022), sui giovani lavoratori precari nei campi della Tunisia. Altro esempio di queste registe d’assalto, Nada Mezni Hafaiedh, nata nel 1984: il suo ultimo film, Take my breath, è la storia di una giovane sarta in un’isola sperduta della Tunisia, che nasconde un segreto: è intersex.
Nessun compiacimento
«La tendenza neorealista c’era già nel cinema tunisino» ricorda Habib Bel Hedi, «ma la rivoluzione ha stimolato un risveglio e questa nuova generazione di registi affronta temi con riflessi ancora più politici e molto più forti». Bel Hedi, 66 anni, è il proprietario del Rio, il cinema-teatro nel cuore di Tunisi, dove passano questi film d’autore. Ci si chiede come un cinema così possa continuare a raccontare storie coraggiose malgrado la deriva autoritaria di Saied negli ultimi anni. «L’oppressione del potere» continua Bel Hedi, «colpisce i media, ma non la cultura e il cinema. Ai vertici dello Stato credono che questi ambiti non abbiano un’influenza sul popolo». Quanto all’affermarsi delle registe, per lui non è sorprendente, in un paese che nel lontano 1956, subito dopo l’indipendenza, riconobbe tanti diritti alle donne, perfino il divorzio, quasi vent’anni prima dell’Italia. «Tutti noi tunisini sognavamo questo, che le donne arrivassero a fare le stesse cose degli uomini e anche meglio. E ora ci siamo arrivati: il cinema ne è una dimostrazione».
Ogni anno si producono una decina di lungometraggi per il cinema e una trentina fra cortometraggi e documentari. Ci sono i fondi pubblici del Cnci (Centre national du Cinéma et de l’Image), ma sono troppo pochi. The Voice of Hind Rajab è stato finanziato per i tre quarti da fondi stranieri. Kaouthar Hadidi, produttrice, con la sua società 3ème Genre sostiene soprattutto i film di registi tunisini o della diaspora tunisina in Francia. I fondi in Europa e nel mondo arabo si trovano, ma può essere controproducente. «Certe volte gli autori scrivono solo sceneggiature che possano attirare l’attenzione degli occidentali» sottolinea, «questo ha riflessi negativi sulla libertà creativa».
Lei, assieme a Bel Hedi, ha prodotto un film, Poids plume (in italiano “Peso piuma”), che uscirà in Tunisia a fine anno: lo ha diretto Ghazi Zaghbani, che ne è anche il protagonista. È la storia di un pugile tunisino, che parte illegalmente per l’Italia e che a Napoli si ritrova nel giro della boxe clandestina. «È l’emanazione di una pièce teatrale messa in scena con successo a Tunisi da Zaghbani», aggiunge Hadidi. Ed è una storia molto tunisina.
Un mondo di uomini
Intanto, a proposito di registe tunisine d’assalto, tenete d’occhio Sahar El Echi, 33 anni. Il suo ultimo cortometraggio Bord à bord è invitato nei festival di mezzo mondo. «È la storia di Mounira» racconta Sahar, «una donna di una trentina d’anni che si ritrova a lavorare nel cimitero di automobili di Tunisi, dove le vecchie auto sono demolite e smantellate. È un luogo dominato dai maschi». La storia è ambientata nella periferia sud di Tunisi, la parte più povera della città. «Io ci abito ed è lì che si svolgono tutte le mie storie» conclude la regista, «anche quella del mio primo lungometraggio». In fase di accelerata preparazione.