Tilda Swinton: «Io un’icona? Ma se sono una dilettante»
di Marco ConsoliIo sono troppo serio per essere un dilettante, ma non abbastanza per diventare un professionista. «Quando ho sentito questa battuta in La dolce vita mi ci sono riconosciuta. Mi ha fatto star bene il fatto che qualcuno avesse pensato di scriverla. Perché mi sono sempre sentita, dignitosamente, un’eterna dilettante. Certo, nel film di Fellini, il personaggio di Steiner si suicida. Ma io sono felice di dimostrare che si può continuare a vivere sposando questo atteggiamento. Quando ho iniziato la mia carriera nel cinema l’ho fatto con artisti che non erano tradizionalmente professionisti, e molti registi con cui ho lavorato erano prima di tutto musicisti o pittori, persone che partono dall’idea di creare immagini: è un mondo cui sento di appartenere, e che spiega bene questa mostra, il cui tema è il collettivo, la collaborazione tra autori».
Tilda Swinton, 64 anni, icona del cinema indipendente, mi racconta così su Zoom il senso di Tilda Swinton - Ongoing, esposizione a lei dedicata e da …
Io sono troppo serio per essere un dilettante, ma non abbastanza per diventare un professionista. «Quando ho sentito questa battuta in La dolce vita mi ci sono riconosciuta. Mi ha fatto star bene il fatto che qualcuno avesse pensato di scriverla. Perché mi sono sempre sentita, dignitosamente, un’eterna dilettante. Certo, nel film di Fellini, il personaggio di Steiner si suicida. Ma io sono felice di dimostrare che si può continuare a vivere sposando questo atteggiamento. Quando ho iniziato la mia carriera nel cinema l’ho fatto con artisti che non erano tradizionalmente professionisti, e molti registi con cui ho lavorato erano prima di tutto musicisti o pittori, persone che partono dall’idea di creare immagini: è un mondo cui sento di appartenere, e che spiega bene questa mostra, il cui tema è il collettivo, la collaborazione tra autori».
Tilda Swinton, 64 anni, icona del cinema indipendente, mi racconta così su Zoom il senso di Tilda Swinton - Ongoing, esposizione a lei dedicata e da lei creata, in programma dal 28 settembre all’8 febbraio 2026 all’Eye Filmmuseum di Amsterdam: si celebrano le partnership con i registi che sente più vicini, da Derek Jarman (Caravaggio, Edoardo II) a Jim Jarmusch (Solo gli amanti sopravvivono), da Luca Guadagnino (The Protagonists, Suspiria) a Joanna Hogg (The Eternal Daughter), da Apichatpong (Memoria), fino a Pedro Almodóvar (La stanza accanto), tra spezzoni di film rieditati, corti girati ad hoc, video inediti, installazioni, capi di guardaroba. Il tutto accompagnato da proiezioni dei suoi film, performance dal vivo e dialoghi con i registi stessi o altri artisti come il fotografo Tim Walker o lo storico della moda Olivier Saillard. «È un poeta, autorevole ed erudito», mi dice Swinton «con cui avevo lavorato ad altre esibizioni, e discusso di come spesso nelle mostre gli abiti siano sviliti dai manichini inerti. Perciò abbiamo cercato di creare qualcosa di vivente, intitolata A Biographical Wardrobe, a metà tra danza e performance art, in cui indosserò vestiti miei, di mio padre e mia madre, quelli che indossavo da bambina, il mio kilt, oltre a qualche abito indossato sul red carpet o per servizi fotografici».
Mi pare che il guardaroba, sempre curatissimo, sia per lei una chiave per costruire i personaggi.
«Ci sono colleghi che hanno un approccio più letterario, io mi concentro su ciò che le immagini esprimono nell’inquadratura. Perciò fatico a definirmi attrice e penso a realizzare ritratti più che personaggi: voglio sapere cosa si vedrà nella cornice dello schermo, quali colori ci saranno, come gli abiti faranno muovere quella persona. Adoro tutto questo, perché provenendo dal mondo dell’arte, rifletto sull’immagine che proiettiamo di noi indossando un papillon oppure una camicia di flanella».
Il suo look androgino è proverbiale. Quanto ci ha messo a farlo proprio?
«Sono cresciuta con tre fratelli che mi passavano i loro vestiti, e mia madre non mi ha mai introdotto al make up o agli abiti da donna. Ci ho messo più tempo a scoprirli, e quando li utilizzo mi piace molto, ma la sensazione di poter scegliere tra maschile e femminile la reputo una benedizione, perché esprime come mi sento quel giorno: lo trovo liberatorio, perché supera le convenzioni che definiscono fin da subito che se sei uomo o donna puoi vestirti solo in un certo modo. Convenzioni che spesso, quando si vuole cambiare, provocano crisi profonde».
Peraltro con i suoi personaggi ha anticipato di decenni la fluidità di cui tanto si parla oggi…
«È cominciato tutto con Orlando, nel 1992, ed è stato magnifico. Se mi avessero detto allora che oggi ci sarebbero stati i bagni senza distinzioni di genere non ci avrei creduto».
Parliamo di cinema. Tra le collaborazioni in mostra, il posto d’onore spetta a quella con Derek Jarman.
«Incontrarlo è stata la benedizione della mia vita, perché da lui ho imparato molto, e il suo mondo ha fatto risuonare corde che erano già presenti in me. Ero un animale politico fin da adolescente, e stare con lui ha incoraggiato quell’approccio, dandomi la speranza di poter lavorare e vivere in quel modo, senza diventare uno strumento nelle mani dell’industria del cinema. Allora eravamo convinti, forse in modo arrogante, che avremmo sempre avuto il nostro pubblico, al di là delle critiche della stampa di destra su The Last of England o The Garden».
Lei è stata una delle pochissime attrici in grado di diventare una star girando film indipendenti, e suonano strane le sue sporadiche escursioni in film di cassetta come Le cronache di Narnia o Constantine…
«Avrò girato 5 o 6 blockbuster su 100 film, e l’ho fatto per curiosità, oltre che per affinità con alcuni registi. Volevo vedere come funzionava la macchina hollywoodiana, la stessa che avevano usato autori amati come Ernst Lubitsch o Billy Wilder. Ricordo che sul set di Narnia c’era un catering per 1.200 persone, e io che sono figlia di un generale (Sir John Swinton, ndr) sono rimasta affascinata da quella organizzazione militare».
Un’altra regista presente alla mostra è Joanna Hogg.
«Per me è come una sorella, ci conosciamo dall’età di 10 anni, quando eravamo in collegio insieme, un posto orribile in cui essere bullizzati era la norma. Ci proteggevamo a vicenda e ho capito subito che era un’anima gemella: a entrambe piaceva osservare gli altri, condividevamo i sogni, senza prenderci in giro. Quando abbiamo realizzato The Souvenir Parte I e II ha ricreato l’appartamento in cui viveva quando studiava cinema, mentre per questa esibizione ha ricreato quello in cui sono andata a vivere a Londra per 13 anni, prima di diventare madre (dei gemelli Honor e Xavier, oggi 28enni, ndr) e trasferirmi in Scozia. Vivevo lì quando ho conosciuto Derek e sono diventata un’artista. L’installazione parla di ricordi e fantasmi, come il lavoro di Apichatpong».
Di che si tratta?
«Per lui è importante il tema della connessione col passato: è venuto a casa mia nelle Highlands e girato un piccolo film sulla mia famiglia e il legame con quel posto in cui vivo. Ecco, direi che la connessione con i luoghi e le persone è il collante di questa mostra».
Quella con Luca Guadagnino come la descriverebbe? Un ragazzo palermitano che incontra una donna scozzese…
«Ci siamo piaciuti subito: condividiamo una vera curiosità per molte cose, ma in particolare per il cinema, anche se lui è più nerd di me. Secondo me è impegnato a realizzare qualcosa di moderno, vivo e sperimentale ma comunque legato al passato, come se volesse onorare e innovare la storia del cinema al tempo stesso. Adoro lavorare con lui: abbiamo altri progetti in cantiere».
Non c’è tempo per parlare di tutti: Jim Jarmusch…
«Ha vinto il Leone d’oro! Sono felicissima».
…e allora posso chiederle della sua collaborazione più recente con Pedro Almodóvar, di cui in mostra c’è il corto The Human Voice. «Quando lavoravo con Derek, lui iniziava ad affermarsi con Donne sull’orlo di una crisi di nervi, era l’interprete audace della movida madrilena, e sentivo già la nostra affinità: eravamo entrambi espressione del mondo underground. Ho desiderato a lungo lavorare con lui e l’ho incontrato per caso a una festa a Hollywood anni fa: entrambi stavamo in disparte a osservare il circo delle celebrity, ci siamo guardati e sorrisi. Solo tempo dopo ho avuto il coraggio di chiedergli di lavorare insieme. Gli ho detto: imparerò lo spagnolo o sarò muta, farò qualsiasi cosa! Mai avrei sognato che avrebbe diretto il suo primo film in inglese apposta per me».