La Via dell’Oro che unisce l’India all’Occidente
di Tiziana Lo PortoPer oltre un millennio, l’India ha esportato idee, lingue, religioni, sistemi di pensiero. Ha influenzato l’astronomia araba, la medicina cinese, la matematica europea. Ha dato forma a templi, alfabeti, cosmologie. Eppure, nella narrazione occidentale della storia antica, il paese è rimasto ai margini. Si è parlato quasi esclusivamente della Via della Seta e della centralità della Cina, lasciando l’India sullo sfondo. La Via dell’Oro, il nuovo libro di William Dalrymple (il sottotitolo è Come l’India antica ha trasformato il mondo, esce per Adelphi il 30 settembre) nasce per rimetterla al centro.
Più che un saggio storico, è un libro che riscrive la geografia culturale del mondo antico. Dalrymple lo fa con la precisione dello storico e la voce del viaggiatore, tracciando una mappa di rotte marittime e intellettuali che collegavano l’India monsonica al Mar Rosso, all’Indocina, alla Baghdad abbaside, fino all’Europa latina. Un sistema di porti, itinerari e rotte che ha diffuso il sanscr…
Per oltre un millennio, l’India ha esportato idee, lingue, religioni, sistemi di pensiero. Ha influenzato l’astronomia araba, la medicina cinese, la matematica europea. Ha dato forma a templi, alfabeti, cosmologie. Eppure, nella narrazione occidentale della storia antica, il paese è rimasto ai margini. Si è parlato quasi esclusivamente della Via della Seta e della centralità della Cina, lasciando l’India sullo sfondo. La Via dell’Oro, il nuovo libro di William Dalrymple (il sottotitolo è Come l’India antica ha trasformato il mondo, esce per Adelphi il 30 settembre) nasce per rimetterla al centro.
Più che un saggio storico, è un libro che riscrive la geografia culturale del mondo antico. Dalrymple lo fa con la precisione dello storico e la voce del viaggiatore, tracciando una mappa di rotte marittime e intellettuali che collegavano l’India monsonica al Mar Rosso, all’Indocina, alla Baghdad abbaside, fino all’Europa latina. Un sistema di porti, itinerari e rotte che ha diffuso il sanscrito, il buddhismo, l’induismo, la letteratura epica, i sistemi di scrittura, il concetto di zero, la medicina ayurvedica, l’astronomia indiana. Un mondo sincretico e raffinato, dove le idee si muovevano come i monsoni, e le civiltà si contaminavano senza perdere sé stesse.
Dalrymple non è nuovo a imprese del genere. Scozzese, classe 1965, è un brillante narratore e storico, uno dei più talentuosi cronisti dell’Asia contemporanea. Con i suoi libri ha reso la storia un progetto trasversale, che riguarda forma e contenuto, muovendosi con agilità e competenza tra mondo antico, moderno e contemporaneo. Vive tra Londra e Delhi, dove abita in una fattoria alla periferia della città. A ventidue anni ha attraversato il Medio Oriente sulle orme di Marco Polo, e da allora ha scritto libri che sono diventati pietre miliari, raccontando la dissoluzione dell’Impero Moghul, l’India coloniale, l’Afghanistan del XIX secolo. Lo sento al telefono, mentre viaggia in auto tra la sua amata Scozia e Londra.
In La Via dell’Oro lei racconta una storia che non era stata ancora raccontata. Com’è nato questo libro?
«Nel 2020 Bruce Wannell – brillante traduttore, linguista e musicista, che aveva collaborato ai miei ultimi quattro libri – è morto di cancro ai polmoni. Con lui se n’è andata la mia possibilità di accedere a testi locali straordinari, che avevo usato per raccontare la storia della Compagnia delle Indie. Bruce era uno dei pochi al mondo in grado di leggere fluentemente la scrittura dei Moghul e di tradurla magnificamente. Per me era come un regno magico che si apriva. La sua morte è stata la fine di un ciclo. Così sono tornato a una fase precedente del mio interesse per l’India, quella della preistoria e della storia antica. Quando sono andato in India per la prima volta, volevo studiare archeologia. Avevo visitato Ajanta, Ellora, e altri siti antichissimi, ma non ne avevo mai scritto. C’è pochissimo materiale leggibile nelle librerie indiane per orientarsi in questo territorio, e non è affatto conosciuto. Durante il lockdown ho potuto finalmente immergermi in quella sezione della mia biblioteca. Da lì è nata l’idea di scrivere meno sull’India in sé e più sull’influenza dell’India all’esterno, quando era una forza dominante nel mondo».
Alla luce del nazionalismo dilagante nell’India di oggi, non c’è mai stato un momento in cui l’ha considerata un’operazione rischiosa?
«Il rischio c’era, certo, ma nel libro scrivo soprattutto del contributo del buddhismo. Due terzi del libro riguardano il buddhismo, che non compare affatto nella narrazione nazionalista. Diciamo che non ho scritto la versione che la destra vorrebbe. E anche l’importanza dell’induismo nel Sud-est asiatico è sottovalutata. Il tempio di Angkor Wat, in Cambogia, ad esempio: gli indiani nemmeno sanno che esiste. Anche i nazionalisti indiani restano sorpresi quando lo visitano e vedono scolpiti sulle pareti del tempio le storie di Rama, il Mahabharata e il Ramayana. E poi quella della Via dell’Oro è una storia profondamente cosmopolita e internazionale. Gli indiani oggi tendono a pensare al proprio Paese come a un luogo chiuso, isolato, ma non è così. L’India ha raggiunto risultati straordinari in campo scientifico e matematico proprio perché era in contatto con Grecia, Roma, Egitto, Persia. Ha assorbito idee, le ha messe in dialogo, le ha trasformate. Era un mondo in cui si viaggiava, in cui il viaggio e lo scambio erano centrali per farlo funzionare».
Oggi sembra il contrario: molti governi hanno la tendenza a bloccare i viaggi, a chiudere le frontiere.
«Sì, ma anche i Romani imponevano dazi del 30 per cento sulla costa del Mar Rosso, e ora stiamo scoprendo che questa era una fonte importante di finanziamento per l’Impero. Prenda la via Appia: storicamente è lecito pensare che fino a un quarto di quella strada sia stato pagato con il commercio con l’India e con i dazi imposti sui beni indiani. E il linguaggio usato da Trump e dai suoi sostenitori si ritrova anche in Plinio il Vecchio, quando si dice preoccupato perché i romani spendono troppo per i beni esotici».
Suo figlio Sam ha appena pubblicato il suo primo libro, Shattered Lands, raccontando le cinque diverse partizioni che hanno frammentato l’Asia meridionale e il Golfo Persico. Siete entrambi storici, avete gli stessi interessi geografici. Trova che ci sia una qualche differenza di metodo generazionale tra voi due?
«Direi di no. Viviamo nella stessa casa, condividiamo gli stessi libri, mangiamo insieme ogni giorno. Anche se Sam scrive dell’età moderna, ha studiato sanscrito a Oxford, e ho imparato molto da lui. La sua conoscenza del mondo sanscrito è decisamente più profonda della mia. Ci siamo aiutati a vicenda, ed è stato utilissimo. È bello, è come in certe famiglie indiane dove tutti fanno lo stesso lavoro».
Leggendola e sentendola parlare, è affascinante come nel suo modo di raccontare storie, lei tratti allo stesso modo persone sue contemporanee e gente vissuta centinaia o anche migliaia di anni fa.
«Vivo in India, e anche se passo le giornate a occuparmi di storia, quando non sono in biblioteca o a scrivere, sono immerso nella vita quotidiana. Non si tratta solo di vivere nel passato: si vive anche nel presente. È per questo che mi sembra naturale scrivere di entrambi. Vivere in India, in particolare, per me significa essere costantemente circondato da uno straordinario materiale narrativo».
Ritiene che gli storici abbiano anche un dovere morale nel fare il proprio lavoro?
«Beh, prenda ad esempio la storia della Palestina: la gente la ignora del tutto. Da quando Golda Meir ha dichiarato che “non esiste un popolo palestinese”, l’idea si è diffusa e molti lo danno per vero. In realtà “Palestina” è uno dei nomi di nazione più antichi di cui si abbia notizia. Compare nei geroglifici egizi dell’epoca delle piramidi: letteralmente, è un nome che risale agli albori della storia della scrittura. Più si studia la storia, più si sente il bisogno di combattere le menzogne, la disinformazione e la cancellazione dei palestinesi – una cancellazione che è anche fisica, dal suolo stesso. Per cui, rispondendo alla sua domanda, non so se gli storici, in generale, abbiano un dovere morale. Io, personalmente, sento di averlo. Avevo intenzione di scrivere un libro sulla guerra dell’oppio in Cina, ma ho abbandonato il progetto. Ora sto pensando di scrivere una storia generale della Palestina, dagli antichi egizi fino al 1948. E intanto la racconterò in un podcast in dodici puntate che uscirà nelle prossime settimane».
Sul Venerdì del 26 settembre 2025