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Jacinta, come sta oggi la bambina salvata nel Canale di Sicilia

Notte del 9 dicembre 2024: la bambina, partita dalla Sierra Leone, soccorsa dai volontari della ong tedesca Compass Collectiv 
A dicembre la sua foto fece il giro del mondo: era l’unica sopravvissuta al naufragio della barca su cui viaggiava. Ora a Palermo c’è chi se ne prende cura. E ci racconta che sogni ha e quali incubi fa
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Fino a poco tempo fa, andava sotto la doccia vestita. «L’acqua mi fa paura. La notte continuo ad avere gli incubi» diceva. Sono passati dieci mesi da quando l’immagine di Jacinta, allora 11 anni, fece il giro del mondo: una testolina che spunta appena da sotto una coperta termica, le mani di una soccorritrice, un uomo col casco che si avvicina. L’avevano tratta in salvo pochi minuti prima, unica sopravvissuta al naufragio di una barchetta di ferro che trasportava 45 migranti nel Canale di Sicilia.

La notte fra il 9 e il 10 dicembre dell’anno scorso, i volontari della Ong tedesca Compass Collective, a bordo del veliero Trotamar III,la trovarono aggrappata a una camera d’aria. «È stato un miracolo aver sentito la sua voce in alto mare …

Fino a poco tempo fa, andava sotto la doccia vestita. «L’acqua mi fa paura. La notte continuo ad avere gli incubi» diceva. Sono passati dieci mesi da quando l’immagine di Jacinta, allora 11 anni, fece il giro del mondo: una testolina che spunta appena da sotto una coperta termica, le mani di una soccorritrice, un uomo col casco che si avvicina. L’avevano tratta in salvo pochi minuti prima, unica sopravvissuta al naufragio di una barchetta di ferro che trasportava 45 migranti nel Canale di Sicilia.

La notte fra il 9 e il 10 dicembre dell’anno scorso, i volontari della Ong tedesca Compass Collective, a bordo del veliero Trotamar III,la trovarono aggrappata a una camera d’aria. «È stato un miracolo aver sentito la sua voce in alto mare e col motore dell’imbarcazione acceso», disse lo skipper del Trotamar, Matthias Wiedenlubbert, una volta sbarcato nel porto di Lampedusa. Un miracolo, davvero, perché Jacinta era rimasta per un giorno intero aggrappata al suo improvvisato salvagente, prima di essere avvistata.

Ho capito che ero sola

Non l’abbiamo dimenticata, quella bambina che poco prima di Natale aveva commosso tutti. Senza violare il suo diritto alla riservatezza e alla tranquillità, alla fine siamo riusciti a ricostruirne la storia, terribile ma anche piena di speranza, che dalla Sierra Leone l’ha condotta fino a Palermo. Agli operatori che l’hanno seguita, e alla magistrata Claudia Caramanna che guida la Procura dei minori di Palermo, ha raccontato di essersi messa in viaggio con un fratello e un cugino sin da marzo dell’anno scorso. «Il mio papà è morto per una malattia, nel 2022. La mamma è morta qualche tempo dopo, per il dispiacere». Dalla Sierra Leone sono arrivati in Guinea, poi in Mali, quindi in Algeria e in Tunisia. Nove mesi di viaggio: «Abbiamo camminato tanto, tantissimo». È probabile, ma non certo, che l’imbarcazione con i 45 migranti fosse partita da Sfax, la seconda città della Tunisia. «Due giorni dopo, è successo l’incidente», ha raccontato Jacinta. «La barca si è riempita di acqua e nel giro di poco tempo è andata a fondo. Tutti gridavano, chiedevano aiuto. Urlavo anch’io, chiamavo mio fratello e mio cugino, ma non rispondevano. In tre ci siamo aggrappati a quella specie di salvagente, poi le onde hanno portato via i due ragazzi che erano accanto a me. Li ho visti andare a fondo, mentre gridavo, chiamando mio fratello. Nessuno rispondeva. All’improvviso, c’è stato un grande silenzio tutt’attorno, ho capito che ero sola».

Una guerriera

«Jacinta non si arrende mai», dicono i volontari e gli operatori che si occupano di lei. La chiamano “la guerriera”. All’inizio è stata ospite di una casa famiglia ad Alcamo, nel Trapanese: «Voglio studiare, mi è sempre piaciuta la matematica» ha raccontato quasi subito. «Ma mi piace soprattutto il canto e penso che da grande lavorerò nel mondo della musica». Ha imparato l’italiano e ora va a scuola, con ottimi risultati. «Ci ha detto che vorrebbe andare a Roma per incontrare il Papa» spiega una volontaria, «e a dire il vero avevamo già fatto il biglietto per un’udienza con Francesco, ma poi il Pontefice si è ammalato...». Jacinta ha chiesto e ottenuto un telefono cellulare, per poter parlare con i suoi familiari. Ha una sorella e due fratelli che oggi vivono in Tunisia. «Ma è una situazione ancora da definire con chiarezza», spiega la procuratrice Caramanna. Si lavora per il ricongiungimento in Italia, ma servirà anche l’esito degli esami del Dna e si prevedono tempi lunghi. E mentre resta ancora aperta la pratica dell’adozione, la bambina è affidata alle cure di una casa famiglia di Palermo e di una tutrice nominata dall’autorità giudiziaria. È l’avvocata Alice Argento, e si occupa di questo e di altri casi di minori sbarcati a Lampedusa. «Sono storie solo in apparenza a lieto fine» spiega la tutrice. «Certo, siamo felici quando guardiamo questi bambini, vivi, dopo un viaggio e una traversata in mare terribili, ma non dimentichiamo mai quali ferite e quali traumi hanno dentro».

"Le migliori amiche": uno dei disegni realizzati da Jacinta dopo il suo arrivo in Italia 

Sempre più piccoli

Come Jacinta, tra il 2014 e il 2024, sono arrivati in Italia, da soli, via mare, 127.662 minori stranieri: si tratta prevalentemente di adolescenti e preadolescenti, ma in alcuni casi anche di bambini, con una media di 11.600 casi all’anno. Sono i dati raccolti da Save the Children. Il 13,66 per cento ha tra 7 e 14 anni; l’1,65 per cento è nella fascia 0-6 anni. «Per ognuno di questi minori, viene aperto un fascicolo e nominato un tutore», spiega la procuratrice. Un gran lavoro per un ufficio giudiziario composto da soli sei magistrati che devono occuparsi di un distretto giudiziario molto ampio, da Palermo ad Agrigento a Trapani. La vita dei ragazzini che arrivano da soli è davvero complessa, nonostante ci siano norme che li tutelino in maniera ampia. «Innanzitutto, va detto che i minori arrivati nell’ultimo semestre sono sensibilmente in aumento» spiega Niccolò Gargaglia, responsabile dell’area Protezione minori migranti di Save the Children. «Dai cinquemila del 2024 si è passati ai quasi novemila del 2025. E l’età media si è abbassata: dalla fascia 16-17 a quella 13-14». Ognuno di questi ragazzi porta dentro di sé un carico di traumi cui è difficile porre rimedio: «Dopo il trasferimento da Lampedusa a Porto Empedocle, dovrebbero restare nei centri di prima accoglienza solo per 45 giorni» spiega ancora Gargaglia. «Invece, spesso questo periodo si allunga in modo preoccupante, fino a sei mesi, o a un anno e mezzo. Vuol che dire che il minore resta in una struttura non adeguata a supportarlo nel complesso percorso che deve compiere».

Subito in famiglia

Save the Children propone l’inserimento immediato nel sistema di accoglienza e integrazione. «Fra l’altro la legge prevede che sia l’affido familiare la prima forma di accoglienza. E, invece, solo il 3-5 per cento dei minori è inserito in famiglia. I centri di primo livello restano la principale forma di accoglienza». Conclude Gargaglia: «La vera sfida, per sostenere Jacinta e gli altri, è approntare un sistema che possa accompagnarli in modo adeguato verso la maggiore età».

Verde e e azzurro

Jacinta disegna spesso. Ogni tanto, prende il verde, l’azzurro e disegna la bandiera della Sierra Leone. I ricordi si affastellano, i traumi riemergono. Restano i volti amici, che disegna per mostrarli alle persone che incontra. Sappiamo che immagina il futuro suo e dei fratelli in Italia: spera che possano raggiungerla a Palermo. «Adesso, però, è meglio che i riflettori su di lei si spengano» dice un educatore che, con pazienza, si dedica a una ragazzina sopravvissuta che ha ancora paura dell’acqua. «Jacinta deve poter percorrere la sua strada in tutta serenità. Continuando a sperare nel futuro».

Sul Venerdì del 3 ottobre 2025

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