Intervista a Valerio Mastandrea: “Che fatica essere padre. Nella vita e sul set”
di Paola ZanuttiniCinque secondi, il nuovo film di Paolo Virzì (debutterà alla Festa del Cinema di Roma poi sarà in sala dal 30 ottobre) ha un titolo che tira in ballo l’elemento più oscuro e saliente della trama. Quindi il problema è far capire di cosa si parla senza svelare troppo, visto che la vicenda si dispiega con rigorosa laconicità: niente è anticipato, semmai ricostruito con i flashback. Che fare? Valerio Mastandrea, il protagonista, se la cava con una delle sue uscite icastico-romanelle: «La giornalista sei te, io che ne so». Con Mastandrea il tu è d’obbligo.
Dunque, più laconicamente possibile: cinque secondi sono il ritardo che impedisce al noto avvocato Andrea Sereni (Mastandrea) di evitare un incidente che condizionerà la vita di tutta la famiglia. In attesa del processo (penale, ma anche sociale, familiare, di coscienza), Sereni si ritira dal mondo in una ruvida campagna toscana, finché l’arrivo di una banda di agronomi squatter, capeggiati da una contessina incinta (Galatéa Bellugi) che…
Cinque secondi, il nuovo film di Paolo Virzì (debutterà alla Festa del Cinema di Roma poi sarà in sala dal 30 ottobre) ha un titolo che tira in ballo l’elemento più oscuro e saliente della trama. Quindi il problema è far capire di cosa si parla senza svelare troppo, visto che la vicenda si dispiega con rigorosa laconicità: niente è anticipato, semmai ricostruito con i flashback. Che fare? Valerio Mastandrea, il protagonista, se la cava con una delle sue uscite icastico-romanelle: «La giornalista sei te, io che ne so». Con Mastandrea il tu è d’obbligo.
Dunque, più laconicamente possibile: cinque secondi sono il ritardo che impedisce al noto avvocato Andrea Sereni (Mastandrea) di evitare un incidente che condizionerà la vita di tutta la famiglia. In attesa del processo (penale, ma anche sociale, familiare, di coscienza), Sereni si ritira dal mondo in una ruvida campagna toscana, finché l’arrivo di una banda di agronomi squatter, capeggiati da una contessina incinta (Galatéa Bellugi) che non vuole saperne di dare un padre al nascituro, lo costringe a uscire dalla tana.
Questo è un film sulla paternità e per Mastandrea – con il quale, negli anni, per fissare un’intervista, sono scesa a patti con l’asilo, le elementari, la merenda e il calcetto dei suoi figli – è un terreno familiare, ma non meno insidioso. Anche perché, in questo accorato ritratto di un padre si potrebbe intuire qualche elemento della recente, dolorosa e non proprio consensuale separazione di Virzì. «Non so se Paolo ci abbia messo dentro qualcosa di suo, di solito ce lo mette. Nei suoi film, anche in Ferie d’agosto, parla di sé. Ripeto: non so cosa lo abbia mosso, ma so cosa ho sentito io e so che questa è una delle esperienze più emotive mai avute rispetto a un film, ci sono entrato dentro come non avevo mai fatto. Proprio perché c’è la paternità, perché c’è il mio vissuto di padre in tribunale».
Cinque secondi, Valerio Mastandrea protagonista del nuovo film di Paolo Virzì
Sei finito in tribunale per un divorzio?
«No, intendo sotto giudizio, non della mia ex moglie o della mia compagna, ma di una serie di obblighi da onorare: devi essere un padre perfetto, hai avuto un modello, lo devi riprodurre. Conosco bene la differenza fra vita reale e set, ma nelle scene in tribunale, Paolo è riuscito a trasmettermi tutto di questo film senza dire un cazzo: bastava il copione, l’atmosfera. Non abbiamo percorsi simili come padri e per storia famigliare, però ho sentito tutto quello che voleva trasferire attraverso di me in quella scena. Alla fine del monologo ero sconvolto, tant’è che abbiamo fatto solo due ciak: c’erano tre macchine e ho chiesto di girare senza interruzioni, perché non sapevo dove andavo. Con Paolo ho fatto cinque film, è come se camminassimo insieme, è come se lui fosse una band che continui a sentire perché evolvi con lei, ma non sai verso dove».
A un certo punto, la contessina del film ti dà del “vecchio pazzo”; hai già avuto ruoli da vecchio, però è come se qui ci fosse un rito di passaggio: nella tua galleria di personaggi, prima eri un ragazzo irrisolto, adesso sei un vecchio ragazzo irrisolto, ma irrisoluto fino a un certo punto perché ti prendi delle responsabilità, fai cose da maschio adulto. Giusto?
«Mi fa piacere che si riconosca. Lo comincio a riconoscere pure io: ormai mi affibbiano prevalentemente parti da padre. Ruolo che non ti dà necessariamente l’etichetta di uomo maturo, risolto».
Anche perché ci sono molti padri irresponsabili.
«Soprattutto quelli della mia generazione. Ho 53 anni, vecchio non mi sento ancora tantissimo, ma so che ho scavallato, e non solo per questioni anagrafiche, ma per percorsi di vita. Meno male che ho sempre, comunque, un contatto con la realtà, indipendentemente dai ruoli che mi offrono. Faccio l’attore da 32 anni, tantissimi, quindi sono più vecchio professionalmente che umanamente, ma credo che lavoro e vita siano andati di pari passo e abbiano sancito degli appuntamenti, è innegabile. Io ho fatto il ragazzetto di periferia per 5-6 anni, poi il trentenne in cerca di se stesso per altri dieci».
Più o meno violento, più o meno risolto.
«Sì, poi penso pure alle commedie, perché ogni tanto ne è capitata una in grado di veicolare un disagio divertente come Non pensarci, che rimane uno dei film di snodo della mia carriera. Se parallelamente a questo ci metti pure che da dieci anni ho cominciato a pensare alla regia, che ho diretto due film, è il segno di un voler continuare a crescere in questo lavoro».
Ma come si cresce nel cinema italiano, adesso?
«Io ho avuto una grande fortuna, sono cresciuto lavorando tanto. Cresciuto significa aver capito quello che mi andava di fare e quello che non dovevo più fare».
Tipo?
«Il ragazzetto di periferia. Quando hai investito su un personaggio, gli hai dato tutto, non puoi sfruttarlo all’ennesima potenza. Ma poi non è un discorso solo personale, perché il mercato quello ti chiede, no? Ti acchiappano, ti succhiano e ti buttano. Quindi io sono cresciuto così, ho capito quali film mi va o non mi va di fare. Scelgo ruoli in cui portare me stesso, cosa che io ho sempre fatto e che continuerò a fare, lavorando su un certo modo di empatizzare con i personaggi e col pubblico. Ma ci sono anche personaggi in cui bisogna essere distanti dal pubblico, dalle cose: ecco, io quella roba non la so fare. Alla fine, secondo me, c’è un modo solo per crescere nel cinema: lavorare tanto, indagare, perlustrare. Oggi è difficile perché c’è meno lavoro».
Questo è paradossale perché le piattaforme sono in crescita.
«Aspetta: oggi, di una certa generazione, siamo sempre noi, quattro o cinque. Non si acchiappa mai uno che magari non ha avuto la carriera che abbiamo avuto noi. E i pischelli? La serialità che gli propongono non è la nostra: noi avevamo la fiction per Canale 5 o per la Rai, dove poi stavi posteggiato cinque, sei anni. Loro possono spaziare un po’ di più perché la lunga tenitura, i distretti di polizia, non ci stanno più. Non è che fanno dieci stagioni. Quindi loro, sulla carta, hanno più offerta, però mi sembra tutto molto più complicato. E sto parlando di maschi. Se parliamo di femmine, siamo al Medioevo, rispetto alla domanda e all’offerta. Perché lì c’è anche un problema che adesso sembra un po’ ridimensionarsi: la scrittura, il problema della rappresentazione. Ancora si dice “facciamo un film al femminile”. Ma che vuol dire? Che secondo loro per questo film che parla di donne serve una regista donna. Forse uno dei sintomi più significativi di questa fase un po’ particolare è che il cinema più audace e più giovane, fresco, lo continua a fare un uomo di più di 80 anni come Bellocchio. Ma stiamo parlando di un’altra categoria di cineasti. Ci sono tre persone che quando hanno detto AZIONE! mi sono sentito di stare dentro qualcosa: Marco Bellocchio, Abel Ferrara e Claudio Caligari».
Dei padri anche loro. Ma tu hai un’idea di come si dovrebbe essere padre?
«No, perché non c’è un manuale e ognuno ha avuto il modello che ha avuto o non ha avuto. C’è chi è predisposto o meno predisposto e nemmeno esiste un modello di madre valido per tutte. Perché le donne si ammazzano di fatica con i figli sentendo di dover rispondere a un canone, ma c’è chi non ce la fa o comunque ha una sensibilità diversa».
Ultima domanda: perché voi uomini, pure intelligenti e sensibili, da padri diventate scemi?
«Non generalizzerei, ma a me lo puoi chiedere perché col primo figlio non ci ho capito più niente: ero terrorizzato e il modo migliore quando hai paura è andare in fureria, dove il militare si imboscava. Ti isoli nell’incompetenza, nella mancanza di volontà e di coraggio. Diventi una merda. Almeno, questo è successo a me. Poi ho capito che sarebbe meglio dichiarare e condividere la paura».
Sul Venerdì del 3 ottobre 2025