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Scuola, parla Eraldo Affinati: “Foscolo e Leopardi sono vecchi? Reinventiamoli”

Eraldo Affinati, fotografato nella scuola Penny Wirton di Roma (Francesco Fotia / AGF) 

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L’insegnante e scrittore, creatore delle scuole Penny Wirton per stranieri, riflette in un libro e qui sul suo mestiere: “Serve un profondo lavoro su se stessi”
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Che cosa definisce un “bravo insegnante”? E come si fa a diventarlo? Quali domande devono farsi un ragazzo o una ragazza che mettono piede per la prima volta in una classe dalla parte della cattedra? L’abbiamo chiesto a Eraldo Affinati, insegnante e scrittore (o forse scrittore e insegnante), inventore delle scuole Penny Wirton dove gli stranieri imparano l’italiano senza che nessuno faccia loro troppe domande; dopo Testa, cuore e mani. Grandi educatori a Roma, manda in libreria dal 9 ottobre Per amore del futuro. Educare oggi (San Paolo edizioni)

Affinati, nel suo libro lei dice che ogni aula vive di «variabili e movimento». Che cosa significa?

«Che non esistono metodi unici e infallibili. Ogni persona – sia l’allievo sia il docente – ha il proprio carattere, una sensibilità, una tradizione, una cultura, e così scattano situazioni emotive imponderabili. Ciò che conta, allora, è la qualità della relazione umana».

Messa così, tutto questo gran parlare di metodi innovativi e di sperimen…

Che cosa definisce un “bravo insegnante”? E come si fa a diventarlo? Quali domande devono farsi un ragazzo o una ragazza che mettono piede per la prima volta in una classe dalla parte della cattedra? L’abbiamo chiesto a Eraldo Affinati, insegnante e scrittore (o forse scrittore e insegnante), inventore delle scuole Penny Wirton dove gli stranieri imparano l’italiano senza che nessuno faccia loro troppe domande; dopo Testa, cuore e mani. Grandi educatori a Roma, manda in libreria dal 9 ottobre Per amore del futuro. Educare oggi (San Paolo edizioni)

Affinati, nel suo libro lei dice che ogni aula vive di «variabili e movimento». Che cosa significa?

«Che non esistono metodi unici e infallibili. Ogni persona – sia l’allievo sia il docente – ha il proprio carattere, una sensibilità, una tradizione, una cultura, e così scattano situazioni emotive imponderabili. Ciò che conta, allora, è la qualità della relazione umana».

Messa così, tutto questo gran parlare di metodi innovativi e di sperimentazioni sembra inutile.

«L’aula tradizionale, usata in modo esclusivo con le lezioni frontali, è superata, per usare un eufemismo. Ma conquistare la fiducia degli allievi è sempre possibile, anche negli ambienti meno propizi. Per quanto riguarda lo spazio, dipende dall’uso che se ne fa. Quando ero un giovane insegnante di lettere negli istituti professionali per l’industria e l’artigianato, guardavo con stupore certe anziane professoresse entrare in quinta ora in classi di 30 ragazzi scalmanati della borgata romana e riuscire a gestirli. Con uno stile che oggi sembrerebbe anacronistico, suscitavano ammirazione e rispetto. Da loro ho imparato che cosa siano il carisma e l’autorevolezza.

Avere carisma non è obbligatorio. Davanti a una classe scalmanata, il professore medio che cosa può fare?

«Creare esperienze conoscitive. Non basta trasmettere nozioni. Bisogna coinvolgere i ragazzi attraverso azioni concrete, magari uscendo dall’aula. Collaborando con le altre agenzie educative, soprattutto riallacciando i rapporti oggi spesso difficili con le famiglie. Immaginare azioni cooperative. Non c’è la ricetta magica».

Lei definisce i programmi «fragili impalcature».

«Sono vecchi, andrebbero ripensati tenendo conto della rivoluzione digitale. Non si può continuare a leggere una lettera di Alfieri davanti a un futuro elettricista o meccanico come usava una volta. Dobbiamo trovare un altro modo per farlo. Leopardi e Foscolo vanno reinventati: è la sfida più bella anche per uscire dalla finzione pedagogica, forse inevitabile, in cui l’insegnante assume un ruolo teatrale e in cattedra è come se recitasse una parte. In questa finzione, lo studente finge di ascoltare l’insegnante che finge di spiegare. Come se ne esce? L’unica via è mostrasi a ingranaggi scoperti, in quanto persona: “io sono questo, faccio questo” e “tu che cosa fai il pomeriggio?”. Uscire dal ruolo è rischioso, ma può dare grandi frutti».

È vero che lei è contrario alla ricreazione, come lo era Don Milani?

«Don Milani su questo punto è stato travisato. Non è che volesse negare la pausa, il momento del riposo; solo, non voleva che la ricreazione fosse istituzionalizzata come momento separato dallo studio. Immaginava un tempo unico, entusiasmante, dove studio e ricreazione coincidono».

Una rivoluzione.

«Un’utopia. Anche perché un po’ di noia e fatica possono essere utili, purché non invadano tutta la giornata».

Come si fa a sapere se si è tagliati per salire in cattedra?

«Non è una professione che si costruisce a tavolino. Ci vuole formazione, ovvio. Ma il giovane insegnante deve costringersi a un lavoro interiore, indagare sulle proprie motivazioni. Se ha problemi irrisolti, tensioni in atto, porterà tutto in classe. Serve una chiarificazione profonda per potere raggiungere un equilibrio psichico. In sintesi, direi che occorre una predisposizione quasi genetica, unita a un lavoro su se stessi. Le supplenze sono molto utili perché niente ti insegna di più, sulle tue reazioni, del ritrovarti di fronte ai ragazzi».

Non crede che servirebbero valutazioni psicologiche e attitudinali per i docenti?

«È un’idea che mi allarma un po’. Quali sarebbero i criteri? Sarei più favorevole a una prova in itinere. Dopo un anno di scuola, hai capito se sei bravo o no, se è la tua strada o no».

Lei quando lo ha capito?

«Io non volevo fare l’insegnante. Mi vedevo scrittore, a otto anni avevo già deciso. E volevo viaggiare. Da ragazzo leggevo tanto. La letteratura è stato il campo della mia aspirazione. Tolstoj, Dostoevskij, Stendhal, Hemingway, Verga. Leggere ti cambia. Senza letteratura non so che cosa sarebbe stato di me. Poi, quando ho messo piede per la prima volta in una classe, come supplente, ho avvertito il magnetismo che avvolge chi è nel posto giusto».

Da studente soffriva, lo dice spesso.

«Non ho avuto buoni insegnanti. Tanti spegnevano la mia curiosità, era importante solo che stessi seduto. Anche da docente, poi, ho incontrato colleghi con cui non mi è stato possibile avere buoni rapporti. Ne ricordo uno, agli inizi, che aveva escogitato un sistema di valutazione con la media algebrica per cui aveva umiliato alcuni ragazzi assegnando -3».

Intende dire 3?

«No, proprio -3, sotto lo zero. Ma ho conosciuto tante, tantissime figure positive. Non sono pessimista. Giro da una scuola all’altra e li vedo, quelli che fanno la differenza: caricati di un peso burocratico enorme, riescono a dare speranza alle loro classi di adolescenti. Gente che riconosce il merito, ma sa che appuntare la medaglia d’oro al petto del vincitore non risolve il problema di che cosa fare con tutti gli altri».

Ovvero?

«L’insegnante capace entra in azione quando i ragazzi vanno male. Premiare i migliori non basta a dare un senso al nostro lavoro».

Sul Venerdì del 3 ottobre 2025

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