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Niccolò Fabi: non vado in tv e non sono di moda ma ai miei concerti si viene per commuoversi

Niccolò Fabi, 57 anni. Il cantautore ha debuttato nel 1996 con il brano Dica... con cui partecipò a Sanremo Giovani (Arash Radpour) 

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Siamo andati alle prove del tour del cantautore romano. E lo abbiamo trovato ancora meno divo del solito: «Sul palco voglio essere una silhouette. La mia voce è migliore ora che sono invecchiato»
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ROMA. Sul palco è tutto un groviglio di cavi e sguardi, sguardi e cavi. Al quarto giorno su quattro di prove del nuovo tour nei teatri di Niccolò Fabi – più di venti date in tutta Italia, doppie a Roma e Milano, è partito il 4 ottobre da Isernia e chiude a novembre inoltrato – ormai si scherza, l’intesa e gli equilibri ci sono, salvo tornare serissimi non appena gli strumenti prendono a suonare. È lo stesso approccio che il cantautore romano, classe 1968, mostra qualche ora dopo al tavolo di un bar poco lontano dalla sala prove, in pausa pranzo. Intimo e delicato come ce lo s’immagina, salvo sdrammatizzare non appena può. «Le prove servono a trovare l’equilibrio tra i suoni e stabilire gli arrangiamenti. Soprattutto, però, affiatano la squadra, ci fanno capire quali pezzi suonare e quali no. La scaletta nasce qui».

Non sarà un karaoke

Se questo fosse un live come un altro, in lista metterebbe i cavalli di battaglia, qualche brano nuovo da promuovere, poco altro. Ma Fabi non è un’artis…

ROMA. Sul palco è tutto un groviglio di cavi e sguardi, sguardi e cavi. Al quarto giorno su quattro di prove del nuovo tour nei teatri di Niccolò Fabi – più di venti date in tutta Italia, doppie a Roma e Milano, è partito il 4 ottobre da Isernia e chiude a novembre inoltrato – ormai si scherza, l’intesa e gli equilibri ci sono, salvo tornare serissimi non appena gli strumenti prendono a suonare. È lo stesso approccio che il cantautore romano, classe 1968, mostra qualche ora dopo al tavolo di un bar poco lontano dalla sala prove, in pausa pranzo. Intimo e delicato come ce lo s’immagina, salvo sdrammatizzare non appena può. «Le prove servono a trovare l’equilibrio tra i suoni e stabilire gli arrangiamenti. Soprattutto, però, affiatano la squadra, ci fanno capire quali pezzi suonare e quali no. La scaletta nasce qui».

Non sarà un karaoke

Se questo fosse un live come un altro, in lista metterebbe i cavalli di battaglia, qualche brano nuovo da promuovere, poco altro. Ma Fabi non è un’artista come tanti, «non perché sia più bravo» – anche se la critica ha grande opinione del cantautore di sussurri e pensieri, artigiano del lessico, re della cura delle miniature. Ma perché in mano ha altre carte rispetto ai colleghi. «Non sono un cantante», si schermisce. «E infatti non sarà un karaoke. Ma un viaggio guidato da musica e parole. L’invito è di farsi trasportare: sono canzoni emotivamente piene, in primis per me, che già a provarle mi commuovo; brano dopo brano, mi piacerebbe che il pubblico ritrovasse i suoi ricordi – belli o brutti che siano – nelle note, che tutti insieme si riflettesse su noi stessi, su ciò che siamo. Si piangerà, credo, perché ci sono traumi di mezzo. Ma non è un dramma, anzi, alla fine arriva – lo vedo ogni volta – la luce».

Ogni sera è diverso, spiega. E la sfida, s’intende, è rivolta alle soglie d’attenzione minime di oggi, «un problema che ci riguarda tutti», tanto più per un live che sembra una seduta d’analisi collettiva e impone di lasciare da parte lo smartphone per un paio d’ore. «Ne sono vittima anch’io», confessa. «Una volta mi si è rotto e stavo impazzendo, in crisi d’astinenza. Poi mi sono abituato: la verità è che abbiamo ancora bisogno di sederci intorno al fuoco».

Sfida nella sfida, in scena Fabi è insolitamente defilato, lasciando vuoto il centro del palco. «Devo essere una silhouette», ripete. Vorrebbe che il buio del teatro lo inghiottisse, che fosse come quella volta in cui ha suonato di pomeriggio sulle Dolomiti, «con il paesaggio sullo sfondo che c’inghiottisce». Non sarà così, ma è già qualcosa. «In mezzo al palco non c’è niente: come fosse uno specchio in cui lo spettatore può rivedersi. Ma non “provochiamo” il pubblico: lo stiamo accogliendo».

Con lui suonano in cinque, tra cui Filippo Cornaglia e i cantautori Alberto Bianco e Roberto “Bob” Angelini. «Mi piace avere artisti con me, non “musicisti” in senso stretto. M’interessa che ciascuno aggiunga del proprio». La squadra è più o meno la stessa che ha registrato Libertà negli occhi, dodicesimo album della casa, uscito a maggio e lavorato d’inverno, in una sola settimana, peraltro di convivenza collettiva «dormendo su materassini», in una baita in Val di Sole. «Mi spaventa la comodità. La evito a ogni costo».

Ci sono anche due neanche trentenni, Cesare Augusto Giorgini e Giulio Cannavale, di generazioni successive a quella di Fabi. Li ha scoperti a Officine Pasolini, la scuola di formazione artistica della Regione Lazio dove ha organizzato queste prove e insegna canzone d’autore. Erano suoi allievi. «Certo, essere cantautori nel 2025 è più difficile che negli anni Novanta. C’è meno tempo per emergere e bisogna sapersi vendere: quando ho cominciato, piuttosto, le etichette avevano pazienza e delegavano il lavoro “sporco”, promozionale, a chi di dovere. Ma la musica d’autore non sta male, qualsiasi genere imponga una visione della realtà, per me, è tale. Compreso certo rap. Forse il cantautore chitarra in mano ha dato abbastanza, questo sì. Mi preoccupa più che altro che un’alternativa, oggi, non venga raccontata nei grandi canali: sembra che il modello estetico sia uno solo, ma così i ragazzi che non vi aderiscono vanno in crisi e mollano. Ed è un peccato».

Una carriera al contrario

Per chi assiste da fuori alle prove, il tutto può sembrare sfiancante: i pezzi s’interrompono di punto in bianco per un aggiustamento, altri si ripetono più volte, quando si finisce non c’è mai l’applauso del pubblico, ma solo la luce gialla e sempre uguale della sala. «Rifacciamola». Qualche indizio, comunque, viene fuori: ci saranno parti strumentali a tenere uniti i brani, «così che ognuno si faccia il suo viaggio», un po’ acustiche e molto elettroniche, «ma non facciamo troppo casino»; arriverà qualche chicca, ripescata qua e là dal repertorio; e poi c’è un grumo di quattro canzoni – nessuno spoiler, ma sono le più apprezzate – che «in sequenza mi fanno sciogliere».

Sorpresa: provengono dalla seconda parte della carriera, questa, non sono né Capelli (solito oggetto di battute nella ciurma) né Vento d’estate, con cui si fece conoscere tra 1997 e 2000. «Non so quanti altri colleghi abbiano dato il meglio da maturi. Ho una carriera al contrario, se ascolto i miei primi brani neanche mi riconosco. Ho passato anni duri, suonando nelle piazze, senza un pubblico pagante. Mestiere nobilissimo, per carità, ma non è il mio. Quando nel 2006 uscì Costruire, oggi tra le più amate, non se ne accorse nessuno. Soffrivo. Ma serviva che gli eventi della vita si posassero sulla mia voce, per renderla più credibile. Dovevo invecchiare».

La svolta è arrivata con Ecco, addirittura l’ottavo album per Fabi, del 2012, anche se il più apprezzato resta il nono, Una somma di piccole cose, che nel 2016 gli ha avvicinato un pubblico nuovo, di chi oggi ha trent’anni. In mezzo, dice, è cambiato anche lui, in primis dopo la morte della figlia piccola, nel 2010, per meningite fulminante. «Prima ero indeciso, da lì ho capito che dalle scelte non si scappa. Nel prenderle, sono diventato sereno».

Viene da sé che il primo a mettersi in gioco, in un concerto del genere, è lui, «che a 57 anni ho ancora tanto d’irrisolto. Mi sono guardato dentro a lungo, per esempio trascurando ciò che c’era fuori da me, amicizie su tutto». Ma soprattutto un live così, adesso, è un’eccezione. «O proprio un miracolo. Non sono di moda, non sono popolare sui social, non vado in tv, ho un pubblico cresciuto con il passaparola, che viene per commuoversi». Cerca qualcosa di diverso? «Forse, l’unica esperienza che non si può ancora avere su Instagram».

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