Sembra Gaza, invece è la Siria: nel quartiere dei palestinesi distrutto da Assad
di Francesca BorriIn Siria, nessuno ti parla di Palestina. Neppure i palestinesi. Yarmouk è a ridosso del centro di Damasco, in fondo a una strada dritta e dimessa come mille altre, l’aria da provincia sovietica degli anni 70. Prima della guerra, qui vivevano 160 mila dei 560 mila palestinesi della Siria. E, in tutto, Yarmouk aveva oltre un milione di abitanti. Era un quartiere come gli altri. Ora non c’è più niente. Solo macerie, cani randagi e l’ossatura di una giostra che cigola nel vento.
Nel 2018 Yarmouk era tornata sotto il controllo di Assad, ma da allora Assad non ha neppure rimosso le macerie. Nessuno ha mai stimato i danni. I costi della ricostruzione. Zero progetti, zero assistenza: in giro, non hai che questi palestinesi con pala e piccone che, impolverati, casa a casa, riparano quel minimo che è riparabile. Ma Yarmouk è in larga parte da abbattere.
E quindi ora a nessuno, qui, importa di Gaza. Come a nessuno importa di Yarmouk.
«Ho contattato ogni agenzia dell’Onu, ogni Ong: mai avuto risp…
In Siria, nessuno ti parla di Palestina. Neppure i palestinesi. Yarmouk è a ridosso del centro di Damasco, in fondo a una strada dritta e dimessa come mille altre, l’aria da provincia sovietica degli anni 70. Prima della guerra, qui vivevano 160 mila dei 560 mila palestinesi della Siria. E, in tutto, Yarmouk aveva oltre un milione di abitanti. Era un quartiere come gli altri. Ora non c’è più niente. Solo macerie, cani randagi e l’ossatura di una giostra che cigola nel vento.
Nel 2018 Yarmouk era tornata sotto il controllo di Assad, ma da allora Assad non ha neppure rimosso le macerie. Nessuno ha mai stimato i danni. I costi della ricostruzione. Zero progetti, zero assistenza: in giro, non hai che questi palestinesi con pala e piccone che, impolverati, casa a casa, riparano quel minimo che è riparabile. Ma Yarmouk è in larga parte da abbattere.
E quindi ora a nessuno, qui, importa di Gaza. Come a nessuno importa di Yarmouk.
«Ho contattato ogni agenzia dell’Onu, ogni Ong: mai avuto risposta», mi dice Bater Tamim, portavoce del Yarmouk Committee. Ha 38 anni, di cui 14 di guerra. «È dura, anche perché in Siria siamo sempre stati come i siriani. Tranne il diritto di voto, avevamo gli stessi diritti. Non eravamo un ghetto. Yarmouk era bellissima, era terza per reddito dopo Damasco e Aleppo. La via principale era ribattezzata Wall Street». Ma proprio perché così integrati, durante la guerra i palestinesi si sono divisi come i siriani, pro-Assad e anti-Assad: finendo nel mirino degli uni e degli altri. Oggi non hanno più legami con la Palestina, con l’Olp, con i partiti o con gli attivisti. Niente.
Da dove vieni?
Nel 2013 Yarmouk è stata sotto assedio per sei mesi. Nel momento più feroce – con i superstiti autorizzati da una fatwa a cibarsi dei gatti, il momento in cui fu scattata la foto più iconica della guerra, con migliaia e migliaia di affamati in fila per un po’ di pane, un po’ di acqua, qualsiasi cosa – Mahmoud Abbas bocciò un piano dell’Onu per trasferirli a Gaza e in West Bank. Disse che era meglio morire di fame che svendersi l’onore e il diritto al ritorno. E disse di no. Nessuno, qui, ha dimenticato.
«È dal 1948 che non siamo più lo stesso Paese, ma adesso la verità è che non siamo più lo stesso popolo», mi dice un medico specializzato in malnutrizione. Perché qui, come a Gaza, si va avanti a pane e poco altro. Per raccontarmi la sua Yarmouk mi guida al cimitero: mi racconta i morti. Quelli ufficiali sono settemila, ma molti non sono nell’elenco. Molti stanno ancora tra le macerie. Per questo Yarmouk ha così tanti cani randagi.
La Siria è l’unico paese in cui domandi: di dove sei?, e i palestinesi non ti rispondono con la città in cui i padri e i padri dei padri abitavano nel ‘48. Non ti rispondono: sono di Jaffa, di Haifa, ma: «di Yarmouk». Si sentono e si dicono siriani. Non è che nessuno abbia voglia di tornare in Palestina, nessuno ha energie da sprecare in ipotesi astratte. «Il ritorno non avverrà né oggi né domani. Né dopodomani. E non si campa di filosofia», taglia corto un uomo che setaccia le macerie in cerca di rame.
«Il mondo ha questa idea romantica della Palestina che resiste sempre e comunque. La Palestina conta più dei palestinesi. Purché la Palestina viva, i palestinesi possono morire tutti» mi dice un operaio che sta ristrutturando un appartamento in una palazzina carbonizzata - «è solo un po’ annerita: ma è come nuova», assicura. Ha provato già due volte la traversata dalla Libia. E proverà ancora. «Se potessimo, andremmo via tutti. Criticate tanto Israele per le frontiere di Gaza: quelle europee, sono uguali». Sta montando dei faretti. È un appartamento a tinte chiare. Rifinito in ogni dettaglio. Poi, fuori, c’è Dresda nel 1945.
L’unico edificio interamente ricostruito è quello dell’Unrwa, l’agenzia Onu che dal ‘48 si occupa dei rifugiati. E che da allora è stretta tra Israele e gli arabi, accusata da entrambi di perpetuare, e cronicizzare, la questione dei rifugiati che vivono tra Siria, Libano, Giordania, Egitto: Israele vorrebbe che si integrassero di più, e gli arabi di meno. Sostanzialmente vorrebbero entrambi che stessero peggio. In modo da decidersi: e rifarsi una vita altrove, o battersi per il ritorno. «Il nostro ruolo è sempre stato frainteso. L’Unrwa non è stata istituita per risolvere la questione dei rifugiati, ma per garantire ai rifugiati i servizi essenziali», dice Maher al-Wawi, 51 anni, il direttore. Parla per esperienza: lui è un prodotto dell’Unrwa. Orfano di padre, senza l’Unrwa sarebbe rimasto in mezzo a una strada. E probabilmente si sarebbe unito alle milizie che in quegli anni, gli 80, erano ovunque. Durante la guerra in Siria ha insistito perché le scuole, che sono così rinomate che vogliono andarci anche i siriani, restassero aperte. Persino sotto l’Isis. La nuova, è stata finanziata dall’Italia. Sta a fianco del nuovo ospedale. «Quando è stata riaperta venivano tutti qui di fronte, come fosse un bar, una piazza: perché in tutta Yarmouk non c’era altro spazio con la luce, con dei muri veri. Venivano a respirare la vita che ricominciava».
Poi è arrivato il 7 ottobre: 19 dipendenti dell’Unrwa di Gaza hanno partecipato all’attacco di Hamas: 19 su 13 mila, ma i finanziamenti sono stati sospesi. Con quello che c’è in cassa, a fine anno si chiude. «I tagli erano iniziati già nel 2018, con Trump. E si sono sommati a quelli a Usaid. E il 40 per cento del nostro bilancio era coperto dagli Stati Uniti. Il risultato è che nel 2025, proprio mentre, caduto Assad, a tanti sarebbe stato possibile rientrare, siamo stati costretti a sospendere l’assegno mensile – 36 dollari a testa: un aiuto rilevante, in un Paese in cui il reddito medio è 100 dollari. E in più le case, che sono la priorità, sono fuori del mandato dell’Unrwa». Perché ti ricostruisco la scuola, sì, l’ospedale: ma poi, dove vai ad abitare? Basterebbe poco. A Yarmouk, con 4 mila dollari una casa torna agibile. Ti paghi gli infissi, gli impianti. «Meno di quanto spende di viaggio una delle tante Ong che viene a promettere questo e quest’altro e poi sparisce», mi dice quello che vende sigarette all’angolo. «L’unico loro sostegno è che di solito ti lasciano il resto». Cinquecento lire siriane. Tre centesimi. «A volte mi pagano un kebab. Non avessi fame, glielo tirerei dietro».
Non c’è dopoguerra
«Il problema di Yarmouk è che si è schierata contro Assad. Mentre per tutti quelli che dal 7 ottobre da voi stanno con la kefiah al collo, Assad era il paladino della resistenza a Israele: e noi, non eravamo che una cospirazione americana. Agenti della Cia. Perché era strano, no?, che degli arabi volessero la democrazia. Leggessero Gramsci...», mi dice Khaldoun al-Mallah davanti casa, davanti alla polvere di casa: ha riconosciuto le macerie giuste da una pagina bruciata di Dostoevskij. Ha 42 anni e in guerra era l’unico chirurgo di Yarmouk. Oggi zoppica, e fuma senza sosta. Alla vista del sangue, sviene. «La verità è che per Assad, e non solo, Israele non era che un pretesto per giustificare uno stato di emergenza permanente. Ma per Israele, il confine con la Siria è sempre stato il più tranquillo. Mai un’incursione. Yarmouk è stata rasa al suolo perché si trovava a sud e lungo l’avanzata dei ribelli verso Damasco. Ma, soprattutto, perché eliminando i palestinesi Assad avrebbe avuto dalla sua Israele: e con Israele, gli Stati Uniti. Ma voi non l’avete mai capito, e ora Yarmouk è in macerie quanto Gaza. Ma è come se non esistesse. Cos’è, non siamo abbastanza palestinesi?». Negli ultimi anni, ha vissuto a Idlib, ultimo bastione dell’opposizione. E dei jihadisti. Ed è stato difficile. Ma per certi versi, stare a Damasco gli è ancora più difficile. «A Damasco, la guerra non c’è mai stata. Lì in fondo, attraversavi la strada, ed era tutto normale. E ora, all’improvviso, tutti sono sempre stati contro Assad». Come un giorno, dice, tutti sarete sempre stati contro Netanyahu.
Hani al-Mahala, 36 anni, è il figlio di uno degli artisti più noti di Yarmouk. Nelle sue opere, quadri e sculture, rielaborava la Nakbah: ora, in quello che era il suo atelier vende souvenir: magliette, tazze di Arafat, moschee di al-Aqsa, spille a forma di chiave – la chiave delle case lasciate di corsa nel ‘48 e mai più riavute – calzini con sotto la faccia di Assad. Per calpestarla mentre cammini. La Palestina non è più memoria, è cartolina. «Una città non è solo cemento e mattoni: è relazioni. E Yarmouk oggi non ha che 25 mila abitanti. Gli altri si sono sparpagliati per tutta Damasco, per tutta la Siria, per tutto il mondo. Yarmouk è sparita per sempre». Anche perché i palestinesi, qui come a Gaza, possiedono le case ma non la terra. E cioè, non possiedono niente di niente.
«Per certe guerre» dice Hani «non c’è dopoguerra. È amaro da ammettere, ma alla fine è andata meglio a quelli che nel 1948 sono rimasti in quello che è diventato Israele – ora sono medici, ingegneri, imprenditori – che a quelli che si rifugiarono qui, tra i fratelli arabi». Vissuta sulla propria pelle, dice, la storia è sempre un’altra storia. «In Europa so che c’è chi difende Hamas. Hamas è stata di base a Damasco tanti anni: e, qui a Yarmouk, non si è mai vista. Aveva le sue charity. E basta. Non ha mai organizzato niente, proposto niente. Solo l’elemosina. Perché a Hamas non è mai importato niente dei palestinesi. Tanto che si è alleata con l’Iran, e con Hezbollah, mentre l’Iran armava Assad e Hezbollah era qui a spararci. Hamas dice che il 7 ottobre è stato una vittoria. Che adesso, finalmente, Israele è accusato di genocidio. E questa sarebbe una vittoria? Un genocidio?», dice.
Sul Venerdì del 3 ottobre 2025