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Holly Johnson dei Frankie Goes to Hollywood in concerto a Milano: “Sono ancora vivo”

Holly Johnson, 65 anni 

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Il cantante torna in Italia da solista a 40 anni dai successi di “Relax” e “The Power of Love”. Intervista
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Pop orgasmico. Così è stata definita la musica di Holly Johnson. D’altronde la sua celebrità è dovuta al brano Relax, lanciato nel 1984 come cantante dei Frankie Goes To Hollywood, il cui verso più audace recitava così: “Rilassati, non farlo, quando vuoi venire”. Il successo fu immediato e planetario, ma la band fu un po’ più di una meteora e un po’ meno di una leggenda: nello stesso anno Two Tribes e The Power of Love raggiunsero il primo posto nella classifica dei singoli del Regno Unito, diventando cult in tutto il mondo. E anche se la band si sarebbe sciolta dopo il deludente secondo disco Liverpool, tra dissapori e cause legali con il produttore Trevor Horn (c’era lui dietro il successo di Video Killed the Radio Star dei Buggles), il frontman Holly Johnson, che oggi ha 65 anni, avrebbe raccolto un discreto successo da solista (Love Train, Americanos), prima di eclissarsi anche per curarsi dopo una diagnosi di Hiv. Stasera, 6 ottobre arriva al Teatro Arcimboldi di Milano, unica da…

Pop orgasmico. Così è stata definita la musica di Holly Johnson. D’altronde la sua celebrità è dovuta al brano Relax, lanciato nel 1984 come cantante dei Frankie Goes To Hollywood, il cui verso più audace recitava così: “Rilassati, non farlo, quando vuoi venire”. Il successo fu immediato e planetario, ma la band fu un po’ più di una meteora e un po’ meno di una leggenda: nello stesso anno Two Tribes e The Power of Love raggiunsero il primo posto nella classifica dei singoli del Regno Unito, diventando cult in tutto il mondo. E anche se la band si sarebbe sciolta dopo il deludente secondo disco Liverpool, tra dissapori e cause legali con il produttore Trevor Horn (c’era lui dietro il successo di Video Killed the Radio Star dei Buggles), il frontman Holly Johnson, che oggi ha 65 anni, avrebbe raccolto un discreto successo da solista (Love Train, Americanos), prima di eclissarsi anche per curarsi dopo una diagnosi di Hiv. Stasera, 6 ottobre arriva al Teatro Arcimboldi di Milano, unica data italiana del Welcome to the Pleasurdome – 40th Anniversary Tour 2025: «Devo tutto a Relax: è grazie a quella canzone se sono ancora qui. Ma la mia preferita è The Power of Love: credo che mi sopravviverà quando non ci sarò più», ci racconta al telefono.

L’avventura è cominciata negli anni 70 a Liverpool, in un club chiamato Eric’s…

«Era un luogo vivace con una scena musicale creativa: lì potevamo vedere band come Sex Pistols, Talking Heads, The Police, e poi ancora Billy Idol e molti altri gruppi in uno stato embrionale, come i Dead or Alive. Ricordo che Mick Hucknall dei Simply Red suonava nei Frantic Elevators. La competizione era tantissima, l’egocentrismo la regola. Io ero il più giovane, nessuno si aspettava molto da me, ma è lì che ho imparato a suonare il basso dal vivo con i Big in Japan. Allora non pensavo al successo, ma solo a fare la mia musica».

I Frankie Goes to Hollywood nel 1985: Johnson è il secondo da sinistra 

Liverpool fa rima con Beatles. I Frankie Goes To Hollywood furono una reazione a quella tradizione?

«Dopo gli anni 60, nei 70 Liverpool cadde in depressione e arrivò il punk, una nuova ondata di suoni a cui mi unii con tanti altri. A me interessavano i Velvet Underground, Lou Reed e altri gruppi, come i Kraftwerk. Avevamo la sensazione che non fosse importante la tecnica nel suonare uno strumento, ma l’atteggiamento e la creatività. Qualche tempo dopo formammo i Frankie Goes To Hollywood e realizzammo un video demo per una casa discografica, vestiti di pelle e borchie nel seminterrato dell’Anchor & Hope a Londra: ci volevano fermare pensando che stessimo girando un porno. Spiegammo che volevamo suscitare una reazione forte in chi guardava».

Come con il club gay nel videoclip di Relax, che fu bandito dalla Bbc…

«Non succedeva dai tempi di God Save the Queen dei Sex Pistols (1977, ndr). Quando me lo dissero rimasi turbato, ma poi capii che ci avrebbe dato un’enorme visibilità in Europa. Avevamo creato un immaginario in cui i ragazzi potevano identificarsi».

Lei è stato tra i primi a fare coming out. Altri cantanti gay, non ancora dichiarati, criticarono quel video.

«A me non interessava la politica Lgbtqi+, volevo solo godermi la vita ed essere me stesso. Non mi importava cosa ne pensassero gli altri. Il fatto è che Boy George e George Michael erano stati istruiti dalle case discografiche a non dichiararsi, per non danneggiare le loro vendite negli Stati Uniti. La nostra apertura mentale ci impedì di essere pienamente accettati in America».

Two Tribes sembra ancora attualissima: nel videoclip un sosia di Reagan combatteva sul ring contro un sosia di Chernenko, ma 40 anni dopo l’umanità è ancora divisa in tribù che si fanno la guerra.

«Ce n’è sempre una in corso da qualche parte e la gente non impara mai. Accadeva con la Thatcher e le Falkland e succede ancora oggi. Il motivo è che i governi incoraggiano le aziende che vendono armi: il desiderio di fare soldi è la radice di molti mali. Ma solo l’amore può vincere l’oscurità: se le persone passassero più tempo ad amare la propria vita e gli altri il mondo sarebbe un posto migliore».

In fondo nelle sue canzoni c’è molto sentimentalismo.

«Sì, sono sensibile e molto sentimentale: amo il mio cane, il mio compagno Wolfgang (Kuhle, ndr) che mi ha aiutato a sopravvivere nel periodo buio della causa con la casa discografica e della malattia, e mia madre che ha 90 anni. Sono grato di quello che mi ha dato la vita».

Nessun rimpianto per non aver avuto da solista lo stesso successo?

«Non sono deluso, perché il successo iperbolico mi ha fatto capire come sia facile perdersi in una vita intensa ma vuota, scivolare nella dipendenza da droghe o alcol, come accaduto ad altri. Se avessi avuto più successo da solista forse non sarei vivo, mentre la mia carriera mi ha permesso di riprendermi dalla malattia ed essere creativo in altri modi, come scrittore o pittore».

Dopo la reunion dei Frankie Goes To Hollywood all’Eurovision Song 2023, i fan possono sperare in un nuovo capitolo della vostra storia?

«Organizzare quell’evento non è stato facile, anche questioni di diritti sulle canzoni, ma è stato bello ritrovarsi. Dopo alcune offerte di promoter per ulteriori concerti, l’idea è sfumata, ormai penso per sempre».

Si farà l’annunciato biopic Relax?

«Non lo so. Esisteva una sceneggiatura, ma i produttori di Working Title sono spariti».

Cosa vorrebbe dire ai suoi fan?

«Vorrei essere visto come qualcuno che continua a lavorare nonostante le battute d’arresto, la malattia o l’indifferenza del settore musicale in difficoltà. Sono ancora qui per dare il massimo e per godermi ogni minuto».

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