Che male vi ha fatto la felicità?
di Annalisa CuzzocreaQuando ero piccola, ma molto piccola, giocavo a calcio con mio fratello e i miei cugini davanti a casa dei miei nonni. C’era la serranda di un garage che faceva da porta, la strada col passaggio a livello da campetto, e chiaramente ogni gol era un fragore insopportabile. Non ricordo che nessuno dei vicini si sia mai lamentato. Semplicemente, davano per scontato che i bambini – e le bambine! – giocassero a palla. In cortile, in giardino, dove si può. Ci ho ripensato quando ho letto dei ragazzini multati a Murano perché giocavano a calcio in una piazzetta non autorizzata. Cinquanta euro a testa, che diventeranno 500 se non pagano entro un mese. I genitori hanno protestato, loro hanno scritto lettere furbe: «Niente telefonini, niente pallone, come dobbiamo crescere?», ma anche se l’amministrazione insiste che bastava spostarsi un po’, resta il punto: l’enorme mole di divieti e la mancanza di strutture gratuite. In molte città europee ci sono, nei quartieri, spazi appositi con campi da ba…
Quando ero piccola, ma molto piccola, giocavo a calcio con mio fratello e i miei cugini davanti a casa dei miei nonni. C’era la serranda di un garage che faceva da porta, la strada col passaggio a livello da campetto, e chiaramente ogni gol era un fragore insopportabile. Non ricordo che nessuno dei vicini si sia mai lamentato. Semplicemente, davano per scontato che i bambini – e le bambine! – giocassero a palla. In cortile, in giardino, dove si può. Ci ho ripensato quando ho letto dei ragazzini multati a Murano perché giocavano a calcio in una piazzetta non autorizzata. Cinquanta euro a testa, che diventeranno 500 se non pagano entro un mese. I genitori hanno protestato, loro hanno scritto lettere furbe: «Niente telefonini, niente pallone, come dobbiamo crescere?», ma anche se l’amministrazione insiste che bastava spostarsi un po’, resta il punto: l’enorme mole di divieti e la mancanza di strutture gratuite. In molte città europee ci sono, nei quartieri, spazi appositi con campi da basket, da calcio, da tennis. Gratis. Ci sono anche a New York, se è per questo. Da noi, no.
Se vuoi che tuo figlio giochi a calcio, a Roma, devi pagare centinaia di euro di costose scuole calcio o affittare i campi. Un business come tanti, ma ha senso quando si tratta di ragazzini per i quali il gioco dovrebbe far parte del crescere? Il mio posto preferito nel paesino in cui andavo al mare era – a sedici anni – un centro sportivo messo su dalla parrocchia dove c’erano un campetto da calcio, uno da pallavolo, uno da basket e una biblioteca. Ci sono tornata, non esiste più. Abbiamo privatizzato anche il gioco, nei parchi sono più le cose vietate che quelle concesse, e se i ragazzini non ci stanno tutti i genitori in caserma a farsi identificare e prendere la multa. Ho letto in questi giorni un inedito di Gianni Mura, la prefazione al libro di Paolo Casarin Vita e pensiero di un arbitro. Trascrivo: «Il bambino-capitano fa a pari e dispari con l’altro bambino -capitano per formare la squadra, una chiamata a testa fino a che non si esaurisce il numero dei giocatori. E anche in questo dettaglio ci sarebbe una lezione, a saperla cogliere: la ricerca di un equilibrio, non di una disparità pesante, tra le due squadre. Da bambini si gioca senza arbitro (segno che tutti sono tipi responsabili) e senza traversa. I pali sono due tronchi d’albero o due mucchietti di pietre, o due assicelle piantate nel terreno, se è cedevole, ma anche un cumulo di cartelle. Conviene sempre segnare rasoterra o a mezza altezza, se manca la traversa. E non conviene tirare di punta con le scarpe buone, perché le madri se ne accorgono subito».
E ancora: «Una teologa tedesca (una che non c’entra nulla con il calcio), Dorothee Sölle, un giorno disse: “Non sono in grado di spiegare il concetto di felicità a un bambino, ma posso sempre dargli un pallone”». Che male vi ha fatto, la felicità?