Lezioni di Sumo. Rituali e segreti dello sport che, non tutti sanno, si pratica anche in Italia
di Maurizio ZojaL’origine del Giappone è dipesa dall’esito di un match di sumo. O almeno così dice la leggenda secondo cui la supremazia dei nipponici sulle isole che compongono il loro Paese venne stabilita quando il dio Takemikazuchi sconfisse il capo di una tribù rivale. Quel che è certo è che il sumo è uno sport antichissimo, che risale a circa 1.500 anni fa. Solo una volta però, a Londra nel 1991, i professionisti di questa disciplina sono usciti dal Giappone per un basho, un torneo, lungo cinque giorni. Succederà di nuovo dal 15 al 19 ottobre, ancora nella capitale britannica.
Inaugurata dalla regina Vittoria nel 1871, la Royal Albert Hall ospiterà infatti un torneo di sumo professionistico con tutte le caratteristiche di quelli che abitualmente si svolgono in sole quattro città giapponesi: Tokyo, Osaka, Nagoya e Fukuoka. Ogni match verrà quindi preceduto da una serie di gesti simbolici che rappresentano i valori fondanti di questo sport: rispetto, onore e perseveranza. A giugno poi ci sarà il …
L’origine del Giappone è dipesa dall’esito di un match di sumo. O almeno così dice la leggenda secondo cui la supremazia dei nipponici sulle isole che compongono il loro Paese venne stabilita quando il dio Takemikazuchi sconfisse il capo di una tribù rivale. Quel che è certo è che il sumo è uno sport antichissimo, che risale a circa 1.500 anni fa. Solo una volta però, a Londra nel 1991, i professionisti di questa disciplina sono usciti dal Giappone per un basho, un torneo, lungo cinque giorni. Succederà di nuovo dal 15 al 19 ottobre, ancora nella capitale britannica.
Inaugurata dalla regina Vittoria nel 1871, la Royal Albert Hall ospiterà infatti un torneo di sumo professionistico con tutte le caratteristiche di quelli che abitualmente si svolgono in sole quattro città giapponesi: Tokyo, Osaka, Nagoya e Fukuoka. Ogni match verrà quindi preceduto da una serie di gesti simbolici che rappresentano i valori fondanti di questo sport: rispetto, onore e perseveranza. A giugno poi ci sarà il bis a Parigi, al palazzo dello sport di Bercy. La Japan Sumo Association ha infatti deciso di scegliere poche e selezionate location per mettere in scena alcune sue competizioni ufficiali.
Un’apertura internazionale che dal 1964 riguarda anche gli atleti professionisti. In quell’anno infatti l’hawaiano Takamiyama si era fatto valere in mezzo ai campionissimi di casa. Oggi anche russi, estoni, ucraini, bulgari ed egiziani riescono spesso a tenere testa ai loro avversari giapponesi.
A natiche coperte
«I giapponesi sono ovviamente i maestri del sumo ma c’è una cosa molto semplice che gli atleti stranieri devono fare per conquistare la loro stima: battere proprio i padroni di casa», spiega al Venerdì Fausto Gobbi, classe 1972, uno dei tre maestri italiani di sumo, campione europeo nel 2007 e fino a due anni fa tecnico della Nazionale. Nel nostro Paese il sumo viene praticato nella sua forma sportiva e dilettantistica, con gare organizzate dalla Fijlkam, la Federazione italiana judo, lotta, karate e arti marziali. Questa versione del sumo si pratica in tutti i Paesi al di fuori del Giappone, compresi quelli in cui è vietato mostrare parti del corpo come le natiche e quindi l’abbigliamento è diverso perché, sotto il mawashi tradizionale, si indossano dei pantaloncini. I professionisti invece sono nudi, coperti solo da un mawashi di seta pesante largo 80 centimetri e lungo circa 9 metri, piegato in sei e poi avvolto intorno alla vita da quattro a sette volte, a seconda della mole dell’atleta. Il “nostro” sumo, quello sportivo, viene praticato anche dalle donne, divise in categorie di peso così come gli uomini, mentre nel sumo professionistico tutti i rikishi (i lottatori, ndr) sono raggruppati in un’unica categoria.
Fra i 42 che si affronteranno a Londra ci sono anche due Yokozuna, gli atleti del grado più alto, solo 75 in tutta la storia. Si tratta di ?nosato Daiki, giapponese di Ishikawa, classe 2000, 1 e 92 per 187 chili, e del mongolo Sugarragchaa Byambasuren, di un anno più anziano e decisamente più leggero: 1 e 88 per 149 chili, noto ai più con il nome giapponese di H?sh?ry? Tomokatsu, acquisito una volta diventato professionista.
Iperproteici
Per raggiungere questa mole gli atleti si nutrono di chankonabe, stufato ultraproteico con brodo di pollo o pesce all’interno del quale si trovano un quarto di pollo con la pelle, pesce fritto e in piccole polpette, tofu e talvolta manzo con verdure. Il tutto servito in grandi quantità, accompagnato da riso e birra. Ai pasti, gli atleti più esperti vengono serviti per primi, i più giovani ricevono il resto. È un piatto che in Giappone si può trovare anche in alcuni ristoranti gestiti da ex lottatori. Il primo, Kawasaki Chanko, è stato aperto nel 1937 a Tokyo nel quartiere Ryogoku, dove ci sono diverse palestre di sumo.
Durante i tornei, viene cucinato esclusivamente con il pollo, perché l’atleta deve sempre stare su due gambe, come un pollo, e non su tutti e quattro gli arti (chi posa una mano a terra viene sconfitto). «Attenzione però», dice ancora Gobbi, «i professionisti giapponesi non si limitano certo a mangiare chankonabe. Si allenano, fanno pesi: al di là dell’aspetto sono atleti strutturati. Per noi è tutto diverso. Abbiamo le categorie, quindi altro che chankonabe: a me è capitato di non mangiare per una settimana per rientrare nei limiti di peso previsti dalla mia categoria».
Laureato in Giurisprudenza, Gobbi viene dal judo e con il sumo ha iniziato relativamente tardi, a 34 anni. Sua moglie, l’atleta estone Kairi Kuur, è stata campionessa del mondo. «L’ho conosciuta ai campionati europei del 2006, dove avevo perso tutti gli incontri. Sono andato ad allenarmi anche in Estonia e già l’anno dopo le cose sono cambiate: l’europeo l’ho vinto io». Se i professionisti sono circa 700, gli atleti italiani tesserati non arrivano a 100, divisi in sei scuole.
Un pizzico di sale
A Londra i biglietti sono andati a ruba: i più economici tra quelli ancora in vendita si aggirano intorno alle 300 sterline. Il pavimento della Royal Albert Hall su cui verrà posato il dohy?, l’area in cui si affrontano i lottatori, è stato rinforzato per scongiurare imprevisti. Costruito con argilla, ricoperto da un sottile strato di sabbia e delimitato da sacchi di riso, si trova a un’altezza di 60 centimetri rispetto al pubblico, sotto un tetto che ricorda quello di un santuario shintoista, con quattro nappe giganti appese a ogni angolo per indicare le stagioni dell’anno. Un incontro si vince costringendo l’avversario a uscire dall’area di combattimento oppure facendolo cadere. Match perso per chi tocca terra con qualsiasi parte del corpo (comprese ginocchia, mani e testa). Vietato dare pugni, tirare i capelli, cavare gli occhi, soffocare e dare calci allo stomaco o al petto. Dopo essersi simbolicamente sciacquati la bocca con l’acqua, fonte di purezza, e asciugati il corpo con un panno di carta, gli avversari si fronteggiano accovacciati con i pugni a terra. È raro che l’azione entri subito nel vivo. Più probabile che i due rikishi tornino sui propri passi e spargano una manciata di sale per purificare l’area di combattimento e, secondo la tradizione, proteggersi dagli infortuni. Di solito ripetono il processo più e più volte, per tutto il tempo consentito dalle regole, il che crea nel pubblico un certo grado di eccitazione e impazienza. Il limite dei dieci minuti, progressivamente ridotto fino agli attuali quattro, è stato introdotto solo nel 1928. Prima di allora non c’erano limiti di tempo e un incontro di sumo poteva in teoria durare per sempre.