✕

America oggi: nel nuovo film di Ari Aster le armi sono gli smartphone

Joaquin Phoenix, 50 anni 

Ascolta l'audio

Lo sceriffo complottista. Il sindaco tecnoentusiasta. Un clima da guerra civile combattuta con telefonini e armi. In Eddington non si salva nessuno
4 minuti di lettura

È più pericoloso uno smartphone o una pistola? La domanda ronza in testa dopo aver visto Eddington, il ritratto corrosivo dell’America che Ari Aster ha presentato in concorso al festival di Cannes ed esce ora nei cinema il 17 ottobre dopo il passaggio alla Festa del Cinema di Roma. In un piccolo centro del New Mexico, semideserto per la pandemia, lo sceriffo Joe Crosse (Joaquin Phoenix) si mostra insofferente all’uso della mascherina per via della sua asma, e si trova presto a scontrarsi col sindaco Ted Garcia (Pedro Pascal), convinto sostenitore delle norme anti-Covid, e al lavoro per far costruire in città un nuovo enorme data center per l’intelligenza artificiale, che dovrebbe portare nuovo lavoro ma viene contestato dalla popolazione spaventata dal fatto che consumerà la poca acqua rimasta alla comunità dalla prolungata siccità.

Mentre le persone cadono preda delle teorie del complotto diffuse sui social media, che alimentano rabbia e frustrazione e inaspriscono ogni divergenza d’…

È più pericoloso uno smartphone o una pistola? La domanda ronza in testa dopo aver visto Eddington, il ritratto corrosivo dell’America che Ari Aster ha presentato in concorso al festival di Cannes ed esce ora nei cinema il 17 ottobre dopo il passaggio alla Festa del Cinema di Roma. In un piccolo centro del New Mexico, semideserto per la pandemia, lo sceriffo Joe Crosse (Joaquin Phoenix) si mostra insofferente all’uso della mascherina per via della sua asma, e si trova presto a scontrarsi col sindaco Ted Garcia (Pedro Pascal), convinto sostenitore delle norme anti-Covid, e al lavoro per far costruire in città un nuovo enorme data center per l’intelligenza artificiale, che dovrebbe portare nuovo lavoro ma viene contestato dalla popolazione spaventata dal fatto che consumerà la poca acqua rimasta alla comunità dalla prolungata siccità.

Mentre le persone cadono preda delle teorie del complotto diffuse sui social media, che alimentano rabbia e frustrazione e inaspriscono ogni divergenza d’opinioni, e montano in strada le proteste di Black Lives Matter a seguito dell’omicidio di George Floyd, Joe decide di candidarsi alle elezioni contro Ted. Ma una mossa elettorale in cui coinvolge sua moglie Louise (Emma Stone), afflitta da disagio mentale per una violenza sessuale subita da ragazzina, finisce per allontanare la donna da lui, e farla cadere preda della setta guidata dall’affascinante Vernon (Austin Butler).

Il film mescola western, black comedy e satira sociale, si interroga su cosa sia accaduto all’umanità in quella bolla temporale in cui tutti siamo rimasti isolati a casa nelle grinfie del display di uno smartphone e finisce per dipingere un clima da guerra civile mai così attuale per gli Stati Uniti. «È chiaro che una rivoltella è più pericolosa di un cellulare, ma quando guardo uno smartphone io vedo un’arma», ci dice Ari Aster, 39 anni, sceneggiatore e regista newyorkese salito alla ribalta con gli horror Hereditary e Midsommar. «Viviamo in un mondo in cui la realtà ormai è definita dagli algoritmi».

Qualcuno dice che è solo uno strumento, come un coltello, che può essere usato per affettare le verdure o per uccidere.

«Certamente, ma se ripenso agli anni 90, in cui si pensava che Internet avrebbe potuto cambiare in meglio il mondo, vedo che è accaduto l’esatto contrario. La tecnologia, in mano alla finanza, prende sempre la piega sbagliata. È quanto accaduto anche con i social media, e penso che chi li pilota non abbia nessuna intenzione di cambiare le cose. Forse dovrei assumere una posizione hegeliana e pensare che la situazione peggiorerà a tal punto che prima o poi ci sarà una reazione. Con il mio film volevo parlare di questo».

Sicuramente sembra dire che oggi un dibattito vero è divenuto impossibile: sui social tutti vogliono parlare e nessuno ascoltare.

«Ci hanno chiuso in una versione ristretta della realtà, che è solo quella in cui crediamo. E questo naturalmente è molto pericoloso. L’ipocrisia sta nel fatto che anche se ne siamo consapevoli e lo gridiamo ai quattro venti, lo facciamo sempre attraverso i social, perché siamo tutti lì. Anche la promozione dei film è fatta lì, e così rimane tutto in superficie, al punto che interviste come questa sono sempre più rare».

Perché al cuore del suo film ha voluto porre uno scontro elettorale?

«Volevo creare un microcosmo di quanto accade oggi in America, e ho inventato questo paesino del New Mexico, stato in cui mi trovavo durante il Covid, perché da lì viene la mia famiglia. Mi pareva sensato mettere in scena la rivalità tra un politico progressista che flirta con il mondo del fintech e un’altra faccia dell’élite, più libertaria e interessata alla libertà personale. La libertà di parola è diventata in America la piattaforma a cui tutti si appoggiano e viene usata, di volta in volta, come mantello, scudo o arma. La mia sensazione è che le persone siano ostili a tutto ciò che è in conflitto con la propria visione delle cose, e questo finisce per imbavagliare chiunque, perché nessuno vuole sentire un’opinione diversa».

Mi ha fatto sorridere la scena in cui i ragazzi bianchi accorsi per protestare alla manifestazione di Black Lives Matter dicono di non sentirsi autorizzati, perché non sanno veramente cosa vuol dire essere neri e vessati dalla polizia.

«Volevo ironizzare sul fatto che nel mio Paese c’è un eccesso di consapevolezza di sé e di ipocrisia: uno slancio di protesta, spesso sincero, come quello che si vede nel film, nel fervore della propria convinzione si trasforma in una sorta di coercizione morale che castra lo slancio stesso. Come se, nel caso specifico, non si fosse moralmente autorizzati a protestare contro la violenza soltanto perché non si è stati picchiati. È ridicolo».

A un certo punto nel film la violenza e le armi prendono il sopravvento...

«C’è una quantità smisurata di armi nel mio Paese. Gli americani amano le armi e se vuoi fare un film sull’America devi assolutamente includere le armi».

Lei però declina tutto in chiave western, con uno scontro a fuoco degno di Sfida all’O.K. Corral.

«Volevo omaggiare il genere western, perché amo le tradizioni, ma senza calcare troppo la mano. Ho deciso di farlo perché il western è il genere che più di ogni altro racconta la nascita di una nuova società, in cui la legge si contrappone all’illegalità. Per me il mio film parla di questo: viviamo in una nuova società, esploriamo una nuova frontiera. Ma siccome come esseri umani abbiamo un’incredibile capacità di adattamento, non ci rendiamo conto ancora di quanto sia bizzarro questo mondo distopico in cui viviamo».

Il personaggio più vicino al genere è Joe Cross...

«Probabilmente ha scelto di fare lo sceriffo perché imbevuto di quelle storie mentre cresceva: è l’immagine dell’uomo di legge, che per definizione è un uomo d’azione, integro, con forte senso del dovere, anche se a causa del suo carattere sentimentale si è perso e non riesce a guardare con obiettività la propria vita. Joaquin è perfetto per incarnare quel mix di brutalità e fragilità».

E poi c’è Pedro Pascal. La parabola del suo successo globale e tardivo, da Mandalorian in poi, è davvero stupefacente.

«Oltre che un ottimo attore è davvero una persona fantastica: io e Joaquin siamo rimasti colpiti da quanto sia onesto ed autentico, davvero adorabile. Io ho voluto sfruttare un po’ questa popolarità di cui gode su Internet e usarla facendogli interpretare qualcuno come Ted, che è un politico, e dunque usa il consenso come un’arma».

Il suo lavoro sicuramente a un certo punto finirà in un data center come quello che appare nel fil: una presenza minacciosa, con la sua promessa di intelligenza artificiale, anche per chi è un artista come lei.

«Si potrebbe dire che il mio è soltanto un film su un data center: alla fine tutte queste storie che raccontiamo diventano dati assimilati da questa gigantesca macchina. Non sappiamo che cosa stiamo costruendo con l’Ia, ci aspettiamo che le cose possano andare terribilmente male, ma andiamo avanti lo stesso, perché la promessa di enormi guadagni vince contro ogni incertezza. Trovo tutto questo spaventoso e sono impotente: quando leggo che questi algoritmi sono modellati su di noi, rabbrividisco, perché gli esseri umani sono capaci di cose orribili».

Per questo il suo film sembra intriso del cinismo di un pessimista...

«In realtà sono un ottimista, ma il mondo in cui viviamo mi ha spezzato il cuore».

Leggi i commenti