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Andrea Bajani: il piacere di mangiare da solo

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TIC TAC Celebrare la “vita ordinaria” al ristorante o in pizzeria
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Tra le mie le tante piccole passioni, mangiare da solo al ristorante ancora svetta tra le altre. Non so quale sia il movente, se il bisogno di starmene un poco per i fatti miei o quello di farmi quelli altrui. Certo è che a volte mi sfilo dalle comitive, persino adducendo inesistenti impegni già presi in precedenza, ed entro dentro una trattoria o una pizzeria, possibilmente fuori mano.

Mi piacciono i posti anonimi, anche se “ordinari” credo sia il termine per certi versi più corretto. Quelli anche un po’ invecchiati, per intenderci, con l’impiallacciato alle pareti, oppure una tinta senza infamia e senza lode – beige, verdolino, bianco sporco – sopra i muri, e una televisione accesa, cui nessuno fa caso veramente. Quei posti, insomma, in cui non ci si accorge d’altro se non di esserci stati - vagamente - di essersi sottratti per un’ora al proprio tempo, scavandosi una nicchia apparecchiata.

Quale che sia il movente (ogni tanto fa bene anche ignorare alcune delle ragioni profonde che …

Tra le mie le tante piccole passioni, mangiare da solo al ristorante ancora svetta tra le altre. Non so quale sia il movente, se il bisogno di starmene un poco per i fatti miei o quello di farmi quelli altrui. Certo è che a volte mi sfilo dalle comitive, persino adducendo inesistenti impegni già presi in precedenza, ed entro dentro una trattoria o una pizzeria, possibilmente fuori mano.

Mi piacciono i posti anonimi, anche se “ordinari” credo sia il termine per certi versi più corretto. Quelli anche un po’ invecchiati, per intenderci, con l’impiallacciato alle pareti, oppure una tinta senza infamia e senza lode – beige, verdolino, bianco sporco – sopra i muri, e una televisione accesa, cui nessuno fa caso veramente. Quei posti, insomma, in cui non ci si accorge d’altro se non di esserci stati - vagamente - di essersi sottratti per un’ora al proprio tempo, scavandosi una nicchia apparecchiata.

Quale che sia il movente (ogni tanto fa bene anche ignorare alcune delle ragioni profonde che da sotto spingono ogni atto), so per certo quello che mi piace quando sono dentro, seduto in solitaria. Mi piace, detto in sintesi, sbarazzarmi di me stesso, diventare puro sguardo. Più che sbarazzarmi, che implicherebbe una forma di intenzione, direi che mi dimentico del tutto di me che sto seduto in quella stanza. Il che è paradossale, forse, perché una persona sola è ancora più evidente, di quanto non sia un gruppo o una famiglia. Ma mi succede sempre,e finisco per concentrarmi solo su quello che succede. Io sparisco e compaiono i piedi degli altri commensali intrecciati sotto i tavoli, il poco – o anche il tanto, quando capita – che si dicono le coppie, i bronci dei figli o delle figlie adolescenti, la mano del cameriere che scrivendo l’ordine impugnala penna come da bambino.

Non c’è nient’altro che assomigli di più al sedermi a scrivere, che mangiare da solo al ristorante o in pizzeria. E non tanto perché io prenda appunti, mentre mangio,o tragga ispirazione dalla vita altrui. Credo sia piuttosto il contrario, perché equivale all’incirca a smettere di esistere, e allo stesso tempo esistere di più. Il che vuol dire anche disinteressarsi, almeno per un tratto, della ricerca ostinata di quanto di straordinario può dare l’esistenza, e invece sentire la vita ordinaria quanto brucia.Con l’impiallacciato alle pareti, l’intonaco palesemente fuori moda. Invidiarla, persino, quella vita ordinaria, per essere soltanto quel che è. Dove si fa quello che va fatto, non c’è niente di memorabile, né dentro né fuori dal piatto, e questo in fondo è sufficiente. Una vita che va persino celebrata, senza clamore ma intensamente – credo sia questo che la accomuna alla scrittura – per quello che è, l’atto civile di starsene seduti con un tovagliolo sulle gambe, pagare quel che è giusto.E poi aprire la porta e sentire quanto infuria, fuori, tutto il resto.

Sul Venerdì del 17 ottobre 2025

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