Luc Besson: “Il mio Dracula morde per amore”
Alice Di Marco«Quando ho girato Dogman e ho conosciuto Caleb Landry Jones mi sono reso conto che non avevo mai lavorato con un attore così bravo: è umile, nonostante il talento sopraffino. E per lavorare ancora insieme ho cercato un personaggio abbastanza complesso per lui: ho pensato a Mao, Gesù, Karl Marx o Fidel Castro, finché la nostra attenzione non è caduta su Dracula. Ho riletto il romanzo di Bram Stoker e sono rimasto sorpreso quando ho capito che raccontava una grande storia d’amore: la vicenda di un uomo che aspetta 400 anni con la speranza di ritrovare la moglie defunta. L’ho trovato così romantico che ho deciso che era la storia che volevo raccontare».
Luc Besson, 66 anni, maestro del blockbuster alla francese e autore di successi come Le Grand Bleu, Il quinto elemento, Nikita fino a Léon, dopo aver superato un’accusa per stupro, archiviata nel 2023, e dopo essersi ripreso dalla crisi finanziaria della sua società EuropaCorp anche grazie al successo di critica di Dogman, torna al cinema…
«Quando ho girato Dogman e ho conosciuto Caleb Landry Jones mi sono reso conto che non avevo mai lavorato con un attore così bravo: è umile, nonostante il talento sopraffino. E per lavorare ancora insieme ho cercato un personaggio abbastanza complesso per lui: ho pensato a Mao, Gesù, Karl Marx o Fidel Castro, finché la nostra attenzione non è caduta su Dracula. Ho riletto il romanzo di Bram Stoker e sono rimasto sorpreso quando ho capito che raccontava una grande storia d’amore: la vicenda di un uomo che aspetta 400 anni con la speranza di ritrovare la moglie defunta. L’ho trovato così romantico che ho deciso che era la storia che volevo raccontare».
Luc Besson, 66 anni, maestro del blockbuster alla francese e autore di successi come Le Grand Bleu, Il quinto elemento, Nikita fino a Léon, dopo aver superato un’accusa per stupro, archiviata nel 2023, e dopo essersi ripreso dalla crisi finanziaria della sua società EuropaCorp anche grazie al successo di critica di Dogman, torna al cinema dal 29 ottobre con Dracula – L’amore perduto, che avrà l’anteprima alla Festa del cinema di Roma e poi il giorno dell’uscita a Lucca Comics & Games.
Nella Transilvania del XV secolo il principe Vlad (Landry Jones) combatte per la Chiesa contro gli invasori ottomani, che uccidono sua moglie Elisabeta (l’emergente Zoë Bleu, figlia di Rosanna Arquette). Annientato dal dolore, Vlad rinnega Dio, diventa un vampiro, e tormentato dall’idea di dover ritrovare la consorte inizia a cercarla attraverso i secoli. Quattrocento anni dopo, mentre un prete (Christoph Waltz) gli dà la caccia, nel castello di Dracula arriva per concludere un affare immobiliare Jonathan Harker (Ewens Abid): quando il vampiro sta per ucciderlo scopre che l’uomo è innamorato di Mina (sempre Zoë Bleu), una giovane donna che assomiglia in modo impressionante alla sua defunta moglie. E si mette in viaggio per incontrarla.
«Dracula non mi ha mai affascinato e detesto i film horror, che mi hanno sempre fatto troppa paura. Io avevo voglia di divertirmi col personaggio: il mio Dracula è particolare, in realtà non gli piace il sangue», dice ridendo Besson.
Non ha mai visto o apprezzato qualche altro adattamento del romanzo di Bram Stoker?
«Ne ho visti due, credo, nella mia vita: uno con Christopher Lee quando ero giovane, e mi sono spaventato così tanto che non l’ho più rivisto. E poi quello di Coppola circa 30 anni fa, in cui Gary Oldman era fantastico, anche se il film non mi piacque granché. C’era molto sesso, mentre la mia versione è più romantica. Dracula è uno di quei classici che possono essere reinterpretati decine di volte: se mettessi la stessa modella di fronte a Raffaello, Dalì e Dürer, i dipinti risultanti non sarebbero mai simili».
Il suo dipinto a che assomiglia?
«In realtà sembra più la storia de La Bella e la Bestia, perché parla di un mostro, vecchio e brutto, che uccide e terrorizza la gente. Ma volevo che alla fine del film il pubblico dicesse: “Oh mio Dio, ma perché Dracula deve morire?”. Viviamo tempi cinici, in cui conta solo il denaro, e io volevo dire quanto è importante l’amore nella nostra vita. Rispetto al romanzo ci sono differenze: ad esempio mi sono chiesto che cosa avesse fatto Dracula nei 400 anni di attesa e la risposta che mi sono dato è che ha cercato la moglie ovunque. E per incontrare più donne possibile in questa ricerca ha creato un profumo irresistibile. Molti naturalmente penseranno al romanzo di Patrick Süskind».
Nel film naturalmente si parla molto di Dio e di peccati. Qual è il suo rapporto con la religione?
«Vorrei tanto incontrare Dio, ma non mi è mai successo. Nessuno lo ha mai visto. Ma fa parte del mistero della vita, e il fascino per la religione che tanti provano ha a che fare con ciò che è inconoscibile. A me sullo schermo piace molto giocare con il sacro, anche se nutro un estremo rispetto per tutti i credenti. Del resto, se leggi bene la Bibbia o il Corano, ti rendi conto che sono testi pieni di principi che aiutano e spingono le persone ad essere migliori. Il problema, semmai, è che molti, fin dalla notte dei tempi, distorcono i testi per uccidere o fare del male».
Si è divertito a costruire con Christoph Waltz la figura del prete che va a caccia di vampiri?
«Christoph è un attore eccellente, che appartiene a quella categoria di artisti che vanno oltre i limiti della sceneggiatura: è come un tennista competitivo che vuole sapere contro chi giocherà sul set. Perciò sono andato a Berlino a mostrargli Dogman e quando ha visto recitare Caleb ha accettato la parte. Per interpretare questo prete si è ispirato a un suo parente ecclesiastico, e insieme abbiamo reinventato il personaggio per renderlo un po’ più simile a Sherlock Holmes. Lo humour di Christoph mi ha permesso di alleggerire la tensione che si respira nelle scene in cui appare Dracula. E ci siamo divertiti insieme a giocare con alcuni cliché dei film di genere, come le croci che prendono fuoco».
Nei panni d’una vampira c’è l’italiana Matilda De Angelis. Come l’ha scelta?
«Mi aveva colpito in un paio di film, e al provino è stata perfetta. Quando le ho detto “guarda che questo ruolo è molto difficile”, lei ha risposto “lo so benissimo”. E io le ho dato la parte».
Dove avete girato il film?
«Oltre che a Parigi avremmo dovuto girare nel dipartimento del Giura, in Francia, ma ormai a causa del cambiamento climatico a marzo non nevica più. E così per trovare la neve siamo dovuti andare in Lapponia».
Lei ha firmato tanti blockbuster di successo negli anni 80 e 90. Oggi è più difficile, considerati i molti contenuti audiovisivi sulle piattaforme e la frammentazione del pubblico, trovare la formula per attrarre le masse al cinema?
«La verità è che questa formula non esiste, anche se a Hollywood alcune persone sono convinte di sì. Prima che uscisse Barbie alcuni agenti di attori che ci lavoravano mi hanno confidato: “Il film è brutto, sarà un bagno di sangue”. E invece è diventato il successo dell’anno. Onestamente, penso che le piattaforme di streaming abbiano peggiorato la situazione rispetto al passato. Ad esempio in Francia è stato rivelato che in media le persone passano 47 minuti per scegliere un film, perché ci sono tantissimi contenuti, ma non sanno che cosa guardare. Secondo me è una cosa veramente ridicola. Il problema è che il cinema è sempre più in mano agli studios e agli executive, mentre bisognerebbe restituire il potere ai creativi che lavorano con la propria arte. Certo, si può anche sbagliare un film. Ma io preferisco vedere 10 minuti originali in un film che non mi piace, piuttosto che vedere una pellicola mediocre».