Si chiama “zoofarmacognosia” la conoscenza di cure e medicinali da parte degli animali, e si arricchisce continuamente di nuovi esempi, sempre più clamorosi. Non si era ancora spenta l’eco del caso dell’orango Rakus che, pochi mesi fa a Sumatra, era stato osservato curarsi una ferita al volto con un impasto di erbe con proprietà antiinfiammatorie e antibatteriche, che ora Elodie Freymann, dell’università di Oxford, ha annunciato la scoperta in Uganda di una sorta di “pronto soccorso” degli scimpanzé. In un gruppo di 170 di questi animali, gli individui, anche non imparentati fra loro, si curano a vicenda le ferite causate dalle trappole dei bracconieri, pulendole, leccandole e applicandovi poi poltiglie di piante medicinali. «Tutti gli scimpanzé soccorsi che abbiamo osservato sono tornati in salute, anche quelli con ferite infette causate dai lacci in fil di ferro», ha spiegato Freymann su Frontiers in Ecology and Evolution.
Si chiama “zoofarmacognosia” la conoscenza di cure e medicinali da parte degli animali, e si arricchisce continuamente di nuovi esempi, sempre più clamorosi. Non si era ancora spenta l’eco del caso dell’orango Rakus che, pochi mesi fa a Sumatra, era stato osservato curarsi una ferita al volto con un impasto di erbe con proprietà antiinfiammatorie e antibatteriche, che ora Elodie Freymann, dell’università di Oxford, ha annunciato la scoperta in Uganda di una sorta di “pronto soccorso” degli scimpanzé. In un gruppo di 170 di questi animali, gli individui, anche non imparentati fra loro, si curano a vicenda le ferite causate dalle trappole dei bracconieri, pulendole, leccandole e applicandovi poi poltiglie di piante medicinali. «Tutti gli scimpanzé soccorsi che abbiamo osservato sono tornati in salute, anche quelli con ferite infette causate dai lacci in fil di ferro», ha spiegato Freymann su Frontiers in Ecology and Evolution.
Chi ha inventato l’aspirina
Questi casi non fanno che confermare le ipotesi sulla zoofarmacognosia che Jacobus De Roode, professore di etologia alla Emory University di Atlanta, ha raccolto nel suo Medici per natura (Bollati Boringhieri). «Gli animali selvatici si ammalano come noi, e come noi hanno imparato a trovare nell’ambiente rimedi che li aiutano a guarire. La scienza fino a pochi anni fa era scettica, ma per i guaritori tradizionali invece gli animali sono da sempre una fonte di ispirazione: gli sciamani siberiani, per esempio, hanno intuito le proprietà antiinfiammatorie della corteccia di salice, da cui noi abbiamo derivato l’aspirina, osservando gli orsi che la mangiavano all’uscita dal letargo, per superare i dolori causati dalla lunga immobilità», racconta De Roode.
E queste conoscenze le hanno anche gli animali allevati. «Mucche, pecore, capre, conoscono i rimedi vegetali per molti loro mali, e li cercano quando possono nutrirsi da sole nei pascoli. È assurdo che nelle stalle gli diamo solo mangimi standard, per poi imbottirle di farmaci: dandogli la possibilità di scegliere fra varie piante medicinali, sarebbero capaci di prevenire i malanni e curarli quasi sempre da sole».
Un caso incredibile di cecità di fronte a queste capacità animali è quello delle api. «Da millenni si sa che la propoli, un composto a base di resina che le api spalmano sulle pareti degli alveari, ha proprietà antisettiche, e infatti è molto usata nella medicina tradizionale. Ma per decenni, la scienza l’ha definita “materiale da costruzione”, negando che fosse prodotta per mantenere sano l’alveare, consigliando addirittura agli apicoltori, di rimuoverla perché ostacola l’apertura degli alveari. Adesso è stato dimostrato che arnie costruite in modo da spingere le api ad aumentare la produzione di propoli riducono le tante malattie che stanno mettendo in crisi l’apicoltura».
De Roode ha scoperto la zoofarmacognosia studiando un altro insetto, la farfalla monarca, Danaus plexippus, che più è affetta da parassiti in grado di passare alle larve, e più depone le uova su varietà di piante del genere Asclepias ricchi di cardenolidi, sostanze antiparassitarie, così che i bruchi se ne nutrano ed evitino il contagio.
Mozziconi di sigaretta nei nidi
«La prevenzione delle malattie, come quella che la farfalla monarca compie sulla prole, è solo uno dei quattro tipi di “intervento medico”, che gli animali sono in grado di compiere» continua De Roode. «Ci sono naturalmente le terapie, come quelle degli elefanti asiatici, che usano una sessantina di piante diverse, alcune ancora sconosciute alla medicina, per curarsi; c’è l’unzione, lo sfregarsi sul pelo di sostanze che curano o prevengono irritazioni e malattie, come fanno le scimmie cappuccine usando millepiedi come repellenti contro le zanzare o il gatto, che si rotola sull’erba gatta allo stesso scopo; e la fumigazione, cioè lo spalmare sostanze antisettiche o antiparassitarie nei nidi».
Un caso curioso di fumigazione, è quello dei ciuffolotti messicani (Carpodacus mexicanus) di Città del Messico, che tappezzano i nidi di mozziconi di sigaretta. «Si pensava servissero solo per far stare più comodi i pulcini, ma ricerche condotte da colleghi messicani hanno dimostrato che gli uccelli preferiscono i mozziconi usati ai nuovi, e ne introducono in quantità proporzionale alla presenza di pidocchi e acari nel nido. I ciuffolotti si sono insomma accorti che le cicche, per il loro contenuto di nicotina, tengono alla larga i parassiti».
Tutti questi casi, e decine di altri riportati nel libro, suscitano però una grande domanda: ma come fanno gli animali ad avere queste complesse conoscenze, persino quando, è il caso degli insetti, spesso non hanno adulti che gliele possano insegnare?
«Nel caso degli insetti sono comportamenti indotti geneticamente: per esempio, l’animale che ha una variante genetica che lo porta ad apprezzare il sapore amaro di una pianta medicinale utile contro i suoi parassiti, farà più discendenti di chi non ama quel sapore. Ma anche quando si tratta di animali con un cervello complesso ci può essere una base istintiva: scimpanzé e cani, per esempio, amano ingoiare indigeribili foglie pelose, utili per rimuovere i vermi intestinali, anche quando non sono malati. Ma l’istinto può anche spingere alla ricerca di rimedi: le capre malate, per esempio, sono più propense a provare erbe che di solito non mangiano, aumentando le possibilità di trovarne una curativa. Negli animali sociali le terapie possono poi diffondersi per imitazione: provo a masticare la stessa erba che ha guarito un altro quando stava male, o amplio il normale grooming, la pulizia reciproca del pelo, alla cura delle ferite di un mio compagno di branco, perché lo fanno altri». E infine c’è la trasmissione generazionale: gli oranghi maschi sono solitari, ma Rakus deve aver appreso l’uso delle erbe curative osservando la madre, con cui ha passato i primi sette anni di vita: gli oranghi adulti, infatti, alleviano i dolori articolari applicando sui punti dolenti piante medicinali masticate. Rakus, per così dire, ne ha esteso la “prescrizione” alle ferite.
Sul Venerdì del 17 ottobre 2025