Il Venerdì

“Siamo tutti in pericolo”: quello che Pasolini aveva capito

Pasolini a Sabaudia nell’ottobre 1975. Fondo Dino Pedriali / Cineteca di Bologna
Pasolini a Sabaudia nell’ottobre 1975. Fondo Dino Pedriali / Cineteca di Bologna 

IL COMMENTO Sono le parole che pronunciò in un’intervista poco prima di morire, cinquant’anni fa. Ecco perché sono ancora attuali

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Il mito di Pasolini, opera, vita e destino, è quanto lui stesso ha creato e che si è imposto ormai nel corso di mezzo secolo. Era più che uno scrittore, era un critico letterario geniale e un polemista dialetticamente virtuosistico; un regista non solo di film da ricordare come Accattone e Mamma Roma, ma regista anche di sé stesso come primo attore nella vita pubblica. Nonostante le denigrazioni, le antipatie e le critiche anche fondate che ha suscitato, è rimasto un mito impossibile da cancellare. È infatti questa la caratteristica di ogni mito: memorabilità, adattabilità e ambivalenza che comportano ammirazione e fastidio, proverbialità e noia, disprezzo e consacrazione.

Ancora Pasolini nel servizio scattato da Dino Pedriali poco prima della morte. Le fotografie di Pedriali, provenienti dal Fondo Pedriali custodito dalla Cineteca di Bologna, saranno esposte nella mostra Pasolini. Anatomia di un omicidio, alla Galleria Modernissimo di Bologna dal 30 ottobre all'8 febbraio 2026.
Ancora Pasolini nel servizio scattato da Dino Pedriali poco prima della morte. Le fotografie di Pedriali, provenienti dal Fondo Pedriali custodito dalla Cineteca di Bologna, saranno esposte nella mostra Pasolini. Anatomia di un omicidio, alla Galleria Modernissimo di Bologna dal 30 ottobre all'8 febbraio 2026. 

Con le sue ultime parole, con le sue testamentarie denunce e con l’assassinio di cui infine è stato vittima (lucidamente, ossessivamente previsto e quasi voluto) la vicenda culturale e la morte di Pasolini fanno pensare a quelle di altri due poeti centrali del Novecento,il cui destino è stato carico di significato: Vladimir Majakovskij, il poeta della rivoluzione russa, suicida nel 1930; e poi Federico García Lorca, vigliaccamente trucidato nel 1936 da suoi concittadini franchisti di Granada, all’inizio della guerra civile spagnola. Majakovskij, Lorca e Pasolini, tre poeti e artisti di eccezionale vitalità creativa e di passione tanto sociale quanto politica, uccisi, il primo, dalla trasformazione di una rivoluzione comunista in dittatura staliniana; il secondo dalla rivolta militare fascista di Francisco Franco contro la Repubblica della sinistra unita; mentre non meno simbolicamente Pasolini fu assassinato da quella che lui stesso aveva diagnosticato e descritto come una “mutazione antropologica” e “omologazione culturale” neoborghese. Di tutta la società italiana, ormai sradicata da un secolare passato, da una pluralità e varietà delle sue classi sociali.

Il suicidio di Majakovskij profetizzava decenni e decenni di totalitarismo russo. L’assassinio di García Lorca annunciava mezzo secolo di atroce dittatura franchista. Ma che cosa prevedeva e annunciava l’oscura morte di Pasolini nel corso di un incontro sessuale? A che cosa ci fa pensare oggi?

È uscito da poco per l’editore Aliberti un opuscolo che ripropone il dialogo che Pasolini ebbe con Furio Colombo, intitolato Siamo tutti in pericolo. L’ultima intervista, con altri interventi su quelle circostanze. Molto è stato detto e ripetuto in proposito nel corso di mezzo secolo. Il “ragazzo di vita” che quella sera del novembre 1975 era con Pasolini è stato davvero lui da solo l’assassino? O si trattò invece di un gruppetto organizzato di criminali di mestiere alle cui spalle c’erano magari dei mandanti politici tuttora da identificare? Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai. Resta comunque il fatto che con tutti i suoi articoli dal 1973 in poi, ripubblicati in Scritti corsari, Lettere luterane e Descrizioni di descrizioni, Pasolini aveva già messo insieme la propria imminente morte e la sua interpretazione sociale e morale. All’ombra di quella interpretazione la mano assassina sarebbe stata una qualunque mano disumanizzata che rappresentava un’Italia trasformata e abitata da mostruosi giovani da cui nasceva “l’uomo medio universale”, il neoborghese di un nuovo fascismo più sociale che politico, futuro e già attuale.

Di Pasolini scrittore, regista e presenza pubblica si è detto tutto. Ma la cosa più interessante su cui fermarsi a riflettere oggi è proprio quella frase pronunciata in un’intervista qualche ora prima della sua morte e che, per sua volontà, diede il titolo all’articolo di Furio Colombo: “Siamo tutti in pericolo”. È perciò ora di chiedersi perché questo, quale è il pericolo e quale la sua fonte. In tutto il parlare sempre più distratto sulle preveggenze di Pasolini, mi sembra che gli sia stato fatto un grave torto: quello di liquidare le sue formule e i suoi concetti, a cominciare da “omologazione culturale”, “mutazione antropologica” nonché l’opposizione fra Sviluppo e Progresso. A cui si potrebbero aggiungere affermazioni come queste: “L’ansia del consumo è un’ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato” e soprattutto “io considero il totalitarismo del capitalismo del consumo peggiore che il totalitarismo del vecchio potere”. La novità sociale e politica di allora e di oggi è dunque questa: il controllo sociale autoritario, più che legale e statale, è un controllo attraverso la libertà di consumare, per cui la vecchia propaganda ideologica di regime viene sostituita dalla pubblicità commerciale e dalla disinformazione di cui la pubblicità ha sempre bisogno.

La pittura fu tra le prime passioni di Pasolini, che aveva studiato con il grande critico Roberto Longhi. Fondo Dino Pedriali / Cineteca di Bologna
La pittura fu tra le prime passioni di Pasolini, che aveva studiato con il grande critico Roberto Longhi. Fondo Dino Pedriali / Cineteca di Bologna 

Ci sono momenti in cui Pasolini sembra relegato nei lontani anni Settanta; altri momenti nei quali invece la sua “sociologia selvaggia” è più attuale che mai. Oggi siamo infatti più minacciati dalle nostre false libertà di quanto lo fossimo a metà Novecento. L’omologazione culturale si è allargata e approfondita. La mutazione antropologica domina dall’infanzia-adolescenza alla senilità più avanzata. La nuova ideologia, più o meno una religione, è quella che già Pasolini individuava nella Scienza Applicata, nell’uso di feticci tecnologici e merci superflue. Disperatamente italiano come era, un poeta come lui rimpiangeva mezzo secolo fa l’Italia preindustriale, ereditando istintivamente una critica della società borghese e capitalistica che in altri Paesi europei era nata più di un secolo prima. Nei suoi scritti “corsari” e “luterani” Pasolini personalizzava, confermava e semplificava autori come Ortega e Huxley, Anders e Marcuse, Chiaromonte e Elsa Morante. La sua arte della provocazione ha fatto il resto.

A un giudice-vittima come lui non è né facile né giusto dare torto. La critica romantica della società tecnoburocratica conserva ancora le sue ragioni. Ci sono i pro e i contro. La cultura di massa si è sviluppata come industria culturale iperproduttiva che lascia sempre meno spazio alla cultura di élite. L’informatica e la robotica hanno cambiato il lavoro umano e i processi cognitivi. Gli automatismi della socializzazione tecnicamente modificata hanno alterato sia la comunicazione che le arti.

Le idee di Pasolini vennero subito accettate, se non adottate, da un filosofo e sociologo come Jürgen Habermas, mentre un altro intellettuale tedesco, lo scrittore Hans Magnus Enzensberger, prima definì “magistrali” le sue descrizioni dell’Italia modernizzata e più tardi si ricredette scrivendo che Pasolini aveva fatto della povertà e del sottosviluppo una virtù e una specie di paradiso perduto “crudele e duro ma umano”.

Su Pasolini si può cambiare idea. Non si tratta di essere a favore o contro in blocco e una volta per tutte. Ma ogni volta che il mondo sociale cambia molto in fretta ubbidendo a poteri superiori e incontrollabili, sarà sempre bene ricordare che tutto ciò che cambia e si rinnova può sia migliorare che peggiorare. Mi pare che con l’inizio del Duemila il peggio abbia sopraffatto il meglio. È questo che ci porta a riflettere ancora sul Pasolini di mezzo secolo fa.

Sul Venerdì del 24 ottobre 2025

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