Pasolini 50 anni dopo: gli ultimi 30 chilometri prima dell’omicidio
di Nicola MirenziSei ore prima che la sua Alfa Romeo Giulia Gt 2000 gli passasse sopra, facendogli esplodere il cuore, Pier Paolo Pasolini mangiò una costata di vitellone e un piatto d’insalata qui, al ristorante Pommidoro, nel quartiere San Lorenzo di Roma. «Certo che me la ricordo, quella sera. All’epoca avevo tredici anni, facevo la cameriera». Al posto di chi lo servì allora, Aldo Bravi, morto nel settembre del 2021 a 83 anni, c’è la figlia Alessandra. Appena le dico che sono venuto a cena per ripercorrere l’itinerario di Pasolini prima della morte si siede a tavola con me, e racconta. «Mio padre e Pasolini erano diventati amici una sera che Pasolini lo volevano mena’. Gli urlavano: “‘a frocio, ‘a frocio”. Papà non lo conosceva, non l’aveva mai visto. Disse a quelli de smette. Ma quelli niente. Allora chiamò un gruppo di malandrini di San Lorenzo che stavano nel bar della piazza per farsi da’ ‘na mano. Alcuni erano usciti da poco di galera. Insieme a loro, tornò dai bulli: “E ora menateme a me”, j…
Sei ore prima che la sua Alfa Romeo Giulia Gt 2000 gli passasse sopra, facendogli esplodere il cuore, Pier Paolo Pasolini mangiò una costata di vitellone e un piatto d’insalata qui, al ristorante Pommidoro, nel quartiere San Lorenzo di Roma. «Certo che me la ricordo, quella sera. All’epoca avevo tredici anni, facevo la cameriera». Al posto di chi lo servì allora, Aldo Bravi, morto nel settembre del 2021 a 83 anni, c’è la figlia Alessandra. Appena le dico che sono venuto a cena per ripercorrere l’itinerario di Pasolini prima della morte si siede a tavola con me, e racconta. «Mio padre e Pasolini erano diventati amici una sera che Pasolini lo volevano mena’. Gli urlavano: “‘a frocio, ‘a frocio”. Papà non lo conosceva, non l’aveva mai visto. Disse a quelli de smette. Ma quelli niente. Allora chiamò un gruppo di malandrini di San Lorenzo che stavano nel bar della piazza per farsi da’ ‘na mano. Alcuni erano usciti da poco di galera. Insieme a loro, tornò dai bulli: “E ora menateme a me”, je disse».
Il padre aveva raccontato questa storia un’altra volta, ma con una variante: non erano bulli, quelli che volevano picchiare Pasolini, erano gli autonomi del collettivo di via dei Volsci, per qualcosa che Pasolini aveva scritto contro gli extraparlamentari di sinistra, da lui considerati dei “conformisti della rivolta e dell’opposizione”. Non si può dire che leccasse il culo ai giovani, “come i giornali borghesi”, Pasolini. In cambio, era oggetto costante di ostilità. Da destra, più volte cercarono di aggredirlo. Anche se i loro nipotini, oggi, fanno finta di niente quando lo innalzano nel loro Pantheon di fratello d’Italia. Ma anche gli altri, i democratici, lo detestavano, seppur con modi più perbene, tolleranti. Sembra difficile da credere, oggi, che Pasolini sia stato anche parecchio detestato, in vita. Mentre da morto è stato trasformato in un oggetto di culto. In un’icona. «Ma sai quante persone vengono qui ogni giorno a chiedermi di lui? Quando je dico che l’ho conosciuto, sgranano tutti l’occhi così».
Intervista al buio
Quella sera, Pasolini era arrivato qui dopo un’intervista con Furio Colombo, giornalista della Stampa, nella sua casa all’Eur. L’appuntamento era alle 4 di pomeriggio, Colombo racconta che l’intervista andò avanti a lungo, finché non si fece buio, e poi ancora oltre. Ma Pasolini non accese la luce e, per Colombo, divenne impossibile prendere appunti. Alla fine, Pasolini gli disse di lasciargli le domande. Avrebbe scritto le risposte per l’indomani, e rivisto alcune frasi che aveva pronunciato, gli sembravano troppo assolute. Prima di salutarlo, gli suggerì anche il titolo dell’intervista: «Siamo tutti in pericolo».
Poi, da via Eufrate 9, l’appartamento dove viveva con la madre Susanna, percorse circa dodici chilometri, con la sua auto sportiva grigio metallizzato, per arrivare qui, da Pommidoro. Dove la sua celebrità è oggi minacciata, scopro, da un altro divo: Stanley Tucci, attore de Il diavolo veste Prada e The Hunger Games, ma anche divulgatore della cucina italiana in virtù delle sue origini. Una star televisiva anglosassone. Nella sua autobiografia, Ci vuole gusto, scrive che qui «viene servita la migliore carbonara della città». Perciò una marea di turisti, italiani e stranieri, entrano famelici alla ricerca del piatto prelibato. E, se gli si chiede di Pasolini, rispondono: «Pasolini chi?».
Quella sera ad aspettarlo a tavola c’erano Ninetto Davoli, sua moglie Patrizia, i due figli, chiamati uno Pier Paolo, l’altro Guido, come il fratello minore di Pasolini. Già questo basta a intuire il rapporto speciale che c’era tra i due. Il sesso fu solo all’inizio. Poi PPP “se ne innamorò come padre, come amico”, scrive Enzo Siciliano in Vita di Pasolini. Otto anni inseparabili. Come Don Chisciotte e Sancho Panza. Ma quando Ninetto, ormai cresciuto, gli dice che si sarebbe sposato, Pasolini va in frantumi. “Sono pazzo di dolore. Penso soltanto a morire o cose simili. Tutto mi è crollato intorno”. Con i suoi riccioli neri, “gli occhi dolci/ridarelli”, Ninetto aveva incarnato la bellezza dei sottoproletari cantati nei suoi romanzi, nei suoi versi, nel suo cinema. Ma da qualche tempo Pasolini si era ricreduto. Diceva che lo sviluppo li aveva trasformati in “immondizia umana”. Non c’era più alcuna differenza tra un sottoproletario e un borghese. “Il loro silenzio può precedere una trepida domanda di aiuto o una coltellata”.
Pasolini paga il conto con un assegno – un biglietto della Cassa di risparmio di Roma dell’importo di undicimila lire – che non sarà mai incassato dal proprietario. Quando apprende la notizia della morte, Aldo Bravi lo incornicia e scrive di suo pugno che l’assegno è stato “firmato da Pasolini” per pagare “l’ultima cena”. Oggi al ristorante è esposta una copia. L’originale è nel caveau di una banca. Ci sono collezionisti che darebbero oro per averlo. Ma Bravi non l’ha mai ceduto. E nemmeno alla figlia passa per la testa. «Ma che, sei matto?».
Corpi senz’anima
Da Pommidoro Pasolini riparte per meno di tre chilometri verso piazza dei Cinquecento, di fronte alla stazione Termini, dove farà salire in macchina il ragazzo che lo ucciderà o, almeno, colui che sarà condannato per il suo assassinio, Pino Pelosi, detto la Rana. È “un’infinita fame/ d’amore” che lo spinge lì sotto quei portici, “l’amore di corpi senz’anima”. La cifra dei suoi incontri sessuali. “Sono migliaia. Non posso amarne uno”. I portici della stazione erano il tempio di questo tipo di incontri. Ragazzi delle borgate che facevano marchette. L’anonimato garantito dal via vai degli arrivi e delle partenze. Nell’epoca in cui l’omosessualità non si poteva dire. Quando era peccato, colpa, malattia.
Dalle testimonianze raccolte dagli inquirenti dopo l’assassinio, si apprende che Pasolini parla con un gruppo di ragazzi con diffidenza e prudenza. «A Pa’ facce fa’ un giro». È guardingo. Alza il finestrino, abbassa la sicura. Dice di aspettare un amico. Uno dei ragazzi, Claudio Seminara, va nel chiosco bar che si trova alla fine dei portici e chiama Pino Pelosi. Gli dice di avvicinarsi all’Alfa Romeo. «Il mio amico rideva e io ho capito che quel signore era un frocio», dichiarerà nell’interrogatorio Pelosi. L’atteggiamento di Pasolini cambia. Forse perché Pelosi – riccioli neri, occhi vispi – corrisponde perfettamente al suo ideale estetico? Forse perché lo colpisce la somiglianza con Ninetto Davoli? Sta di fatto che gli chiede di salire in macchina e che Pelosi accetta: «Mi ha detto che mi avrebbe fatto un bel regalo».
Addio marchette
Oggi alla stazione i marchettari non ci sono più. Nella notte d’autunno in cui attraverso i portici, trovo accasciati a terra i senzatetto, mezzi addormentati sulle coperte luride, dal lato che guarda piazza Esedra. Mentre, più vicino all’ingresso della stazione, si stanno per prendere a pugni. Un immigrato dall’accento dell’est urla contro un ragazzo nero. In tre devono tenerlo. Tutti piuttosto ubriachi. Sotto le insegne luminose delle pizzerie indiane, i menù kebab, le birre in bottiglie da 66.
«Fino a quindici anni fa i portici della stazione erano quasi come allora», racconta Andrea Pini, autore di Quando eravamo froci. Gli omosessuali nell’Italia di una volta. «Le app di incontri hanno cambiato tutto. Basta stazioni, parchi, boschi, ora ci sono le chat. Nemmeno le discoteche gay, con le loro dark room, avevano reso inutili questi luoghi. C’è riuscita la tecnologia».
Un fiocco rosso
Da qui Pasolini e Pelosi si allontanano intorno alle 22.30, imboccando via Nazionale. Dopo mezz’ora, tornano indietro. Pelosi dice di aver dimenticato di dare le chiavi della macchina al suo amico. Ha diciassette anni ma guida un’auto, rubata, condivisa con altri due ragazzi. Pasolini gli ha promesso che a fine serata lo accompagnerà a casa, al Tiburtino III. Così ripartono verso il ristorante Al biondo Tevere, su via Ostiense. Pelosi non ha cenato. E anche se è tardi, Pasolini sa che lì lo serviranno. «Quando arrivarono qui quella sera», racconta oggi Roberto Panzironi, anche lui figlio dei vecchi proprietari, «il locale stava per chiudere. Papà entrò in cucina e disse a mamma: “Giuseppi’, ce sta er Professore”. E mia madre cucinò. Un’ajo e ojo e un petto di pollo per Pelosi. Mentre Pasolini aveva già cenato, perciò prese una birra e una banana».
Con Luigi Narici, il fotografo, arriviamo intorno alle undici e mezza. Dopo aver percorso sette chilometri attraverso il centro di Roma, per poi sbucare a un passo dalla basilica di San Paolo fuori le mura. Un tempo qui c’era la zona industriale, la fabbrica Buitoni, la centrale Montemartini, l’Acea, gli oleifici, le vetrerie. Oggi c’è l’Università Roma Tre. Tassello della nuova economia della conoscenza. Che, tradotto, significa «che gli operai so’ spariti, ora a magna’ ce vengono i professori universitari». Anche Pino Pelosi, scopro, veniva spesso qui, dopo l’omicidio per cui è stato condannato dal Tribunale dei minori a nove anni, sette mesi e dieci giorni. «Già quando era in semilibertà», mi dice Roberto, «me lo ricordo qui sotto, col decespugliatore che puliva le erbacce». Poi, uscito di galera, Pelosi gestisce il bar Zi’ Elena a Testaccio. «Era diventato di casa. Pranzo, cena. Era spesso qui. Quando è morto, sono andato pure al suo funerale». «Ma manco ubriaco ha mai parlato di quella notte», s’intromette Massimiliano, da ventun anni pizzaiolo del Biondo Tevere. «Gliel’ho chiesto, ‘na volta che eravamo al locale suo a beve : “A Pi’, ma l’hai ammazzato tu Pasolini?”. Non m’ha risposto».
Il 2 novembre del 1975, quando la signora Giuseppina ascolta la notizia della morte di Pasolini, stringe un fiocco rosso intorno alla sedia su cui si era seduto per l’ultima volta. La sedia è ancora qui. Con il fiocco ormai scolorito. Ma nello stesso posto. Allo stesso tavolo. «Almeno una decina di persone al giorno mi chiedono di vederlo». Un altro piccolo santuario del poeta. A cui si è aggiunta, dieci anni fa, una copia dell’opera che Ernest Pignon-Ernest sparse su alcune mura delle città italiane: c’è Pasolini che torna dall’aldilà con il suo giubbotto di pelle e porta in braccio se stesso morto, come il Cristo della Pietà di Michelangelo. «Ma lo sai che qui c’ha lavorato pure il figlio di Pelosi? Ha fatto il cameriere per qualche mese, poi non è più venuto. Eros, si chiamava». Nome fin troppo didascalico per l’ultima tappa della notte che sto percorrendo, l’Idroscalo di Ostia. Il posto verso cui Pasolini e Pelosi si dirigono, poco prima di mezzanotte, «per fare qualcosa».
Non portatecelo Mitterrand
Prima però si fermano a fare benzina in un distributore automatico sull’Ostiense. Non è chiaro quale. Né se ci sia ancora. Ma percorrendo la strada a quest’ora, per andare a prendere la via del Mare, ci domandiamo perché andare fin lì per consumare un rapporto. Trenta chilometri di strada, mezz’ora di viaggio, con tanti altri posti nascosti che si potevano trovare dentro Roma. Particolare che ha alimentato i sospetti, l’ipotesi di un agguato.
Ma certo – è una possibile obiezione – Pasolini non era uno come tutti gli altri: è plausibile credere avesse bisogno di una riservatezza maggiore. Sebbene si fatichi, oggi, a vedere dove sia stata: all’Idroscalo non ci sono più le baracche, le casupole, il campetto da calcio raffazzonato, il fango, l’abbandono, la marginalità, che ancora si vedevano quando Nanni Moretti girò il suo omaggio al Poeta in Caro diario. A Ostia raccontano un aneddoto, non si sa quanto vero, secondo cui il presidente francese François Mitterrand, nel corso di una sua visita a Roma, aveva espresso il desiderio di visitare il luogo in cui fu ucciso Pasolini. Solo che le autorità italiane non ebbero cuore di fargli vedere quanto male fosse tenuto. Per evitare la figuraccia lo portarono ovunque, ma non lì.
Oggi il monumento realizzato da Mario Rosati, restaurato, sta all’interno di un’oasi naturale protetta. Realizzata a partire dalla fine degli anni Novanta. Una multinazionale australiana voleva radere al suolo tutto e fare un oceanario. I cittadini si opposero abbracciando l’idea del parco naturale. «Sono state piantate settemila piante, scavato un lago, accolte 220 specie di animali» racconta Alessandro Polinori, presidente della Lipu, che lo gestisce.
Quando ci arriviamo, alle due di notte, il monumento è illuminato dalla luna piena. La temperatura è mite. Mentre quella notte faceva freddo e la luna era coperta dalle nuvole. Sento abbaiare i cani e delle strane vocalizzazioni d’uccello. Mi spiegheranno che è probabile fossero i segnali d’allarme che lanciano gli aironi quando un predatore è in agguato. Anche Pasolini fu sentito urlare mentre lo assaltavano. «… mamma… mamma… mamma». Un testimone lo riferì a Furio Colombo – ancora lui – quando arrivò qui il giorno dopo, letta sulle agenzie la notizia dell’assassinio. Pasolini venne colpito allo scroto da un calcio che gli provocò una violenta emorragia interna. Alla testa da un oggetto contundente che gli fece perdere tantissimo sangue e fuoriuscire materia cerebrale. Aveva l’orecchio quasi strappato, il volto sfigurato, le mani raschiate, le unghie maciullate. È possibile sia stato solo Pelosi a ridurlo così? Sono tante le cose che non tornano di quella sera, ma non si può certo acciuffare la verità dei fatti oggi, cinquant’anni dopo. Agli atti rimane la confessione di Pelosi. Ritrattata quando uscì dal carcere. Secondo cui dopo un rapporto orale, Pasolini si avvicina a lui con un bastone. Lui crede lo voglia usare per violentarlo. Reagisce con violenza. Lo colpisce. Più volte. Poi, in preda al panico, non si accorge di passargli sopra con la sua auto, la Giulia Gt 2000 grigio metallizzato.
Caccia al tesoro
Come i giornalisti e i curiosi che si riversarono qui all’indomani dell’omicidio, anche io ci torno di giorno. Incontro l’attore Massimo Popolizio. Sta per fare un reading tratto dalle opere di Pasolini. A teatro aveva portato, qualche anno fa, Ragazzi di vita, il suo primo romanzo, con la drammaturgia di Emanuele Trevi, tirando fuori dal testo anche la sua virtù più nascosta. La comicità. Mi dice «com’è tutto diverso da allora, oggi nemmeno riusciamo a immaginarlo cos’erano le borgate che raccontava. Cos’era un posto come questo. Forse qualcosa di simile oggi esiste in India, nei Paesi in cui lo sviluppo sta trasformando tutto di colpo». Il pubblico, circa una ventina di persone di mezza età, lo ascolta con le cuffie alle orecchie – «per non spaventare gli uccelli è vietato usare l’amplificazione». Ad ascoltarlo è venuto anche David, un signore ebreo, originario dell’Iran. Quando uccisero Pasolini viveva a Berlino. «Fu uno shock anche lì». Aveva visto i suoi film in tedesco, letto le sue poesie tradotte. «I ragazzi iraniani di oggi farebbero bene a leggerlo. Gli potrebbe insegnare a ribellarsi agli ayatollah senza diventare a loro volta tiranni, una volta che li avranno finalmente scalzati».
Nel frattempo sono arrivati dei ragazzi autoctoni per una caccia al tesoro nel parco. Hanno in mano le istruzioni per trovare, sulle piastre di marmo lungo il vialetto con i versi di Pasolini incisi sopra, le lettere dell’alfabeto che comporranno, come un puzzle, l’indicazione del luogo in cui è nascosto il tesoro. Le studiano attentamente. Una per una. Come detective. «Ma no, non ci interessa che c’è scritto, cerchiamo solo le lettere!». L’ultima di queste piastre dice: “La morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi”. Chissà che indicazione nasconde sul tesoro.
Sul Venerdì del 24 ottobre 2025