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Tinto Brass: “Rossellini mi confidò perché era finita con Ingrid Bergman, ma a me non interessava”

Tinto Brass, a sinistra con camicia bianca, nel 1959 sul set con Roberto Rossellini, al centro. archivio tinto brass 

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Prima dei film erotici lo affiancò a Parigi, quando l’autore di “Roma città aperta” era già stufo del cinema e anche di sua moglie, Ingrid Bergman. Come il regista ricorda qui e in un documentario
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Entrando a casa Brass si incontra un anziano signore in sedia a rotelle davanti al computer che non è Tinto Brass. Si chiama Maurizio e non gli somiglia affatto, ma ha alcune cose in comune con lui. Per esempio la sedia a rotelle, dei trascorsi di ictus ed ischemie e, soprattutto, Caterina Varzi Brass, oggi seconda moglie di Tinto, ma per vent’anni compagna di Maurizio. Non siamo nelle trame piccanti predilette del regista, ma in un contesto di pragmatica e mutua assistenza: quando Maurizio si è ammalato, Caterina, che non guida, faceva uno sfiancante via vai con Roma per assisterlo. «E allora Tinto mi ha detto: perché non lo porti qui? Poi io, ogni tanto, una scappata a Roma la faccio lo stesso, perché questo posto è molto isolato».

Certo, una cittadella medievale non è il massimo della vita, ma non è di questo che dobbiamo discutere, bensì di Più di una vita, il documentario sugli ultimi vent’anni di Roberto Rossellini realizzato da Ilaria De Laurentiis, Andrea Paolo Massara e Raffa…

Entrando a casa Brass si incontra un anziano signore in sedia a rotelle davanti al computer che non è Tinto Brass. Si chiama Maurizio e non gli somiglia affatto, ma ha alcune cose in comune con lui. Per esempio la sedia a rotelle, dei trascorsi di ictus ed ischemie e, soprattutto, Caterina Varzi Brass, oggi seconda moglie di Tinto, ma per vent’anni compagna di Maurizio. Non siamo nelle trame piccanti predilette del regista, ma in un contesto di pragmatica e mutua assistenza: quando Maurizio si è ammalato, Caterina, che non guida, faceva uno sfiancante via vai con Roma per assisterlo. «E allora Tinto mi ha detto: perché non lo porti qui? Poi io, ogni tanto, una scappata a Roma la faccio lo stesso, perché questo posto è molto isolato».

Certo, una cittadella medievale non è il massimo della vita, ma non è di questo che dobbiamo discutere, bensì di Più di una vita, il documentario sugli ultimi vent’anni di Roberto Rossellini realizzato da Ilaria De Laurentiis, Andrea Paolo Massara e Raffaele Brunetti, con materiali in gran parte inediti e testimoni eccellenti, come François Truffaut e Ingrid Bergman, ma per lo più defunti.

Uno dei pochi sopravvissuti è il novantaduenne Brass: nel doc ricorda l’esperienza parigina con il Maestro che aiutò nel montaggio dei suoi materiali girati in India per un film, India – Matri Bhum e un programma televisivo, L’India vista da Rossellini. Il contributo di Brass è telegrafico e la moglie spiega che l’ictus del 2010 gli ha tolto parola e memoria: «Abbiamo dovuto imparare tutto di nuovo, ho scovato negli archivi la sua memoria restituendogli i ricordi, ma per il documentario ci siamo tenuti stretti». Infatti la dichiarazione era brevissima e ora proviamo a dilatarla un po’.

Dal suo angolo del divano, con la copertina sulle ginocchia, Brass parte con la rievocazione, una prova generale del tappeto rosso per la prima del documentario, in concorso alla Festa del cinema di Roma, prevista per il 23 ottobre. Una rentrée, la sua, motivata soprattutto, dice, dal desiderio di incontrare Isabella Rossellini, perché non la vede dai tempi di Parigi: «Io c’ero andato nel ’59, venendo da Venezia, avevo 27 anni. E sono andato subito a lavorare alla Cinémathèque française dove c’erano Henri Langlois e Mary Meerson. Facevo di tutto, in quel momento si traslocava e la Meerson, una donna eccezionale, alzava dei pesi incredibili e me li buttava addosso come se fossero dei fuscelli di legno». Interviene la moglie: «In realtà lavorava come archivista e proiezionista, ma nel periodo in cui conobbe Rossellini, per via del trasferimento della sede, si facevano soprattutto lavori manuali».

Adesso entra in campo Rossellini, per voce di Brass: «La Meerson mi disse di scendere perché giù c’era uno che parlava italiano e lei non capiva cosa voleva. Scendo, lo vedo e lo riconosco subito: era entusiasta, favoloso, parlava molto bene il francese, e mi disse che aspettava i materiali del suo documentario sull’India. Il governo indiano glieli aveva sequestrati per via dello scandalo con Sonali Dasgupta. Insomma veniva per lavorare, e ho cominciato ad aiutarlo. Di giorno lavoravo alla Cinémathèque e la sera per Rossellini in casa di Cartier-Bresson, il fotografo, dove si era rifugiato con Sonali. Se la loro notte era andata bene mi trattava come un genio, se era andata male non ero più un genio».

Freddissima Bergman

Rossellini era piuttosto inquieto sentimentalmente e propenso a stufarsi, ma Brass garantisce che all’epoca era innamorato della donna che per lui aveva mollato in India figlio e marito, un noto regista, finendo in uno scandalo paragonabile a quello affrontato anni prima da Ingrid Bergman, quando per lui aveva lasciato in America una figlia e il marito, dentista. La signora Brass puntualizza: «Allora c’era una forte crisi con la Bergman, molti scontri per la questione dei figli, ti ricordi? Tu lo accompagnavi alla stazione a prendere i bambini quando lei glieli portava». Sì, il signor Brass si ricorda: «Lo accompagnavo, stavo dietro e lo guardavo a distanza: era innamorato dei figli e li prendeva assolutamente sul serio, ma con la Bergman non si diceva niente. Prendeva i bambini e veniva via, io gli chiedevo chi era quella donna fingendo di non saperlo, ma lui non mi rispondeva neanche».

Adesso la signora Brass vorrebbe tirare la volata al marito lasciandogli l’onore di un sapido pettegolezzo, ma lui non coglie l’occasione: «Quando raccontavi questa storia di Rossellini dicevi che lui non parlava di sé, era molto riservato, però rispetto al rapporto con la Bergman ti aveva confidato, chissà perché proprio a te, che la loro storia era finita anche per motivi di carattere sessuale, perché lei era una donna molto algida. Te la ricordi la battuta? “Due volte l’ho scopata, due volte è rimasta incinta”». No, non l’ha dimenticata: «Non mi interessava assolutamente, però mi ricordo che i loro rapporti erano freddi, assolutamente freddi».

Rossellini, i cui ultimi film non erano andati tanto bene, si era stufato del cinema e vagheggiava il suo sogno di enciclopedia televisiva. Brass si era stufato dei suoi film più o meno di denuncia e con La chiave, del 1983, avrebbe inaugurato il filone erotico. Con tutte le cautele del caso, si può azzardare un parallelo fra questi due stufamenti? «Stufarmi? Avevo fatto tutto, e volevo fare delle cose diverse, mie: ho cominciato con La chiave, sono stato molto contento del risultato e ho continuato su quella strada».

Qui c’è una piccola incomprensione fra coniugi. Lei sostiene che per girare quei film lui ha dovuto superare anche dei propri tabù. Lui smentisce: semmai quelli degli altri. Domanda intima: perché quella passione per il culo? Lui risponde che è bello, lei, in separata sede, suggerisce che lo colpirono molto, da bambino, i genitori in scena primaria apparentemente sodomitica.

Il montaggio prima di tutto

Nella rappresentazione dell’eros di Brass sembra esserci un sfida alla censura – inconscia, sociale e ministeriale – il voler scoprire nuove attrici per scoprirle, cioè spogliarle, con gran dispetto dei benpensanti, ma anche del femminismo, dichiarando però di aver restituito ruolo e protagonismo alla donna, nella sessualità. Lui fa l’ingenuo: «Sì, ma io non sapevo che cosa si poteva e non si poteva fare. Giravo i film, poi si andava in censura e li tagliavano tutti. Tutti meno uno, o due».

La signora Brass alza il tiro: «A un certo punto Tinto realizza che il potere, di destra o di sinistra, non cambia, rimane identico a se stesso e lui raccoglie la lezione di Marcuse secondo il quale la sessualità può essere lo strumento per scardinare la società». Insomma, per Tinto era una missione, non ricerca di notorietà, status, incassi legati allo scandalo: «Mi piaceva quell’argomento e l’obiettivo era sfruttare il momento in cui si poteva dire finalmente quello che si voleva». Chiosa la signora: «A lui interessavano i film e soprattutto il montaggio. In realtà faceva i film per montarli». E qui significanti, significati e doppi sensi apparecchiano un’orgia.

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