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Intervista a Margaret Atwood: “La mia Ancella non è fantascienza. Ma la censura non mi spaventa”

Margaret Atwood spara col lanciafiamme contro una copia ignifuga del suo romanzo "Il racconto dell'ancella", confezionata per protestare contro la censura 

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Bambina prodigio, poetessa, femminista. L’autrice di “Il racconto dell’ancella” ha vissuto tante vite. E oggi, a 85 anni, le racconta in un memoir. Dialogo con una delle scrittrici più amate. E più detestate dall’America trumpiana
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Toronto. «Ho terrorizzato molti intervistatori. Soprattutto uomini sciocchi che venivano a farmi domande stupide senza aver letto i miei libri». La camicetta rosa in tinta con gli orecchini, gli inconfondibili ricci ormai ingrigiti, Margaret Atwood ti parla nel suo studio pieno di libri e quadretti mentre sorseggia caffè dalla sua tazza preferita, quella marcata con lo scarabeo: «Ma lei stia tranquilla, non inizio mai un’intervista con l’intento di terrorizzare qualcuno».

La pluripremiata autrice del distopico Il racconto dell’ancella – riflessione così potente sulla negazione dei diritti alle donne da essere diventato uno dei simboli della lotta femminista contemporanea – e di altri sedici romanzi, diciannove libri di poesia, undici saggi, nove raccolte di racconti, otto libr…

Toronto. «Ho terrorizzato molti intervistatori. Soprattutto uomini sciocchi che venivano a farmi domande stupide senza aver letto i miei libri». La camicetta rosa in tinta con gli orecchini, gli inconfondibili ricci ormai ingrigiti, Margaret Atwood ti parla nel suo studio pieno di libri e quadretti mentre sorseggia caffè dalla sua tazza preferita, quella marcata con lo scarabeo: «Ma lei stia tranquilla, non inizio mai un’intervista con l’intento di terrorizzare qualcuno».

La pluripremiata autrice del distopico Il racconto dell’ancella – riflessione così potente sulla negazione dei diritti alle donne da essere diventato uno dei simboli della lotta femminista contemporanea – e di altri sedici romanzi, diciannove libri di poesia, undici saggi, nove raccolte di racconti, otto libri per bambini e tre graphic novel, dall’alto dei suoi 85 anni magnificamente portati inizia la conversazione con una confidenza allarmante. Poi, però, sorride accondiscendente alle tue domande e ti risponde sempre col tono di chi la sa troppo lunga per prendersi eccessivamente sul serio: «Scrivere un memoir non è stata una mia idea. Me lo hanno chiesto con insistenza i miei editori di lingua anglosassone. All’inizio, ho rifiutato. Ben sapendo che quando si ripensa alla propria vita ci si ricorda soprattutto di cose stupide o catastrofiche. Le cose che sono andate bene, le cene deliziose, i momenti piacevoli si dimenticano più facilmente. Ho accettato solo dopo aver chiarito che non avrei scritto niente di convenzionale. Guardando la mia vita passata, mi sono soprattutto chiesta dove avessi trovato il tempo di fare tutto ciò che ho fatto».

Il titolo è Le nostre vite. Una specie di autobiografia (in uscita il 4 novembre per Ponte alle Grazie, ndr). Due matrimoni, impegno politico, romanzi anche molto diversi tra loro. Ma quante vite ha vissuto?

«Tante. E una sola. Perché ho sempre preteso da me uno standard molto alto per ogni cosa che ho fatto e questo è il comun denominatore. In realtà ho sempre sognato di avere un clone. Un mio doppio, che facesse per me apparizioni pubbliche e interviste mentre io ero occupata altrove. Non lo escluda, forse sta parlando proprio con uno di quelli».

È stato difficile rimettere in fila il passato?

«Ho sudato sangue: e mi sono divertita moltissimo. Ho un’ottima memoria, ricordo anche i dettagli e non sempre è una benedizione. Sulle cose della mia infanzia, troppo lontane perché potessi ricordarle, mi ha aiutato mio fratello, maggiore di tre anni. Papà era entomologo, con lui vivevamo lunghi periodi nelle foreste del Québec, dove non c’erano scuole da frequentare. Lì ho imparato a riconoscere i predatori: e anche che per sopravvivere non devi mai sembrare una preda. In certi periodi ho scritto diari e mi sono serviti. Li tenevo, ad esempio, quando lavoravo all’Ancella: ma non c’è nulla sulla genesi del libro, evidentemente l’avevo ben presente. Ho cercato di rimediare a quel che non ricordavo, sforzandomi di ricostruire cosa avesse influenzato i miei testi. Ho riempito così 800 pagine. Poi, ho fatto tre diversi fact checking per rimettere a posto la cronologia. Sono soddisfatta del risultato, è un racconto abbastanza preciso».

Guardandosi indietro, ha scoperto qualcosa di sé?

«Alla mia età è difficile non sapere già tutto di sé. Se c’è qualcosa che ancora non so, vuol dire che non lo saprò mai. Ma mi è piaciuto rifare il mio percorso al contrario: anche se nella mia vita non tutto è stato meraviglioso».

Perché il sottotitolo è Una specie di autobiografia?

«In realtà i miei editori mi avevano chiesto un “memoir letterario”. Io ho risposto: “Cos’è, la storia di una che ha scritto un libro, poi un altro e poi un altro ancora? Che noia”. Loro hanno specificato: “Un memoir scritto in stile letterario”. Questo mi ha intrigato. Ma ho accettato solo dopo aver chiarito che ci avrei messo dentro cose che la gente di solito non vuol far sapere. Non volevo dipingermi falsamente dignitosa: non lo sono, né lo è la scrittrice che sono. Hanno già scritto un paio di biografie su di me: e non mi somigliano. Finché sei vivo, puoi contestare o far causa. Ma quando muori si apre una stagione di bio infelici e non puoi farci più niente. Così mi sono raccontata da me».

Ha lasciato fuori qualcosa?

«Certo. Se avessi vissuto 25 anni come John Keats sarebbe stato un libricino. Invece ho vissuto tanto, avrei potuto scrivere cinquemila pagine. Mi sono però dovuta confrontare con i miei editori di Canada, Stati Uniti e Gran Bretagna. Ciascuno con le sue idee sul cosa tenere dentro e cosa lasciare fuori».

Com’è finita?

«Ci ho messo quel che volevo, rifiutando molti suggerimenti. Loro mi volevano più perbene di come sono. Ma non sarebbe stato accurato: né ciò che amano di me i lettori. Volevano che mi raccontassi come un pallone gonfiato, ma qui in Canada i palloni li sgonfiamo pungendoli con un ago».

In effetti, lei è spesso descritta come una “fiera canadese”.

«Noi canadesi non siamo fieri di nulla. Non siamo pretenziosi. Sono, certo, molto canadese: una che non apprezza chi vorrebbe farci diventare la cinquantunesima stella. Anche perché siamo troppo grandi per essere messi in un solo Stato. Si figuri che io, già negli anni 80, ai tempi del dibattito sul mercato libero, ero contraria agli accordi con gli Stati Uniti. Per motivi ora ovvi: ci hanno resi troppo dipendenti da loro. Come al solito avevo ragione».

Lei ha iniziato a scrivere a sei anni, per gioco: e non ha più smesso. Romanzi, poesie, persino fumetti.

«Ogni arte ha un elemento di gioco. Ma questo non è frivolo: semmai sperimentale. A me piace immaginare mondi alternativi. Proprio come gli antichi greci, cerco una combinazione fra intrattenimento e insegnamento. Perché se indugi solo nel divertimento crei una lettura da spiaggia che non lascia il segno. Se esageri con gli insegnamenti, diventi noioso».

I suoi romanzi hanno fatto scalpore: su tutti Il racconto dell’ancella.

«Sono una scrittrice generalista. Non scrivo commedie romantiche né seguo schemi, faccio quel che voglio nei mondi che creo. Ma quando scrissi l’Ancella una regola me l’ero data: non mettere nulla che non avesse un precedente storico. I nazisti fecero proprio quel che racconto, rubavano i bambini biondi in Polonia per darli a famiglie “ariane”. Quel romanzo non è una fantasia fantascientifica».

Ovvero?

«Le forme di governo radicali nascono su fondamenta già esistenti. All’epoca ebbi l’intuizione che gli Stati Uniti non sono fondati solo sulle strutture illuministiche repubblicane del XVIII secolo, tutte uguaglianza e separazione tra Stato e Chiesa. Alla base c’è anche la temeraria teocrazia del New England puritano del XVII secolo, coi suoi marcati pregiudizi, soprattutto contro le donne. Compresi, insomma, che in America c’è un sotterraneo sentimento fanatico che aspetta solo l’opportunità di un nuovo caos sociale per riemergere ed affermarsi».

Nell’America di Trump il romanzo è stato bandito dalle biblioteche scolastiche in molti Stati repubblicani. Lei ha reagito realizzando un’edizione in metallo del libro che non può essere distrutta...

«Bandire e censurare i libri è abitudine antica: già Platone voleva cacciare i poeti dalla sua Repubblica perché non li riteneva abbastanza rispettosi degli dei. Oggi Trump è il nuovo Zeus che non si può criticare. Mi colpisce, poi, che a condannare aspramente il romanzo siano nazionalisti cristiani, intenzionati a creare proprio il tipo di mondo che descrivo. Evidentemente, se vuoi pugnalare tua suocera nel suo letto, non vuoi che qualcuno scriva un romanzo dove si descrive una suocera pugnalata nel suo letto. Per fortuna, oggi non è così facile silenziare una storia semplicemente rimuovendola dagli scaffali. Tanto più se c’è una serie tv internazionale che la gente può guardare anche sul cellulare».

I mantelli rossi delle ancelle del romanzo nella realtà sono diventati strumento di chi protesta contro il divieto di aborto. Approva?

«Sì, sono uno strumento di protesta davvero efficace. Permette alle donne che li indossano di mandare un messaggio potente, semplicemente entrando silenziose in un parlamento locale o in un tribunale dove ci sono gli uomini che legiferano sul loro corpo. Non possono cacciarle perché non disturbano. Ma sono molto visibili e se c’è una telecamera in sala si concentra su di loro. Ormai tutti sanno cosa significano quei mantelli. Il messaggio di biasimo è istantaneo».

Quel libro ha fatto di lei un’icona femminista.

«Un termine vago, non mi piace. E poi non è l’autore a dare senso ai libri, ma il lettore, fin dal momento in cui vengono pubblicati. Lanciare un libro è come varare una nave: una volta stampato, naviga per fatti suoi. Non puoi sapere cosa ci troverà dentro chi lo legge».

I lettori come reagiranno alla sua biografia?

«Qualcuno la amerà, qualcuno la odierà. E soprattutto gli odiatori si faranno sentire. Accade ogni volta. Un tempo ricevevo lettere d’odio dattiloscritte, con tanto di francobollo. Ora quelle stesse cose arrivano sotto forma di tweet. Lo dico sempre ai giovani autori: se il vostro libro avrà successo, vi arriveranno entro un mese almeno tre messaggi spiacevoli da gente che non conoscete. Tre è il minimo».

Lei cosa legge?

«Sono onnivora. Leggo tutto, romanzi ma anche tanta storia. Al momento m’interessa la Rivoluzione francese: ha molti paralleli con l’epoca contemporanea. Sì, anche questa è un’era rivoluzionaria. Soprattutto in America. Dove stanno facendo tutto ciò che si fa durante le rivoluzioni: tipo rinominare cose e tirare giù il sistema giudiziario. È tutto già successo e descrivibile: potrei fare la lista dei passaggi obbligati. Non guardano alla rivoluzione americana, focalizzata sui soldi. L’origine di tutto è stata quella francese, la prima ad essere una sorta di territorio orwelliano dell’ipercontrollo sulla mente. Ti sospetto di avere cattivi pensieri sulla rivoluzione? Ti taglio la testa. Questo ha marcato quanto è venuto dopo. Tendiamo a pensare che le rivoluzioni siano una cosa di sinistra. Non è così: ce ne sono anche di destra. In America oggi c’è una destra termidoriana che reagisce aggressivamente al lungo periodo di influenza della sinistra. Ma risultati e tattiche sono gli stessi di oltre due secoli fa».

Margaret Atwood con la scrittrice americana Naomi Alderman, a cui ha fatto da mentore ispirando il suo romanzo Ragazze elettriche 

Ha donato un suo racconto inedito al Future Library Project: una biblioteca in Norvegia che non potrà essere aperta fino al 2114. Ma lei il futuro come lo immagina?

«Il futuro non esiste. O meglio: è una teoria. Non c’è un solo futuro, ce ne sono molti. Ce lo ha insegnato H.G.Wells: chi guarda al futuro viaggia nel tempo. Dunque, in uno dei miei tanti futuri ho un attacco di cuore domani – e ora che ci penso, farò meglio a pianificare il mio funerale appena smetterò di parlare con lei. In un altro, vivrò fino a 97 anni, l’età in cui è morta mia madre: ne sarò felice solo se ci arriverò in buona salute. In un altro ancora, muoio su un palco mentre sto facendo un reading del mio lavoro. Sarebbe spettacolare. Insomma, ogni volta che pensiamo al futuro, sbagliamo. Però, se insiste, una previsione la faccio».

Insisto.

«Siamo nel pieno di una tempesta perfetta. Cambiamenti climatici, più autoritarismo, più il fatto che abbiamo già così tanta plastica in corpo da poterne fare una carta di credito, più un mondo dove la popolazione sta invecchiando e non è rimpiazzata da un numero equivalente di giovani. Come possiamo farcela? Gli unici che staranno benone nel futuro saranno gli scarafaggi».

Sul Venerdì del 31 ottobre 2025

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