Pfas, la fabbrica dei veleni di Vicenza va a Mumbai
Marta Frigerio, Gianluca Liva e Anna ViolatoIlario Ermetti non ci è mai stato, ma quella fabbrica in India gli è familiare. «Sì, la Miteni era fatta più o meno così. I serbatoi, le celle, i reparti». Ermetti, 69 anni, ha lavorato come operaio alla Miteni dal 1979 al 2018, anno in cui l’azienda chimica di Trissino (Vicenza) ha dichiarato fallimento. Le sue analisi del sangue hanno rilevato una concentrazione di Pfas tra le più alte mai accertate; da anni lotta con gravi problemi cardiaci e altre malattie. Nonostante si stia riprendendo da una recente operazione, consulta con attenzione i documenti. Sono schemi di costruzione e foto di una nuova fabbrica per la produzione di Pfas: si trova nel distretto chimico di Lote Parshuram, in India, 200 chilometri a sud di Mumbai, ed è di proprietà dell’indiana Laxmi Organic Industries. Ma i suoi macchinari, i brevetti e i processi produttivi vengono da qui, da Trissino: sono quelli della Miteni. La fabbrica vicentina ha chiuso nel 2018 dopo uno dei peggiori scandali ambientali della stori…
Ilario Ermetti non ci è mai stato, ma quella fabbrica in India gli è familiare. «Sì, la Miteni era fatta più o meno così. I serbatoi, le celle, i reparti». Ermetti, 69 anni, ha lavorato come operaio alla Miteni dal 1979 al 2018, anno in cui l’azienda chimica di Trissino (Vicenza) ha dichiarato fallimento. Le sue analisi del sangue hanno rilevato una concentrazione di Pfas tra le più alte mai accertate; da anni lotta con gravi problemi cardiaci e altre malattie. Nonostante si stia riprendendo da una recente operazione, consulta con attenzione i documenti. Sono schemi di costruzione e foto di una nuova fabbrica per la produzione di Pfas: si trova nel distretto chimico di Lote Parshuram, in India, 200 chilometri a sud di Mumbai, ed è di proprietà dell’indiana Laxmi Organic Industries. Ma i suoi macchinari, i brevetti e i processi produttivi vengono da qui, da Trissino: sono quelli della Miteni. La fabbrica vicentina ha chiuso nel 2018 dopo uno dei peggiori scandali ambientali della storia recente: per decenni aveva rilasciato Pfas, i cosiddetti “inquinanti eterni”, contaminando le risorse idriche in un’area in cui vivono 350 mila persone, tra le province di Vicenza, Verona e Padova. La procura di Vicenza ha accertato che la dirigenza era a conoscenza della contaminazione almeno dagli anni 90. Nel 2009 il capitale dell’azienda era passato da Mitsubishi a ICIG, una holding lussemburghese che ha acquisito la società per il prezzo simbolico di 1 euro. Lo scorso giugno, gli ex manager dell’azienda sono stati condannati in primo grado a un totale di 141 anni di reclusione per disastro ambientale e altri reati. Ma, nonostante il danno sia stato riconosciuto, i suoi impianti ora sono a Lote, nello stato indiano del Maharashtra.
Dove hanno ripreso a produrre Pfas.
Venduti all’asta
Dopo il fallimento della Miteni, infatti, i suoi beni sono stati messi all’asta. Laxmi Organic, che li ha comprati per 4,6 milioni di euro, era l’unica società che nel giugno 2019 ha partecipato all’asta. Tra il 2021 e il 2022 gli impianti sono stati smontati e nel 2023 sono partiti a bordo di navi cargo alla volta di Mumbai. Nel distretto chimico di Lote la costruzione del sito, il primo impianto di produzione di Pfas in India, è iniziata allora. Mentre la valutazione di impatto ambientale della fabbrica, necessaria per ottenere i permessi di costruzione, era già cominciata nel marzo 2018: comprendeva l’elenco delle sostanze che si sarebbero poi prodotte, una lista compatibile con quelle della Miteni. Antonio Nardone, ultimo amministratore delegato dell’azienda di Trissino, avrebbe fatto diversi viaggi in India già nei mesi precedenti al fallimento della società, come riferisce un ex dipendente Miteni con un ruolo di rilievo, che ha chiesto di restare anonimo.
Nardone, condannato in primo grado alla pena di 6 anni e 4 mesi per inquinamento ambientale e falso in bilancio, è inoltre un membro del consiglio di amministrazione di Laxmi Organic Italy, società costituita nel 2021. Questi elementi suggerirebbero che tra le due aziende esistessero collegamenti precedenti al fallimento dell’impresa vicentina. Contattato per un commento, Nardone ha preferito non rilasciare dichiarazioni.
La Ue vorrebbe vietarli
«Il fatto che si siano trasferiti produzioni, brevetti e macchinari Miteni in una realtà come l’India, ancora più deteriore dal punto di vista del contesto normativo e della sicurezza ambientale, ci induce a riflettere sul potere che hanno queste multinazionali di delocalizzare in Paesi dove c’è un gioco al ribasso sulla tutela ambientale», commenta Claudia Marcolungo, docente di diritto ambientale all’Università di Padova. L’Agenzia europea per le sostanze chimiche in questi mesi sta valutando una proposta di bandire la produzione e l’uso dei Pfas nell’Ue, proposta che ha scatenato un’alzata di scudi delle lobby della chimica e della plastica. Ma se l’attenzione sugli “inquinanti eterni” in Europa sta crescendo, la situazione in India è ancora molto diversa. Per il settore della chimica, delocalizzare la produzione di sostanze pericolose come i Pfas nel Sud globale è vantaggioso: manodopera meno costosa, normative ambientali meno rigide, controlli più deboli.
«Tutto legale»
A Lote Parshuram, il nuovo sito produttivo di Laxmi si erge al limitare di un ampio distretto chimico, operativo dal 1986 e controllato dalla Maharashtra Industrial Development Corporation.
Qui, tra la terra rossa e il verde brillante della vegetazione tropicale, la popolazione locale soffre già gli effetti di gravi problemi di inquinamento. «Quel distretto chimico ha dei precedenti ambientali pessimi», spiega Parineeta Dandekar, coordinatrice del South Asia Network on Dams, Rivers and People. «Sversamenti non controllati di acque reflue hanno portato al collasso completo delle comunità che vivevano di pesca». Le aziende del distretto chimico di Lote trattano le acque reflue in un depuratore centralizzato, che però è oggetto di controversie. «I villaggi locali hanno sempre dichiarato che non funziona nel modo giusto. Quando non c’è elettricità, e accade spesso nelle zone rurali del Maharashtra, si ferma e le industrie scaricano direttamente nel fiume». Non a caso, negli ultimi anni, le autorità ambientali dello stato hanno mandato numerose lettere di avvertimento ai gestori del depuratore. In India, «le normative che regolano i limiti degli inquinanti non includono standard per i Pfas. Ad oggi non sono riconosciuti come un problema dal governo indiano», spiega Rajneesh Gautam, chimico ambientale dell’università svedese di Scienze Agricole.
Gautam ha pubblicato una revisione di tutti gli studi scientifici esistenti sull’inquinamento da Pfas in India, ed evidenzia come il problema sia ancora ignorato. «In una situazione di questo tipo, l’arrivo di aziende più pericolose è un rischio», commenta Dandekar. Il verbale di una riunione con gli investitori di Laxmi mostra come, di fronte a una domanda sui rischi legati alla produzione di Pfas, il presidente dell’azienda, Harshvardhan Goenka, avrebbe minimizzato, sostenendo che la Miteni ha «agito legalmente secondo gli standard europei».
Mamme No Pfas
Da quest’anno lo stabilimento di Lote è entrato a pieno regime. Lì oggi vengono prodotti gli stessi composti fluorurati un tempo sintetizzati a Trissino, con brevetti, macchinari e know-how ereditati da Miteni. I registri di esportazione mostrano che quelle sostanze stanno iniziando a viaggiare in tutto il mondo: Stati Uniti, Giappone, Cina, Svizzera, Messico, Danimarca. Raggiungerebbero anche ex clienti di Miteni, come Basf, DuPont o Chemours, ai quali Laxmi avrebbe inviato campioni per ottenere l’approvazione sulla qualità dei prodotti. Sarebbero arrivati anche in Italia: nel maggio 2025, un campione di uno dei Pfas brevettati da Miteni sarebbe stato inviato a un’azienda farmaceutica che si trova a soli sette chilometri dallo stabilimento dismesso di Trissino.Negli ultimi anni, diversi studi e inchieste hanno dimostrato che la contaminazione è particolarmente acuta vicino alle aziende chimiche che li producono.
In chi ha lanciato l’allarme in Veneto, come Michela Piccoli delle “Mamme No Pfas”, ora sale la preoccupazione che tutto possa accadere di nuovo in India. «La nostra attenzione è aumentata», commenta l’attivista. Anche gli ex operai Miteni, come Ilario Ermetti, si chiedono tra quanto i problemi inizieranno ad emergere anche in India. Gli effetti della contaminazione sugli operai vicentini sono venuti alla luce solo nel 2019, grazie alle ricerche degli epidemiologi Enzo Merler e Paolo Girardi. «Siamo riusciti a ricostruire la storia di oltre 700 lavoratori transitati in Miteni dal 1967 al 2018», racconta Girardi. Un lavoro che ha portato a riconoscere un rischio di mortalità anomalo tra i lavoratori più esposti. Il quadro, tuttavia, è ancora lontano dall’essere chiaro. «Il mio medico di base non sapeva spiegarsi come mai io avessi così tanti problemi di salute. Nessuno però è ancora in grado di dirmi che c’è una correlazione certa. Probabilmente ci vorranno 40 anni per trovare il nesso, come è stato con l’amianto», commenta Ermetti. «Io ho problemi al cuore, ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia e diabete», racconta Stefano De Tomasi, che alla Miteni ha lavorato a contatto con i Pfas per circa dieci anni. A maggio, per la prima volta un tribunale ha riconosciuto un nesso tra questi inquinanti eterni e i tumori. Per ora, però, il processo Miteni si è chiuso in primo grado di giudizio senza riconoscere risarcimenti per gli ex lavoratori. «Quello che è successo alla Miteni è una catastrofe umana e ambientale», commenta Vicky Cann, ricercatrice della ong Corporate Europe Observatory. «Ma è tremendo pensare che la Miteni non è la fine della storia e che questa catastrofe potrebbe ripetersi in India. È giunto il momento che l’industria chimica si assuma la responsabilità dell’inquinamento che provoca, ovunque esso si verifichi, e smetta di approfittare dei luoghi in cui le normative sanitarie o ambientali sono più deboli».