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Panatta & Bertolucci: “Adriano si annoia come i bambini”, “Paolo è pazzo: si è dato al tango”

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Insieme hanno fatto la storia del tennis italiano. Ora lo commentano. Anche in un podcast diventato un libro. Tra ricordi e prese in giro, li abbiamo raggiunti per un’intervista in doppio. E senza tanti complimenti
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Adriano Panatta è drasticamente incline alla noia. «Abbiamo finito?» chiede ancor prima di sederci al tavolo. Paolo Bertolucci è diventato un viveur: «La verità è che a un certo punto è impazzito» conferma Panatta tra il divertito e il preoccupato. «Lui che era sempre così schivo… deve essere stato infettato da qualche virus».

Li incontriamo nella sede di Sky dove i due devono registrare una nuova puntata della serie Tennis Heroes. Loro eroi del tennis lo sono stati: Adriano Panatta è l’unico italiano nell’era Open (dal 1968) ad aver vinto nello stesso anno gli Internazionali d’Italia e il Roland Garros. In doppio hanno conquistato 12 titoli su 19 finali. In classifica mondiale Panatta e Bertolucci hanno raggiunto rispettivamente il 4° e 12° posto.

Soprattutto, sono stati i protagonisti della prima storica vittoria della Coppa Davis del 1976, quella raccontata nel documentario Una squadra di Domenico Procacci. «Non è che prima eravamo finiti nel dimenticatoio. Certo, l’uscita di quel …

Adriano Panatta è drasticamente incline alla noia. «Abbiamo finito?» chiede ancor prima di sederci al tavolo. Paolo Bertolucci è diventato un viveur: «La verità è che a un certo punto è impazzito» conferma Panatta tra il divertito e il preoccupato. «Lui che era sempre così schivo… deve essere stato infettato da qualche virus».

Li incontriamo nella sede di Sky dove i due devono registrare una nuova puntata della serie Tennis Heroes. Loro eroi del tennis lo sono stati: Adriano Panatta è l’unico italiano nell’era Open (dal 1968) ad aver vinto nello stesso anno gli Internazionali d’Italia e il Roland Garros. In doppio hanno conquistato 12 titoli su 19 finali. In classifica mondiale Panatta e Bertolucci hanno raggiunto rispettivamente il 4° e 12° posto.

Soprattutto, sono stati i protagonisti della prima storica vittoria della Coppa Davis del 1976, quella raccontata nel documentario Una squadra di Domenico Procacci. «Non è che prima eravamo finiti nel dimenticatoio. Certo, l’uscita di quel doc e il momento d’oro del tennis italiano ci ha rimesso al centro dell’attenzione», ammette Bertolucci che con l’amico Panatta gli eroi del tennis di oggi li commenta, tra il tecnico e il dissacrante, anche nel podcast La telefonata che ora è diventato un libro con le loro conversazioni sui quattro Slam 2025. «La nostra ultima telefonata? Quella per la chiusura degli Us Open», dice Bertolucci. «Ma se ci siamo sentiti stamattina per metterci d’accordo per oggi?», ribatte Panatta. «Sì, io intendevo quella tennistica. Adriano non si ricorda mai niente. Ha una certa età…».

Per commentare la vittoria di Sinner e i sei milioni di dollari di montepremi al Six Kings Slam non vi siete sentiti?
Adriano Panatta:
«No, ci chiamiamo solo per il tennis vero».
Paolo Bertolucci: «Sono contento per loro che guadagnano un sacco di soldi ma, insomma, diciamo che è una manifestazione un po’ così…».
Panatta: «Mi hanno chiesto se io avessi mai vinto sei milioni. Ho detto: sì, un sacco di volte. Ma erano lire. Vabbè, abbiamo finito?».

No, appena iniziato. Con tutte queste telefonate i vostri numeri saranno salvati tra i “preferiti”.
Panatta:
«Sinceramente no. Non è che ci sentiamo poi così spesso. Abbiamo un legame abbastanza strano. Per esempio non ci abbracciamo mai».
Bertolucci: «Non ci baciamo neanche».
Panatta: «Quello mi farebbe un po’ senso. La nostra è un’amicizia fortissima, solida, importante. Però non siamo come quelli che perdono tempo a chiedersi “che hai fatto oggi? dove sei andato?”».
Bertolucci: «Durante il lockdown ci saremo sentiti una volta o due. Di sicuro quando mi ha chiamato perché si annoiava e voleva cucinare. Dico “tu sei a Treviso, io a Verona, che vuoi cucinare?”».
Panatta: «Ho pensato: facciamo finta che viviamo ancora insieme come quando eravamo ragazzi».

La squadra della Davis nel 1977: Barazzutti, Bertolucci, Panatta e Zugarelli 

Il vostro rapporto dura da sessant’anni, da quando ragazzini vi siete conosciuti al centro federale di Formia. Se il tennis non vi avesse fatto incontrare?
Panatta:
«La mia qualità di vita sarebbe stata migliore sicuramente».
Bertolucci: «Chissà se saremmo diventati amici. Sta di fatto che il tennis è stato una base importante del nostro legame. Quando avevamo 14 anni, nel college della Federazione l’allenatore ci ha messo nella stessa camera: abbiamo dormito insieme per otto mesi di fila».
Panatta: «E poi sono diventati anni».
Bertolucci: «Fino al matrimonio, ma anche qualche anno dopo, abbiamo dormito molte più volte io e lui che con le nostre mogli».
Panatta: «Avevamo un rapporto fluido, insomma. Ora l’intervista è finita?».

Ma allora è vero che lei, Panatta, si annoia sempre.
Panatta:
«Ho poca pazienza».
Bertolucci: «Non la prenda sul personale, con gli anni è peggiorato e non poco. Dopo dieci minuti si rompe le scatole, qualsiasi cosa faccia, ovunque vada. Come i bambini, deve cambiare continuamente. Una volta mi corre in macchina, una volta mi fa motonautica e non combina mai niente. È fatto così».
Panatta: «Paolo invece è impazzito. Ora si crede un ballerino, un tanguero». Bertolucci: «È vero. Tempo fa sono andato con la mia nuova compagna a Buenos Aires e per un mese ho fatto una scuola di tango. Un corso intensivo nel miglior posto possibile».
Panatta: «Lo vede che diventa serio? È pazzo, è pazzo!».

Ora che il tennis sta vivendo un momento d’oro, anche voi vi state frequentando più assiduamente.
Bertolucci:
«In realtà lui mi ha sempre seguito: io mi sposto, lui mi segue».
Panatta: «Ma mica mi trasferivo per te, è stato per le donne che ho sposato».
Bertolucci: «Guarda caso, io sono di Forte dei Marmi e lui è venuto a vivere lì. Poi sono andato a Verona e lui mi ha detto: “Ma che ci vai a fare in Veneto, non andare”. Dopo tre anni è arrivato anche lui».

Avete mai litigato seriamente?
Panatta:
«Ogni tanto lui perdeva la pazienza e non mi parlava per due-tre giorni».

E poi chi faceva il primo passo?
Panatta:
«Io, perché la cosa mi annoiava. Dormivamo insieme, mangiavamo insieme, giocavamo insieme senza rivolgerci la parola. Mi sembrava assurdo».
Bertolucci: «Una volta in un hotel in America, in mezzo a mille persone, si alza e mi dice: “Le cose sono due, o mi parli o io adesso ti strozzo qui davanti a tutti”».
Panatta: «Perché lui è permaloso come un macaco e io amo fare i dispetti. Ammetto che ogni tanto sono un pochino, come si può dire, rompipalle. Io con me stesso non avrei mai giocato in doppio».
Bertolucci: «Adriano era una radio sempre accesa. Non smetteva mai di parlare. Io non ascoltavo».

Lei, Bertolucci, è il più diplomatico.
Panatta:
«Paolo è papalino democristiano. Doveva essere un bellissimo monsignore. Adesso invece posta su Instagram bacini in cui fa quella boccuccia orrenda, frasi d’amore. Che poi, vede, io per rispetto non commento quelle cose lì... Però tu, Paolo, un giorno mi dovrai raccontare la verità, quello che ti è successo, perché a me non mi freghi».

Panatta, lei è sempre stato un sex symbol, c’è qualche tennista di oggi in cui si riconosce?
Panatta:
«Bei ragazzi ce ne sono tanti ma non li conosco personalmente».
Bertolucci: «Oggi è tutto diverso. Noi giravamo da soli e il contatto con la gente era diretto. Ora i tennisti viaggiano con un team di otto/dieci persone. Per arrivare all’atleta devi passare quattro segretarie».

Vi divertivate di più.
Bertolucci:
«In campo giocavi e ti allenavi seriamente. Ma quasi tutte le sere andavi a cena con gli altri ragazzi a ridere e scherzare. Oggi è impensabile».

Per voi nessun burnout.
Bertolucci:
«Ora c’è un’organizzazione maniacale e una pressione mediatica pazzesca. Quando noi andavamo ai tornei in giro per il mondo eravamo soli. Decidevamo quando allenarci, quando andare a dormire. Ci voleva un’autodisciplina notevole, non è che potevi fare il cretino. Poi tornati a Roma, magari con una settimana libera, ci divertivamo».

Avete letto l’autobiografia di Borg? Magari vi incuriosisce sapere se siete stati citati…
Bertolucci:
«No. Anche perché molte delle cose che abbiamo fatto e visto non potrebbero essere raccontate, per lo meno non facendo nomi e cognomi. È chiaro che succedeva qualcosa: avevamo 23/24 anni, in giro per il mondo, non eravamo sposati, capitava…».

Prima, quando giocando tra amici si faceva un bel colpo, ancora si diceva “Ma chi sei, Panatta?”. Ora si dice: “Ma chi sei, Sinner?”. Le dispiace?
Panatta:
«A me? Ma io sto morendo. Ma sai che me frega? Zero».

La verità: quando Sinner ha perso la finale del Roland Garros lei, Panatta, ha tirato un sospiro di sollievo?
Panatta:
«Nun ce prova’. Assolutamente no. Anzi, ho detto che sarei stato contento se avesse vinto, così avrebbero smesso di rompermi le palle con ’sta storia che sono rimasto l’unico ad aver conquistato il torneo di Parigi. Prima o poi anche Sinner ci riuscirà, se non il prossimo anno quello dopo. E io e Bertolucci saremo morti. Paolo, tu sarai un tanguero morto».

In un singolo tra voi due?
Bertolucci:
«Vincerebbe Adriano, perché io non prendo la racchetta in mano da 40 anni. Quando ho smesso ho detto: “Ricomincio dal prossimo lunedì”, poi dal prossimo mese, come si fa con le diete».

Il padel?
Bertolucci:
«Per l’amor di Dio, sono totalmente disinteressato».
Panatta: «Lui non fa niente. Ha paura di rovinarsi i piedi per ballare. Io ci gioco, mi diverto».

Vi punzecchiate continuamente: per una volta fatevi un complimento.
Panatta:
«Un complimento a lui? (lunga pausa pensierosa) Non ci riesco, davvero, è più forte di me».

Finita l’intervista, sul treno del ritorno arriva la notizia: Sinner ha rinunciato alla Coppa Davis. Apriti cielo. In extremis chiediamo un commento ai due. Ma non rispondono. Li staranno già chiamando tutti. Saranno annoiati? Pure Bertolucci? Casqué.

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