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Blondie: a 80 anni giro ancora di notte per i club di New York

Debbie Harry nel 1978 (BuzzFoto/FilmMagic / Getty images ) 

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Debbie Harry non si sente una sopravvissuta e resta un’icona di stile, pronta a tornare con un nuovo album. «Un consiglio per chi vuole sfondare oggi nella musica? Un corso di business»
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Debbie Harry non si sente una sopravvissuta. «Anche se di fatto lo sono, molti di quelli che conoscevamo ai nostri esordi non ci sono più. Siamo stati fortunati. Eravamo tutti insieme in una specie di follia, ma faceva parte dell’entusiasmo di quel periodo». 50 milioni di dischi venduti, sei decenni di carriera, e non è ancora finita. La scusa per chiacchierare con la voce dei Blondie, la band ponte fra la cultura punk e quella disco, arriva dalla riedizione in versione deluxe di No Exit, l’album che segnò il ritorno del gruppo nel ’99 dopo una pausa di oltre 17 anni. Disponibile per la prima volta anche in vinile, quel disco tutti lo ricordano per Maria, la hit prodotta da Giorgio Moroder.

«Ho ancora tutta la mia collezione di vinili, raccolta in parecchi scatoloni, ma non ho un giradischi», racconta Chris Stein, l’altra colonna della band, che arriva a sorpresa su Zoom qualche minuto prima di lei. «La musica la ascolto su questo» e indica il cellulare. Cosa ascolta? «Di tutto, class…

Debbie Harry non si sente una sopravvissuta. «Anche se di fatto lo sono, molti di quelli che conoscevamo ai nostri esordi non ci sono più. Siamo stati fortunati. Eravamo tutti insieme in una specie di follia, ma faceva parte dell’entusiasmo di quel periodo». 50 milioni di dischi venduti, sei decenni di carriera, e non è ancora finita. La scusa per chiacchierare con la voce dei Blondie, la band ponte fra la cultura punk e quella disco, arriva dalla riedizione in versione deluxe di No Exit, l’album che segnò il ritorno del gruppo nel ’99 dopo una pausa di oltre 17 anni. Disponibile per la prima volta anche in vinile, quel disco tutti lo ricordano per Maria, la hit prodotta da Giorgio Moroder.

«Ho ancora tutta la mia collezione di vinili, raccolta in parecchi scatoloni, ma non ho un giradischi», racconta Chris Stein, l’altra colonna della band, che arriva a sorpresa su Zoom qualche minuto prima di lei. «La musica la ascolto su questo» e indica il cellulare. Cosa ascolta? «Di tutto, classici, molta cumbia, reggaeton, mi piace la musica latina, Bad Bunny, e Sabrina Carpenter: Espresso è un bellissimo pezzo».

Quando anche Debbie compare sullo schermo con qualche minuto di ritardo, una consumata abitudine, non è difficile capire perché sia diventata un’icona del cool newyorkese. Ha compiuto 80 anni lo scorso luglio ed è radiosa, i capelli un po’ scompigliati ad arte, gli zigomi scolpiti – è ricorsa alla chirurgia estetica e lo ha dichiarato pubblicamente, con una scrollata di spalle, invecchiare non le piace (a chi piace?), non ha avuto figli e non ha rimpianti, la sua casa di Manhattan è piena di cagnetti, non c’è più il grande ritratto che le fece Andy Warhol, venduto e sostituito da una copia.

All’epoca di No Exit Debbie aveva 53 anni, del resto ne aveva già 31 quando è diventata famosa coi Blondie e posava per i fotoromanzi della rivista Punk in compagnia dei Ramones.

Perché proprio No Exit per questa riedizione deluxe?

«Perché è un album sottovalutato, rimasto sotto i radar. Avrebbe meritato più attenzione, contiene un sacco di belle cose che all’epoca sono passate inosservate. Tutti di quel disco conoscono solo Maria».

C’è anche un nuovo album in arrivo?

«High Noon uscirà l’anno prossimo. Sarà un po’ un omaggio a Clem (Burke, il batterista della band morto di tumore lo scorso aprile, ndr). C’è una canzone, Sleepwalking, incisa con Glen Matlock, ex bassista dei Sex Pistols. E la cover di un pezzo cumbia. Abbiamo sperimentato con generi diversi, in questo senso è un classico album dei Blondie».

Prova mai nostalgia dei vecchi tempi?

«Non amo vivere nel passato, non conservo quasi nulla, però ho ancora il mio vecchio impianto stereo originale. Ma è scollegato, ormai si sarà corroso all’interno. Spesso mi chiedono i miei ricordi preferiti, come se io potessi incapsulare il senso di un intero periodo. Mi piace ripensare al passato con i vecchi amici, parliamo della scena punk newyorkese degli anni 70, dei concerti che abbiamo visto e ovviamente ciascuno ricorda in modo diverso. Così è divertente. Ma farlo seriamente, no».

Frequenta ancora i club?

«New York è cambiata ma ha mantenuto la sua energia. E mi piace ancora uscire la sera, c’è una bella scena di club a Williamsburg, a Brooklyn. Stanno succedendo molte cose lì, solo che io non ne faccio parte. Non più. Ho fatto il mio tempo e ne sono soddisfatta. Mi sono divertita molto, è stata una grande esperienza, intendo l’esperienza che ha spinto i Blondie a diventare parte di un’industria e di un genere musicale, di un sound o di un’epoca. Ora posso andare nei club, bere qualcosa e fare la sciocca come chiunque, senza riflettori puntati».

Quanto del personaggio Blondie le è rimasto attaccato?

«Il personaggio che mi ero costruita serviva a richiamare l’attenzione sulla nostra musica e a parlare di ciò che era o non era accettabile per le ragazze a quel tempo. Era un’immagine visuale forte, sfacciata, molto più di quanto io non fossi nella realtà. Ho avuto degli ottimi consiglieri in questo. All’inizio mi vestiva Stephen Sprouse, un designer straordinario morto troppo presto. Ci siamo conosciuti perché abitavamo nello stesso condominio sulla Bowery, non lontano dal Cbgb. In termini di stile credo che quello sia stato il mio periodo più bello. Stephen confezionò l’abito che indosso nel video di Heart of Glass, aveva stampato delle scansioni televisive sul tessuto. Aveva un’attitudine che era insieme punk e raffinata. Mi ha insegnato molto».

Quando ha esordito non c’erano modelli di riferimento femminili nel rock’n’roll, poi siete arrivate lei, Patti Smith…

«E ora il rock and roll è molto popolare tra le ragazze, ma è diventato anche molto showbiz. Ci sono diverse buone band guidate da donne: mi piacciono Amyl and the Sniffers perché non cercano di presentarsi come showgirl, con costumi e show sfarzosi».

Oggi essere sexy è diventato una sorta di empowerment femminile, si sente una pioniera in questo senso?

«Oh, ma tutti lo facevamo, non era così insolito. Mick Jagger era super sexy in ogni momento. Il paradosso è che non fosse politicamente corretto per le donne esserlo. Le cose si sono giustamente evolute, ma ho l’impressione che l’uso del fascino femminile sia ancora troppo spesso una questione di business più che di personalità».

Da un paio di anni firma una collezione di moda per il marchio Wildfang, nell’ultima c’è una t-shirt con la scritta “Do Everything Wrong”, fai tutto nel modo sbagliato. È il suo mantra?

«Sì, è un buon mantra. Del resto l’area culturale da cui vengono i Blondie ha prosperato sul rompere le regole, che significa sperimentare, e io credo sia quella la chiave del successo. L’altro mio mantra è “non c’è un limite a quanto puoi renderti ridicolo”. Non bisogna prendersi troppo sul serio esattamente come non bisogna aver paura di fare qualcosa che potrebbe essere considerato sbagliato».

Per quale canzone vorrebbe essere ricordata?

«Cosa risponderebbe Beethoven? Non so se siamo paragonabili a Beethoven, ma penso sempre alle canzoni come pezzi di qualcosa di più grande. Poi, certo, sono orgogliosa di alcune cose, come il crossover di Rapture con il rap. La comunità hip hop ci ha subito accettati, i discografici invece dicevano che il rap era solo una moda passeggera…».

Cosa ne è stato del progetto di un biopic sui Blondie? Anni fa girava voce lo stesse girando Michel Gondry, ma non se n’è saputo più niente.

«Non so cosa sia successo ma in fondo non mi dispiace. La storia non è finita, stiamo ancora qui a pubblicare dischi, non è un po’ prematuro per un biopic? Comunque c’è il progetto di un documentario, vedremo».

Cinquant’anni di carriera, se si guarda indietro c’è qualcosa che avrebbe fatto diversamente?

«Mi sarei fidata di meno. Non avrei dovuto fidarmi della maggior parte delle persone con cui abbiamo avuto a che fare, non solo i discografici. Siamo stati truffati dal nostro direttore commerciale, eravamo ingenui perché era tutto nuovo per noi. Ci sarebbe voluto un bagno di realtà. Ma le cose si muovevano molto in fretta. Eravamo così determinati e però così digiuni in fatto di business, abbiamo ricevuto cattivi consigli e per ignoranza li abbiamo seguiti. Quello che posso dire a chiunque stia cercando di sfondare oggi è: un po’ di istruzione può fare la differenza, fate un corso di economia!».

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