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Vince Gilligan, l’autore di Breaking Bad, torna con Pluribus. “L’infelicità ci spinge a migliorare”

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Dopo i cattivissimi Breaking Bad e Better Call Saul, ora nella serie Pluribus descrive un’umanità super gentile. Perché infettata da un virus. Intervista
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Non bastano legioni di servitori per fare una regina. Carol Sturka, ad esempio, non ha che da chiedere e le viene dato. Non nel futuro: subito. Le portano la colazione a domicilio ma, siccome teme di essere infettata, butta via tutto. Vuole fare la spesa e i supermercati, abbandonati dopo il Grande Contagio, si riempiono di nuovo di ogni mercanzia. Le poche persone che incontra le sorridono e, in un inquietante coro, le promettono: «Siamo qui per aiutarti». Per servirla, in realtà. Blandirla. Adularla.

Il mondo è diventato un grande hotel a sette stelle a sua completa disposizione. Le basta comporre un numero e, al posto della reception, parla con la Casa Bianca, pronta a esaudire ogni sua richiesta. Le serve un aereo per andare a incontrare gli altri sopravvissuti? È già pronto per il decollo. Le regine infelici sono ognuna infelice a modo suo. Qual è il regno di Carol, esattamente? Un simulacro di società dove tutti sono diventati, di colpo, gentilissimi. Merito (o colpa?) di un vir…

Non bastano legioni di servitori per fare una regina. Carol Sturka, ad esempio, non ha che da chiedere e le viene dato. Non nel futuro: subito. Le portano la colazione a domicilio ma, siccome teme di essere infettata, butta via tutto. Vuole fare la spesa e i supermercati, abbandonati dopo il Grande Contagio, si riempiono di nuovo di ogni mercanzia. Le poche persone che incontra le sorridono e, in un inquietante coro, le promettono: «Siamo qui per aiutarti». Per servirla, in realtà. Blandirla. Adularla.

Il mondo è diventato un grande hotel a sette stelle a sua completa disposizione. Le basta comporre un numero e, al posto della reception, parla con la Casa Bianca, pronta a esaudire ogni sua richiesta. Le serve un aereo per andare a incontrare gli altri sopravvissuti? È già pronto per il decollo. Le regine infelici sono ognuna infelice a modo suo. Qual è il regno di Carol, esattamente? Un simulacro di società dove tutti sono diventati, di colpo, gentilissimi. Merito (o colpa?) di un virus, annunciato da un criptico messaggio intergalattico, che sembra aver resettato gli esseri umani, ripulendoli da ogni traccia di cattiveria, pregiudizio e violenza. Tutti tranne una manciata di non contagiati, tra cui appunto l’eroina di Pluribus, la nuova, spiazzante serie di Vince Gilligan, leggendario creatore di Breaking Bad e Better Call Saul. Lo Shakespeare della serialità contemporanea. Con cui, superando le consuete forche caudine hollywoodiane, chiacchieriamo via Zoom.

Vince Gilligan (58 anni) (Getty images) 

A giudicare dalle prime puntate (sulle nove) che ho potuto vedere in anteprima, gli agganci con l’attualità sembrano essere due: un virus che si diffonde come il Covid e un mondo di incruenti zombie onniscienti alla maniera di ChatGpt.
«È interessante il collegamento con il Covid o l’Ia, però devo deluderla. Nel senso che l’idea mi è venuta almeno otto se non dieci anni fa, quando né l’uno né l’altra esistevano ancora. Anzi, quando ci fu la pandemia ricordo di aver pensato – non mi fraintenda: è stata una cosa terribile sotto ogni aspetto –: questa idea su cui ho lavorato così duramente per anni, ora penseranno tutti che riguardi il Covid mentre non ha niente a che farci. E poi è arrivata l’intelligenza artificiale, di cui avevamo sempre sentito parlare ma che è diventata una sorta di quasi realtà. Io non so quanta intelligenza ci sia nell’Ia, ma so che è senz’altro un bell’argomento da salotto. Comunque spetterà al pubblico decidere di cosa pensa che parli la serie».

Il senso di Breaking Bad lei lo riassunse magnificamente in meno di una frase: «Da Mr. Chips a Scarface», intendendo col primo l’insegnante buono per antonomasia. Di Pluribus ha detto: «La persona più infelice della Terra cerca di salvare il mondo dalla felicità». Ma la bestsellerista Carol non mi sembra affatto così infelice…
«Ho quasi sessant’anni e penso alla felicità molto più di quanto dovrei perché non sono una persona particolarmente felice. Inseguiamo la felicità per tutta la vita e non sempre la troviamo. Ma più invecchio, più mi chiedo: è davvero così importante? Conosco diverse persone felici, le guardo e dico – tra me e me, chiedere sarebbe maleducato –: ma perché diavolo sei così felice? Mentre conosco anche persone di grande successo, persino miliardari, molto infelici. Il successo non è correlato alla felicità. Anzi, forse nulla è davvero correlato con essa. A volte penso che siano solo geni o sostanze chimiche nel nostro cervello. Però credo anche che sono le persone infelici quelle che fanno girare il mondo. Se sei felice sei fondamentalmente soddisfatto della situazione, qualunque essa sia. Ma se sei infelice tendi a pensare: come posso rendermi felice? E così magari inventi l’automobile o l’aeroplano. O, ai tempi dei Neanderthal, hai freddo e scavi una caverna per viverci. Insomma, penso molto alla felicità. Ed è forse da qui che viene fuori questa serie».

Nel primo episodio, mentre Carol autografa un suo romanzo fantasy, si intuisce che, a dispetto di tutte le copie vendute, non ha una grande opinione dei suoi libri: è da quella crepa che entra la sua infelicità?
«È possibile che mi sia ispirato anche un po’ a me. Credo che gli scrittori siano persone particolarmente piene di ansia, nevrotiche, forse costituzionalmente infelici. In quello e in altri episodi, Carol appare come una che non si cura dei suoi fan. Arriva a denigrarli, a dar loro degli stupidi. Ma non credo che corrisponda a come veramente si sente. Penso che abbia paura di perderli. Conosce il vecchio detto di Groucho Marx sul non voler essere un membro di un club che ha lui stesso come socio? Ecco, penso che ci sia un po’ di questo in Carol. Non è sicura che i suoi libri abbiano un vero valore. Quindi ci sputa sopra. Li sminuisce lei prima che qualcun altro abbia la possibilità di farlo».

È buffo che Gilligan, che è il creatore dei personaggi – e quindi sa tutto quel che c’è nella loro testa perché quella testa è lui che l’ha inventata e riempita di pensieri e parole – è buffo, dicevo, che lastrichi ogni sua affermazione di cautelativi «penso» e «forse» quando potrebbe, semplicemente, dire: «è così perché se c’è qualcuno che lo sa sono io». Potrebbe avere a che fare con la natura ancipite dell’uomo, nato a Richmond, in Virginia, come Tom Wolfe, altro straordinario talento letterario, mosca bianca conservatrice nella disinibita New York degli anni 70. Un uomo umile e apprensivo – «Non credevo che Breaking Bad sarebbe mai andata in onda e ho continuato a pensare che avrebbero cancellato la serie da un momento all’altro», ha detto al New Yorker – e al tempo stesso pilota di elicottero e paracadutista: «È più facile gettarsi da un aeroplano che parlare a un estraneo», ha confessato nella medesima intervista. Quanto al titolo della serie, che allude al motto latino degli Stati Uniti E pluribus unum, direi che gioca con lo straniamento di Carol a vivere “tra i molti” che la pensano esattamente allo stesso modo, assommando in ciascuno le idee di tutti.

Un mondo ultra gentile è l’opposto di quello in cui viviamo in questo momento. Non sarebbe un bel cambiamento?
«Certo, e vorrei che la gente dopo aver visto Pluribus ne discutesse. Inizia come uno show post-apocalittico, e ce ne sono tanti al giorno d’oggi, anche di molto buoni come The Walking Dead. Ma lì sai subito che non vuoi trasformarti in uno zombie. Mentre qui mi piacerebbe pensare che le persone dicessero: “Accidenti, non sarebbe così male, sono davvero felici tutto il tempo”. Oggi gli Stati Uniti d’America sembrano divisi esattamente a metà. Tutti sentono di essere sull’orlo di una guerra civile, ma credo che nessuna delle due metà voglia che questo accada. Quindi penserei a Pluribus come a una sorta di antidoto di finzione. Tipo: accidenti, se potessimo essere un po’ più così, sarebbe una bella cosa».

A parte l’essere stata girata ad Albuquerque e avere Rhea Seehorn/Carol come protagonista, la nuova serie sembra completamente diversa sia da Breaking Bad che da Better Call Saul. Ma forse lei vede connessioni che io non riesco a cogliere…
«Sì, non ha niente a che fare né con l’una né con l’altra. Il motivo per cui l’ho ambientata a Albuquerque, a costo di confondere lo spettatore, è che adoro la mia troupe locale. Ci lavoro da quasi vent’anni e ci intendiamo a gesti. Siamo come una famiglia e so che fanno un lavoro meraviglioso. Quanto a Rhea, è l’arma segreta della serie. La ragione prima e più importante per guardarla».

È lei l’eroe buono che aveva confessato di voler scrivere dopo tanti anti-eroi? Sempre che creda che esistano persone buone…
«Certo che esistono. Nella vita vera saranno il 90 per cento del totale, ma quelle cattive lasciano impronte sproporzionate rispetto al loro esiguo numero. Senz’altro, dopo vent’anni in compagnia di personaggi cattivi – da Walter White a Gustavo Fring fino a Saul Goodman – sentivo il bisogno di un cambiamento. E penso che Carol Sturka sia un’eroina, ancorché riluttante. Sta cercando di salvare il mondo: che sia una buona idea o meno, lo scopriremo. Mi sono sentito rigenerato dall’aver scritto un personaggio del genere».

A proposito di salvezza, bisogna aspettare il quarto episodio perché una specie di resistenza inizi a prendere forma. Avevo avuto la stessa sensazione di non capire molto ciò che stava succedendo col primo episodio di Better Call Saul: non ha paura che una partenza così ritardata scoraggi più d’uno spettatore?
«Senz’altro. La cosa ironica è che in Pluribus, invece, a tutti piace tutto. Ma nella realtà nessuno show è per tutti. Ci sarà gente che, magari perché è fatta dal tizio di Breaking Bad, ne guarderà venti minuti e sbotterà: “Ma qui non viene ammazzato nessuno, a nessuno aprono la gola con un taglierino! Non fa per me”. E così sia. L’essere così guardinghi nel rivelare subito cosa succede potrà giocare a nostro sfavore. L’unica cosa che mi sento davvero di dire è che questa è diversa dalle altre mie serie. Qualcuno resterà deluso, mentre qualcuno che non aveva amato quelle amerà questa. C’è da sperare che il saldo sia positivo».

D’altronde se, dopo La commedia degli errori e Sogno di una notte di mezza estate, il Bardo avesse giurato fedeltà alle commedie non avremmo avuto l’Amleto. Sempre nel quarto, decisivo episodio, Carol chiede a un contagiato cosa gli piace dei suoi libri. Lui non si tiene: l’arco narrativo, i colpi di scena, tutto. Lei non abbocca: «Mi stai prendendo per il culo. E rispetto a Shakespeare, quanto ti piacciono?». Lui: «Uguale». Ecco, al cronista – che ha preso il virus delle serie tv proprio a partire da Breaking Bad – sin qui piaceva di più il Gilligan del periodo noir. Però all’inizio non aveva nemmeno capito Better Call Saul per quel capolavoro che poi si è rivelato. Magari andrà così anche nel prosieguo del periodo fantascienza.

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