Quello che le madri dicono sempre
di Annalisa CuzzocreaC’è una cosa fondamentale che Daria Bignardi scrive nel suo nuovo romanzo, Nostra solitudine, appena uscito per Mondadori, e che ci riguarda tutti: «Sentirsi tristi, o soli, non è una questione privata».
Aggiungo io, non è un difetto di fabbrica, non è una prova di fragilità, non è – soprattutto questo – in alcun modo una colpa. Ma è qualcosa che ha a che fare con tutto quello che ci circonda, e che per forza di cose ha un riflesso su di noi e sulle nostre vite.
Per spiegarlo, Bignardi usa a un certo punto le parole di Paul B. Preciado: «Non mi interessano le mie emozioni in quanto mie. Non mi interessano i loro aspetti individuali ma il modo in cui sono attraversate da ciò che non è mio. Da ciò che scaturisce la storia del pianeta, dall’evoluzione delle specie viventi, dai flussi economici, dai residui delle innovazioni tecnologiche, dalla preparazione delle guerre».
Ci sono, in questo romanzo, mille storie che risuonano con la personale storia di ognuno di noi anche quando vengono d…
C’è una cosa fondamentale che Daria Bignardi scrive nel suo nuovo romanzo, Nostra solitudine, appena uscito per Mondadori, e che ci riguarda tutti: «Sentirsi tristi, o soli, non è una questione privata».
Aggiungo io, non è un difetto di fabbrica, non è una prova di fragilità, non è – soprattutto questo – in alcun modo una colpa. Ma è qualcosa che ha a che fare con tutto quello che ci circonda, e che per forza di cose ha un riflesso su di noi e sulle nostre vite.
Per spiegarlo, Bignardi usa a un certo punto le parole di Paul B. Preciado: «Non mi interessano le mie emozioni in quanto mie. Non mi interessano i loro aspetti individuali ma il modo in cui sono attraversate da ciò che non è mio. Da ciò che scaturisce la storia del pianeta, dall’evoluzione delle specie viventi, dai flussi economici, dai residui delle innovazioni tecnologiche, dalla preparazione delle guerre».
Ci sono, in questo romanzo, mille storie che risuonano con la personale storia di ognuno di noi anche quando vengono da lontano: da un villaggio in Uganda, o da quello di No Other Land in Cisgiordania, dove dopo cena è il momento di una playlist in cui risuonano prima Ghali e poi Toto Cutugno. E che importa se il senso delle loro canzoni è in contraddizione, quanto siamo vicini a posti che pensiamo lontani. A vite che non sono le nostre.
La madre di Daria Bignardi, come la mia, come me con i miei figli, si raccomandava sempre che avesse la felpa prima di uscire. Mi sembra di sentire le conversazioni mattutine – eufemismo – con l’undicenne sbracciata: «Ti ammali». La madre di Basel Adra, il protagonista di No Other Land, che ogni sera quando esce rischia di essere arrestato dall’esercito o ucciso da un colono, fa la stessa cosa. «Copriti, mettiti la felpa», dicono le madri in ogni posto del mondo. Forse non nei Paesi nordici, ma ci saranno anche lì raccomandazioni in cui potremmo ritrovarci.
Così come mi sono ritrovata nelle riflessioni di Bignardi sull’essere madre e su quell’istinto per cui, tra i 30 e i 50 anni, che tu abbia bambini o anziani da accudire, sei come «a cavallo di un razzo impazzito». E niente ti convincerà che fermarsi si può, delegare si può, e comunque sopravvivranno. E quando saranno grandi, per quanti pranzetti tu abbia preparato e per quante recite tu non abbia mancato, si ricorderanno dell’unica volta in cui hai perso la pazienza (confermo) e diranno che cucinavi sempre le stesse cose (ci siamo ancora dentro).
Non dipende da questo l’amore, te ne accorgi se vai in Asia con tuo figlio e vedi attraverso i suoi occhi quello che vede la sua generazione: il nostro sguardo giudicante dopo esserci presi tutto, il diritto di quelle persone a essere pacchiane e a farsi i selfie in ciabatte pelose davanti a Prada. Non sarà il fascino che ti aspettavi, ma è il loro turno, è la loro vita. Quante cose insegnano i figli, e i romanzi sinceri.
Sul Venerdì del 7 novembre 2025